Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

La  struttura  sovranazionale nell’insegnamento di Pio XII

 

 

 

 

Catolicismo, N. 12, Dicembre 1951 (*)

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Concludiamo oggi i nostri commenti al discorso del Santo Padre ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Vediamo come, nel discorso, si situa il problema della organizzazione giuridica della società internazionale. Nelle sue linee teoriche generali i termini di questo problema sono molto chiari.

I termini del problema

In tutti gli uomini notiamo due specie di attributi. Gli uni sono inerenti alla loro stessa natura, e costituiscono quello per cui non sono né piante, né pietre, né angeli. Questi attributi sono evidentemente comuni a tutti gli uomini. Altri, al contrario, sono propri di certe nazioni. Così, per esempio, i tratti distintivi del francese non sono assolutamente quelli del tedesco. In ogni paese, a loro volta, le diverse regioni hanno non solo le caratteristiche nazionali, ma anche altre loro particolari. Così, in Italia, tra un fiorentino e un siciliano si possono indicare molte differenze. Infine, in ogni provincia ogni città, in ogni città ogni famiglia, in ogni famiglia - forse - ogni ramo, ogni individuo, hanno le loro caratteristiche spirituali e fisiche inconfondibili.

Viste così le cose, ogni individuo, in quanto membro di una serie di gruppi concentrici che vanno dalla famiglia alla società internazionale, ha per così dire diverse fasce di personalità, rispettivamente suscettibili di sviluppi particolari, e che vanno dai tratti generici e comuni di tutta l’umanità fino ai più minuscoli particolari dell’indole personalissima di ciascuno.

Si tratta di sapere se tutte queste caratteristiche sono conformi alla natura umana, e a essa inerenti, o se sono a essa estrinseche, e contrarie alla sua autentica dignità. Nella prima ipotesi le nazioni, le regioni, i comuni, devono sussistere come unità spirituali e morali ben definite, e, quindi, con una cultura, una civiltà e un governo propri. In caso contrario, devono scomparire, fondendosi in un solo tutto. 

La sostanza del problema è questa

La diversità di opinioni, di istituzioni, di costumi, di modi di essere, molto considerevole tra le nazioni di altri tempi, i dialetti, le danze regionali, gli abiti, i costumi, le manifestazioni artistiche di ogni provincia o zona, vanno scomparendo a vista d‘occhio. È un male o è un bene?

La tecnica industriale moderna, basata sulla macchina, che è assolutamente impersonale, inesorabilmente anonima, inflessibilmente uniforme in tutta la sua produzione, ha portato alla uniformazione di tutti gli oggetti di uso personale, e tende ad asfissiare su scala sempre crescente le manifestazioni della personalità dell’uomo contemporaneo. È un fatto grave? O è una cosa di poco conto?

Insomma, tutti i popoli e tutte le nazioni possono essere fusi in un solo popolo universale, in una sola patria comune? In questo caso, sarebbe possibile costituire non tanto un super-governo mondiale (cioè un governo con una sfera di azione superiore a quella dei governi locali, ma che lasciasse vivere gli altri), ma un unico governo universale sotto cui tutte le autorità locali fossero soltanto amministrative? Sarebbe utile, sarebbe conforme all’ordine naturale delle cose?

Tutti questi problemi dipendono sostanzialmente dalla questione preliminare; e questo è sufficiente per mostrarne tutta l’importanza.

L'attualità del problema

La sua attualità non è minore. A partire dal secolo XIV ha cominciato a delinearsi, con la caduta del feudalesimo e la nascita dello Stato moderno, una potente tendenza unificatrice. Così, a poco a poco, le regioni, con il decadere dell’autorità feudale, che era intrinsecamente locale, sono passate al dominio pieno delle corone, che agirono da forze essenzialmente centralizzatrici.

