Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Tradizione Famiglia Proprietà

 

 

 

 

Folha de S. Paulo, 18-12-1968 (*)

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È di Emile Faguet, se non sbaglio, il seguente apologo: C'era una volta un giovane dilacerato da una situazione affettiva critica. Amava con tutta l’anima la sua graziosa sposa. E tributava affetto e rispetto profondi a sua madre. Ora, i rapporti tra la nuora e la suocera erano tesi e, a causa di gelosie, la giovane, seducente ma cattiva, aveva concepito un odio infondato contro l’anziana e veneranda matrona. A un certo punto, la giovane pose il marito con le spalle al muro: se non fosse andato dalla madre, non l’avesse uccisa, e non le avesse portato il cuore della vittima, lei, la sposa, avrebbe abbandonato il tetto coniugale. Dopo mille esitazioni, il giovane cedette. Uccise colei che gli aveva dato la vita. Le strappò il cuore dal petto, lo avvolse in un panno, e si diresse di ritorno verso casa. Strada facendo, al giovane capitò di inciampare e cadere. Allora udì una voce che, partendo dal cuore materno, gli disse, piena di sollecitudine e di tenerezza: “Ti sei fatto male, figlio mio?”

Con questo apologo, l’autore vuole sottolineare ciò che vi è di più sublime e di più toccante nell’amore materno: il suo totale disinteresse, la sua integrale gratuità, la sua illimitata capacità di perdonare. La madre ama il figlio quando è buono. Non lo ama però soltanto perché è buono. Lo ama anche quando è cattivo. Lo ama semplicemente perché è suo figlio, carne della sua carne e sangue del suo sangue. Lo ama generosamente, e anche senza essere assolutamente ricambiata. Lo ama nella culla, quando ancora non è capace di meritare l’amore che gli è dato. Lo ama durante tutta la sua esistenza, sia che salga ai fastigi della felicità e della gloria, sia che precipiti negli abissi della sfortuna e perfino del crimine. È suo figlio e questo dice tutto.

Questo amore, altamente conforme alla ragione, ha nei genitori anche qualcosa di istintivo. E, in quanto istintivo, è analogo all’amore che la Provvidenza ha posto negli animali verso i loro piccoli. Per misurare la sublimità di questo istinto, basti dire che il più tenero, il più puro, il più sovrano ed eccelso, il più sacro e sacrificale degli amori che siano esistiti sulla terra, l’amore del Figlio di Dio per gli uomini, fu da lui paragonato all’istinto animale. Poco prima di patire e morire, Gesù pianse su Gerusalemme dicendo: "Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere assieme i tuoi figli, come la gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto!"

Senza questo amore, non vi sono paternità o maternità degne di questo nome. Chi nega questo amore nella sua eccelsa gratuità, nega perciò la famiglia. Questo amore porta i genitori ad amare i loro figli più degli altri, in conformità con la legge di Dio, e a desiderare per essi, con ansia, una migliore educazione, una maggiore istruzione, una vita più stabile, una autentica ascesa nella scala di tutti i valori, compresi quelli di carattere sociale. Per questo, i genitori lavorano, fanno economie e lottano. Il loro istinto, la loro ragione, i dettami della fede stessa ve li portano. Accumulare una eredità da trasmettere ai figli è un desiderio naturale dei genitori. Negare la legittimità di questo desiderio significa affermare che il genitore ha con suo figlio gli stessi rapporti che con un estraneo. Significa distruggere la famiglia.

Lo riaffermiamo ancora: sì, l’eredità è un istituto in cui la famiglia e la proprietà si baciano.

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E non soltanto la famiglia e la proprietà, ma anche la tradizione. Infatti, tra le molteplici forme di eredità, la più preziosa non è quella economica. L’ereditarietà - il fatto si può osservare correntemente - fissa spesso, in una stessa stirpe, sia nobile che plebea, tratti fisionomici e psicologici che costituiscono un anello tra le generazioni, ad attestare che, in qualche modo, gli antenati sopravvivono e si continuano nei loro discendenti. Compete alla famiglia, conscia delle sue peculiarità, distillare nel corso delle generazioni lo stile di educazione e di vita domestica, così come il comportamento privato e pubblico, in cui la ricchezza originaria delle sue caratteristiche raggiunga la sua più giusta e autentica espressione. Questa intenzione, realizzata nel corso di decenni e di secoli, è la tradizione. O una famiglia elabora la sua tradizione come una scuola di essere, di agire, di progredire e di servire, per il bene della patria e della Cristianità, o essa corre il rischio di generare, non raramente, disadattati senza una personalità ben definita e senza la possibilità di inserimento stabile e logico in nessun gruppo sociale. Che vale ricevere dai genitori un ricco patrimonio, se da essi non si riceve - almeno allo stato di germe, quando si tratta di famiglie nuove - una tradizione, cioè un patrimonio morale e culturale?

Tradizione, ben inteso, che non è un passato stagnante, ma è la vita che il seme riceve dal frutto che lo contiene. Ossia, una capacità, a sua volta, di germinare, di produrre qualcosa di nuovo, che non sia il contrario dell’antico, ma il suo sviluppo armonico e il suo arricchimento. In questa prospettiva, la tradizione si amalgama armonicamente con la famiglia e con la proprietà, nella formazione della eredità e della continuità familiare.

Questo principio è contenuto nel buon senso universale. E perciò vediamo casi in cui è accolto anche nei paesi più democratici. Anche la gratitudine ha qualcosa di ereditario. Essa ci porta a fare, per i discendenti dei nostri benefattori, anche se sono già morti, ciò che essi ci chiederebbero di fare. A questa legge sono soggetti non solo gli individui, ma anche gli Stati.

Vi sarebbe una flagrante contraddizione se un paese conservasse in un museo, per gratitudine, una penna, gli occhiali, o perfino le pantofole di un grande benefattore della patria, ma relegasse nella indifferenza e nell’abbandono quanto ha lasciato di assolutamente più suo delle pantofole, cioè la sua discendenza.

Da questo deriva la considerazione che il buon senso tributa ai discendenti dei grandi uomini, anche se sono persone comuni. Da questo anche un fatto storico fra i più belli accaduti durante la più recente guerra civile spagnola. I comunisti avevano preso prigioniero il duca di Veraguas, ultimo discendente di Cristoforo Colombo, e si apprestavano a fucilarlo. Tutte le repubbliche dell’America si unirono per chiedere clemenza. Infatti, non potevano rimanere indifferenti di fronte alla possibilità che si estinguesse la discendenza dell’eroico scopritore.

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Queste sono le conseguenze logiche della esistenza della famiglia e dei suoi riflessi sulla tradizione e sulla proprietà. Privilegi ingiusti e odiosi? No. Salvo il principio che l’ereditarietà non può coprire il delitto, né impedire l’ascesa di nuovi valori. Si tratta semplicemente di giustizia. E della migliore...

(*) Tratto da Cristianità, N. 34-35, febbraio-marzo 1978. I neretti sono del sito www.pliniocorreadeoliveira.info


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