Non trattiamo i lupi come se fossero pecorelle smarrite
Plinio Corrêa
de Oliveira (*)
La dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo è piena di verità
apparentemente contrastanti le quali, esaminate attentamente, sono lungi dallo
smentirsi vicendevolmente, ma si completano reciprocamente formando un’armonia
veramente meravigliosa. È questo il caso, per esempio, dell’apparente
contraddizione tra la giustizia e la bontà divina. Infatti, Dio è allo stesso
tempo infinitamente giusto e infinitamente misericordioso. Se ogni volta per
capire bene una di queste perfezioni chiudessimo gli occhi all’altra,
incorreremo in un grave errore. Nella Sua vita terrena, Nostro Signore Gesù
Cristo diede prove ammirevoli della Sua dolcezza e della Sua severità.
Quindi, non pretendiamo “correggere” la personalità di
Gesù secondo la grettezza delle nostre prospettive, chiudendo gli occhi alla
soavità per edificarci meglio con la giustizia del Salvatore; oppure, agire
all’opposto facendo astrazione della Sua giustizia per capire meglio la Sua
infinita compassione verso i peccatori. Nostro Signore si manifestò perfetto e
adorabile tanto nell’accogliere, con un perdono ineffabilmente dolce, Maria
Maddalena, quanto nel castigare con parole severe, i farisei. Non strappiamo
dal Santo Vangelo qualsiasi una di queste pagine. Sappiamo capire e adorare le
perfezioni di Gesù come esse si rivelano sia in uno che nell’altro episodio. E
capiamo infine che la nostra imitazione di Cristo sarà perfetta soltanto il
giorno in cui sapremo, non solo perdonare, consolare ed accarezzare, ma anche
quando sapremo flagellare, denunciare e fulminare come Nostro Signore Gesù
Cristo. In effetti, vi sono molti cattolici che reputano gli episodi del
Vangelo in cui appare il santo furore del Messia contro l’ignominia e la
perfidia dei farisei come qualcosa di indegno da imitare. Perlomeno è quel che
si deduce poi dal modo come valutano l’apostolato. Allora discorrono sempre con
dolcezza, e cercano sempre di imitare questa specifica virtù del Signore. Che
Dio li benedica per questo.
Ma perché non cercano di imitare anche le altre virtù del
divino Maestro? Molto spesso, quando si propone in materia di apostolato un
qualsiasi atto di energia, la risposta invariabile è che bisogna procedere con
molta soavità “per non allontanare ancor più i fuorviati”. Orbene, è possibile
sostenere che gli atteggiamenti energici hanno sempre e comunque l’invariabile
effetto di “allontanare i fuorviati”? Quindi si potrebbe affermare che quando
Gesù diresse ai farisei le Sue incandescenti invettive, lo fece con
l’intenzione di “allontanare ancor più i fuorviati”? O semmai si dovrebbe
supporre che Nostro Signore non sapesse o non si preoccupasse dell’effetto
“catastrofico” che le Sue parole avrebbero causato sui farisei? Chi oserebbe
ammettere una tale blasfemia contro la Sapienza Incarnata, Nostro Signore Gesù
Cristo? Dio ce ne scansi dal preconizzare l’uso dell’energia e dei processi
violenti come l’unico rimedio per le anime. Ma Dio ci liberi pure dall’abolire
questi eroici rimedi dai nostri metodi apostolici. Vi sono circostanze in cui
si deve essere soavi e circostanze in cui si deve essere santamente violenti.
Essere soavi quando le circostanze esigono violenza, oppure essere violenti
quando le circostanze esigono soavità, è sempre un grave male.
Tutto quest’ordine di idee unilaterale qui denunciato,
decorre da una considerazione altrettanto unilaterale delle Parabole. C’è molta
gente che fa della parabola della pecorella smarrita l’unica esistente nel
Vangelo. Ora, qui c’è un gravissimo errore che non possiamo non denunciare.
Infatti, Gesù non ci parla soltanto di pecorelle smarrite, insanguinate dai
rovi in cui purtroppo sono andate a finire e che il Pastore va a cercare
pazientemente in fondo agli abissi. Il divino Maestro ci parla pure dei lupi
rapaci, che circondano continuamente l’ovile, in attesa di un occasione per ivi
introdursi camuffati con pelle di agnelli. Ebbene, se è ammirevole il pastore
che sa caricare con dolcezza sulle proprie spalle la pecorella smarrita, che
diremmo del pastore che abbandonasse le pecorelle fedeli per andare a cercare
lontano un lupo mascherato da agnello, lo caricasse affettuosamente sulle spalle,
gli aprisse lui stesso le porte dell’ovile e con le sue mani pastorali
introducesse tra le pecorelle quella belva vorace? Eppure, ahimè, quanti
cattolici, se mettessero in pratica i principi di apostolato unilaterale che
professano, si comporterebbero proprio così!
Per capire meglio che la perfetta imitazione di Cristo non
consiste solo nella dolcezza e nella soavità ma anche nell’energia, citeremo
qualche episodio o qualche frase di alcuni Santi. Da premettere che il Santo è
colui che la Chiesa ha dichiarato, con autorità infallibile, essere un perfetto
imitatore di Cristo. Ebbene, in quale modo i Santi hanno imitato Gesù? Vediamo.