D’altra parte, un grande numero di Stati si sono uniti sotto un solo scettro, in conseguenza di guerre o di successioni dinastiche: Leon (secolo XII), Granada (secolo XV), Aragona (secolo XV), la Navarra spagnola (secolo XVI), alla Castiglia; l’Irlanda (secolo XII) e la Scozia (secolo XVII), all’Inghilterra; i Paesi Bassi (secolo XV), la Boemia (secolo XVI), l’Ungheria (secolo XVII), ecc., alla Casa d’Austria.

Quando, nel 1789, cessava di esistere l’evo moderno, e si inaugurava il periodo contemporaneo, questo processo di agglutinamento aveva fatto molta strada in tutti i paesi. Certamente esisteva una Navarra con istituzioni e costumi propri, teoricamente indipendente, e legata alla Francia dalla semplice circostanza dell’essere il suo re anche re di Francia. Ma tutto questo era tanto teorico che alla Rivoluzione bastò, per così dire, un tratto di penna per fondere la Navarra (e a fortiori semplici feudi, come la Bretagna) con la Francia, per formare un solo Stato massiccio, come una barra d’acciaio, che è la Francia attuale.

In questo senso, la Francia è stata precorritrice. Nel secolo XIX, la centralizzazione politica e amministrativa si è venuta accentuando sempre più in tutti gli Stati europei, nei quali regni teoricamente esistenti, come quello dell‘Algarve, o quelli "delle Spagne", sono stati fusi con la stessa facilità con cui è stata fusa la Navarra nel secolo XVIII.

Nello stesso tempo, due grandi movimenti unificatori hanno trasformato in Stati compatti due grandi nazioni: la Germania, che da semplice Confederazione Germanica è diventata Impero nel 1870, e l’Italia, nella quale si amalgamarono il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, il regno delle Due Sicilie e infine, con la presa di Roma, sempre nel 1870, gli Stati Pontifici.

È vero che, in senso contrario, si sono verificate sulla carta europea durante il secolo XIX alcune decentralizzazioni, sotto la pressione del principio di nazionalità e di altri fattori: dall’Impero Ottomano si sono staccate (1829-1878) diverse monarchie cristiane, Grecia, Bulgaria, Montenegro, Serbia, Romania; già all’inizio del secolo XX, nel 1905, la Norvegia si è separata dalla Svezia per formare un regno a parte; nel 1830 il Belgio si è costituito in Stato distinto dalla Olanda e dalla Francia; la monarchia austroungarica si è smembrata dopo la prima guerra mondiale in numerose repubbliche sovrane, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, e parte del suo territorio è stato anche incorporato alla Jugoslavia (la Serbia accresciuta del Montenegro, ecc.) e alla Polonia, risorta.

Tuttavia, dei due fenomeni, quello centralizzatore e quello decentralizzatore, il primo si è rivelato durevole e il secondo effimero. Infatti, dopo i trattati di pace del 1918, nessuno Stato si è più smembrato. E, in senso contrario, si va sempre più accentuando un movimento tendente al raggruppamento degli Stati più piccoli. Questo movimento è diventato particolarmente chiaro dopo l’ultima guerra.

Certi Stati piccoli notando la insufficienza delle loro risorse economico-militari nel quadro della grande tragedia contemporanea, sono stati portati a unirsi per costituire un organismo super-statale più efficiente. L‘esempio più caratteristico è costituito dal Benelux formato dal Belgio, dall’Olanda e dal Lussemburgo. Anche le nazioni del Baltico - Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia - tendono a costituire una unione simile al Benelux.

Meno prossima, ma molto più importante, è la costruzione dell’organismo al quale si pensa di dare il nome di Stati Uniti d‘Europa. Churchill ha dedicato alla realizzazione di questa impresa buona parte del tempo libero che il suo recente ostracismo gli lasciava; e tutto porta a credere che la sua ascesa al potere accelererà considerevolmente gli studi e i negoziati destinati a tale scopo.

D’altra parte, la Lega Araba si sta costituendo in potente federazione, in Africa e in Asia. E l’Unione Latina, tempestivamente inaugurata a Rio de Janeiro, è un seme che sembra ricco di frutti in senso federalista.

In contrapposizione a questi trionfi unitaristi, si potrebbero ricordare certamente gli apparenti fallimenti dei due grandi tentativi di formare un Super-Stato, cioè la Società delle Nazioni e l’ONU. Tuttavia nessuno si accorge che il super-Stato è di fatto in via di realizzazione, anche se in altro modo. Infatti, tutte le nazioni del mondo sono amalgamate in due grandi blocchi ostili, e ciascuno di questi blocchi assume sempre più chiaramente l’allure di super-Stato nei confronti dei popoli che lo compongono. Nella misura in cui dura la pace armata, entrambi questi blocchi guadagnano in coesione e omogeneità. Scoppiata la guerra, il blocco vincente si impadronirà del blocco vinto e tutto il mondo sarà unificato sotto la verga di ferro della nazione guida del blocco vincitore. Così, con l’ONU, senza essa, e se necessario anche contro essa, gli avvenimenti ci avranno condotto alla unificazione.

Riassumendo:

a. il regionalismo dello Stato antico è stato sostituito dal centralismo dello Stato moderno;

b. le nazioni piccole si sono fuse per costituire grandi Stati, formando importanti blocchi internazionali;

c. le nazioni di una stessa razza o di uno stesso continente tendono a formare enormi blocchi federativi;

d. tutto il mondo, a sua volta, è già diviso in soli due grandi eserciti. Dopo la guerra, la nazione guida dell’esercito vincente dominerà, e sotto il suo dominio unificherà il mondo, se non interverranno circostanze diverse.

Di fronte a questo movimento plurisecolare, potente, universale, attualissimo, si tratta di fissare la posizione del pensiero cattolico. Basta questo per provare l’attualità e l‘importanza del problema di cui si è interessato il discorso pontificio.

La posizione della Chiesa

Di fronte a questo problema, qual è la posizione cattolica. La Chiesa è contraria a questo movimento?

Sì e no, ci dice il discorso pontificio.

Da un lato, riconosce che l’esistenza di un organismo sovranazionale destinato a conservare e a sostenere i principi del diritto internazionale, e a lavorare per il bene dei popoli, è pienamente conforme all’ordine naturale, e, quindi, altamente desiderabile.

D’altro lato, però, mostra che la struttura di questo organismo non è a essa indifferente. Se sarà centralizzatore, se quindi comporterà la distruzione di tutte le nazioni, la Chiesa si opporrà a esso. Ma se rispetterà l’esistenza e i diritti di tutti i popoli, la Chiesa lo approverà.

In che consistono precisamente questa esistenza e questi diritti?

La piena esistenza dei popoli

Un popolo esiste normalmente e pienamente quando ha un’anima propria, e sufficiente libertà per strutturare secondo questa anima le sue istituzioni, i suoi costumi, la sua cultura e il suo modo di vita. Così, una organizzazione mondiale non deve mirare in nessun modo alla distruzione delle caratteristiche nazionali o regionali. Al contrario, deve vedere in esse autentici tesori di umanesimo (nel senso positivo di questo vocabolo complesso), e quindi le deve proteggere con tutte le sue forze.

La stessa Chiesa fornisce un esempio di questo saggio atteggiamento. Nel suo grembo convivono pacificamente tutti i popoli. La Chiesa vuole affratellarli come una buona madre con i propri figli. Una madre non affratella i suoi figli distruggendone le caratteristiche psicologiche e la personalità. Li educa in modo che, rettamente e pienamente sviluppata la personalità di ciascuno, si intendano perfettamente. E perciò, se la Chiesa lavora con impegno perché tutti i popoli si amino, non vuole che lo svizzero, il cinese, lo scozzese, il turco, siano caratterizzati nazionalmente meno di quello che sono.