Sant’Ignazio di Antiochia,
martire del secondo secolo, scrisse varie lettere alle diverse Chiese, prima di
essere martirizzato. In quelle lettere, si presentano riguardo agli eretici,
espressioni come queste: “bestie feroci (Eph.7); lupi
rapaci (Phil. 2,2); cani dannati che attaccano di tradimento (Eph. 7); bestie con volto umano (Smyrn.
4.1); erbe del diavolo (Eph. 10,1); piante parassiti
non piantate dal Padre (Tral. 11); piante destinate
al fuoco eterno (Eph. 16,2)”. Come si vede, questo
modo di trattare gli eretici, seguiva la traccia degli esempi di San Giovanni
Battista, il quale apostrofava gli scribi e i farisei come “razza di vipere”,
così come fece il Signore che li chiamava “ipocriti’ e “sepolcri imbiancati”.
Allo stesso modo
procedettero gli Apostoli. Santo Ireneo,
martire del secondo secolo e discepolo di San Policarpo,
a suo turno discepolo di San Giovanni Evangelista, racconta che l’apostolo
andando un giorno ai bagni, se ne ritirò senza lavarsi perché ivi c’era anche
Corinto, un eretico che negava la divinità di Gesù Cristo, per timore che, come
lo asseriva, crollasse l’edificio, poiché era presente Corinto, nemico della
verità. Anche San Policarpo, incontrandosi un giorno
con Marciano, un eretico docetista, quando questi gli chiese se lo conoscesse,
il santo rispose: ”Senza dubbio, sei il primogenito di Satana”. Peraltro, in
questo seguivano i consigli di San Paolo: ”Con gli eretici, dopo averli
avvertiti una o due volte, evitali, poiché sono
già perversi e si condannano da se stessi” (Tit. 3,10). Lo stesso San Policarpo se si imbatteva casualmente con un eretico, si
tappava le orecchie ed esclamava: “Dio di bontà perché mi hai conservato in
terra dovendo sopportare queste cose?” E fuggiva immediatamente per evitare
certe compagnie.
Santo Atanasio, nel IV secolo,
narra che Sant’Antonio eremita definiva i discorsi degli eretici come veleni
peggiori di quelli dei serpenti.
Ed è questo, in genere, il modo come i Santi Padri
trattavano gli eretici, come si può
leggere in un articolo pubblicato su “Civiltà Cattolica”, il periodico fondato
da S.S. Pio IX ed affidato ai padri gesuiti di Roma. In questo articolo vengono
citati vari esempi che trascriverò di seguito: “San Tommaso d’Aquino che a
volte è presentato come invariabilmente pacifico con i suoi nemici, in una
delle sue prime polemiche con Guglielmo del Santo Amore, ancor prima di essere
condannato dalla Chiesa, lo tratta così, insieme ai suoi seguaci: “nemici di
Dio, ministri del diavolo, membra dell’Anticristo, nemici della salvezza del
genere umano, diffamatori, seminatori di blasfemie, reprobi, perversi,
ignoranti, simili al Faraone, peggiori di Gioviniano e
Vigilanzio (eretici che negavano la Verginità della
Madonna)”. San Bonaventura chiamava Geraldo, un suo contemporaneo: “protervo, calunniatore,
stupido, avvelenatore, ignorante, imbroglione, malvagio, insensato, perfido”.
Il mellifluo San Bernardo, a proposito di Arnaldo da
Brescia, colui che volle lo scisma contro il clero e i beni ecclesiastici
disse: “disordinato, vagabondo, impostore, vaso di ignominia, scorpione
vomitato da Brescia, visto con orrore da Roma, con abominazione dalla Germania,
disdegnato dal Pontefice Romano, elogiato dal diavolo, operatore di iniquità,
divoratore del popolo, bocca piena di maledizione, seminatore di discordie,
fabbricatore di scismi, lupo feroce”.
Più anticamente, San Gregorio Magno, rimproverando
Giovanni, Vescovo di Costantinopoli, gli gettava in faccia il suo orgoglio
profano e nefando, la sua superbia luciferina, le sue parole ignare, la sua
scarsità di intelligenza.Non parlarono diversamente i
santi Fulgenzio, Prospero, Geronimo, Siricio Papa, Giovanni Crisostomo,
Ambrogio, Gregorio Nazianzenio, Basilio, Ilario, Atanasio, Alessandro Vescovo di Alessandria, i santi
martiri Cornelio e Cipriano, Antenagora, Ireneo, Policarpo, Ignazio
Martire, Clemente, insomma tutti i Padri della Chiesa che si distinsero per la
loro eroica virtù.
Se si vuole sapere quali sono le norme indicate dai
Dottori e Teologi della Chiesa per le polemiche con gli eretici, leggiamo ciò
che ci offre San Francesco di Sales, il soave San
Francesco di Sales, in Filotea,
cap. XX parte II: “I nemici dichiarati di Dio e della Chiesa devono essere
diffamati tanto quanto possibile (purché non si manchi alla verità), essendo
opera di carità il gridare: Al lupo!, quando si trova in mezzo al gregge, od
ovunque possa ancora trovarsi”. Sin qui le citazioni dell’articolo di “Civiltà
Cattolica” (vol. I, ser. V, pag.27).
Se il “Legionario” pubblicasse soltanto la metà di ciò che
è stato detto contro gli odierni nemici della Chiesa, quali proteste
ciononostante dovrebbe ascoltare!
(*) “O Legionario”, 28 Settembre 1941