Lo stesso deve fare ogni organizzazione sovranazionale degna di questo nome. Così si rispetta il diritto alla esistenza di tutti i popoli. Questo diritto, per altro, non è illimitato. Tra le caratteristiche nazionali, ve ne sono alcune che non possono essere rispettate, e che un organismo sovranazionale dovrebbe essere in grado di proscrivere. Sono quelle contrarie ai principi della morale naturale e cristiana, come l’abitudine di certi selvaggi di seppellire vivi alcuni loro figli.

La indipendenza delle nazioni

Quanto ai diritti di un popolo, almeno in tesi è facile definirli. Vi è un principio importantissimo della dottrina cattolica che in questo caso si applica in tutta la sua pienezza. È il principio di sussidiarietà.

Normalmente, ogni individuo deve fare unicamente da solo tutto quanto è alla sua portata. La famiglia esiste per fare tutto quello che l’uomo isolatamente non riesce a fare. Il comune esiste per fare quello che le famiglie non riescono a fare. La provincia deve sopperire ai comuni. E lo Stato deve sopperire alle province. Insomma, la famiglia è sussidiaria rispetto agli individui, e così via successivamente fino allo Stato.

Ognuna di queste entità ha il fine non di uccidere o di assorbire le entità di carattere inferiore, ma di favorirle. Così, la famiglia farà il possibile per aumentare l’individualità e la capacità di azione di ciascuno dei suoi membri. E così la provincia deve curarsi di rispettare la sfera dei comuni e di aiutarli a svolgere con la massima ampiezza la loro attività normale; il paese ha lo stesso dovere nei confronti delle province. E, di conseguenza, l’organismo sovranazionale deve operare unicamente ed esclusivamente in una sfera che trascende quella degli interessi peculiari di ogni Stato, e si situa sul piano più alto del bene comune di tutti gli Stati.

In questo senso, la Chiesa approverebbe un organismo sovranazionale. Ma non se esso si identificasse con il dominio assoluto di un popolo sugli altri, e con l’assorbimento di tutti gli Stati in uno solo.

Numero e qualità

Vi è anche un’altra lezione importante nel documento pontificio. Riguarda il modo in cui le nazioni devono essere rappresentate nell’organismo sovrastatale.

Infatti, il Sommo Pontefice mostra che le considerazioni puramente numeriche non sono sufficienti. Queste considerazioni, sulle quali si è basato completamente il regime rappresentativo contemporaneo, hanno portato al fallimento dello Stato attuale. Sarebbe un errore molto grave metterle alla base dell’organismo sovrastatale. E in realtà l’Irak ha più abitanti della Svizzera; l’Asia più nazioni dell’Europa. Prendendo in considerazione esclusivamente la forza del numero - numero di individui o numero di Stati - si toglierebbe la direzione del mondo alle nazioni più colte per trasferirla alle più arretrate.

Ma vi è un altro genere di considerazioni numeriche che pure non devono prevalere, e sono quelle relative alla quantità di oro o di bombe atomiche.

In altre parole, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono alla guida dei due blocchi mondiali. In caso di guerra, desideriamo di tutto cuore che i nordamericani sconfiggano i sovietici su tutta la linea. Nonostante questo, vogliamo affermare che né gli Stati Uniti né la Russia sono in grado di guidare i rispettivi blocchi. La Russia, per motivi ovvi. Gli Stati Uniti per due motivi. Anzitutto perché, in un blocco di cui facciano parte latini e anglo-sassoni, non c’è ragione alcuna perché la guida tocchi a questi ultimi. E se dovesse toccare agli anglo-sassoni, sarebbe meglio che toccasse agli inglesi, superiori quasi in tutto ciò che non sia quantitativo.

Tutte queste considerazioni ci portano a salutare con cordiale simpatia l’Unione Latina creata a Rio. E con questo saluto chiudiamo il nostro commento.

(*) Per leggere gli articoli precedenti: n. 8, agosto 1951; n. 9, settembre 1951; n. 11, novembre 1951. Dal sito www.atfp.it, Per un ordine cristiano nazionale e sovranazionale. I neretti sono del sito www.pliniocorreadeoliveira.info


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