A proposito di una parola-“parolaccia” – Folha de S. Paulo, 29-9-1979

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by Plinio Corrêa de Oliveira

 

Qualcuno mi ha chiesto se sono un uomo di destra. A bocca piena, ed euforicamente, ho risposto «sì». Nel farlo, mi aspettavo già la domandina che sarebbe seguita, concisa e velenosa: «Di estrema destra, allora?» Il povero ingenuo che l’ha formulata si credeva furbo. Come se astuzia e insidia fossero sinonimi. «Leggi il mio prossimo articolo sulla “Folha de S. Paulo”», gli ho ribattuto. E con questo sono stato astuto e insidioso. Astuto, perché ho guadagnato un lettore per il monotono commento che segue. E insidioso, perché la sua curiosità lo porterà a leggere da cima a fondo questa monotonia.

Nello strano vocabolario che si sta forgiando nel linguaggio politico dei nostri giorni, alla parola “estremo” – come accade a tante altre – si attribuiscono artificialmente significati multipli, confusi e persino contraddittori. Prima di chiarire questi significati, mi è impossibile rispondere a una domanda così pseudo-arguta.

La maggior parte dell’opinione pubblica nazionale è comodamente e indolentemente centrista. È proprio tra i centristi e, meglio ancora, tra i più comodi e indolenti tra loro, che la parola “estremo” si presenta opalescente, iridata e variegata.

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Tutta questa confusione deriva da una visione strabica su un tema semplice. Lo presento in modo schematico.

1°) L’operazione mentale dello scienziato consiste nell’acquisire e definire per sé verità di base che, in rigorosa logica, meritano da parte sua piena adesione. A partire da queste verità, e sempre in rigorosa logica, egli costruisce le conclusioni. Ogni nuova conclusione costituisce una nuova vittoria della scienza. E la gloria del lavoro dello scienziato consiste nel percorrere le vie della logica fino all’ultima conclusione legittimamente deducibile dalla verità iniziale. In questo nobile percorso, all’estremità del cammino corrisponde l’estremità della gloria;

2°) Questo procedimento intellettuale è nella natura stessa della mente umana, e vale per qualsiasi tema su cui essa rifletta. Data la fallibilità dell’uomo, conviene, per quanto possibile, verificare con i dati dell’esperienza le successive tappe del percorso intellettuale. Tuttavia, quando ciò non sia possibile, l’uomo non deve rinunciare alla ricerca del punto terminale del suo pensiero. Poiché se il suo sguardo è acuto, l’uomo può spingersi logicamente ben oltre le materie sperimentalmente verificabili. Se così non fosse, che ne sarebbe, ad esempio, della filosofia o della teologia?

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Detto questo, l’uomo che, con il passo misurato e fermo del suo processo logico, giunge alle ultime conseguenze delle verità iniziali che conosce, merita almeno rispetto. Il cammino dello spirito assomiglia a quello del corpo. È sano, bello e nobile quando si dirige rettamente verso il punto terminale. È malaticcio, sgraziato e privo di virilità quando esita, vacilla e si perde nei sentieri tortuosi e nei labirinti del dubbio.

Pur ammettendo questi principi di buon senso come validi per tutti i campi del pensiero, i centristi, quanto più indolenti e comodi, tanto più sono inclini a fare un’eccezione per quanto riguarda gli spiriti inclini alla riflessione politica o socioeconomica. Tali centristi possono meravigliarsi di un fisico o di un matematico che arriva alle estreme conseguenze delle verità iniziali che conosce. Ma al pensatore politico, per esempio, ritengono che ciò non sia lecito. E se questi agisce come lo scienziato e arriva alle ultime conseguenze del suo pensiero, il centrista lo qualifica subito di estremista.

C’è di più. Su questa contraddizione del centrista languido e comodo se ne sovrappone subito un’altra. Il pensatore politico o interessato a questioni socioeconomiche, così bollato come estremista, è subito sospettato di mirare alla dittatura attraverso la violenza. E quindi un criminale. Almeno in stato potenziale.

E, in questo modo, secondo un certo genere di centristi, la coerenza può essere per alcuni la via della gloria. E, per altri, la via del crimine.

Così – commento da parte mia – se in qualsiasi campo, di coerenza in coerenza si giunge all’apice della verità, di incoerenza in incoerenza si giunge all’abisso dell’assurdità.

Eccolo. Per i più pantofolai e languidi tra i centristi, qui si apre un bivio assolutamente arbitrario.

In presenza di un destrista del tutto coerente, tali centristi pensano subito alla violenza, ai campi di concentramento e al genocidio. Ma di fronte a un uomo di sinistra del tutto coerente – a un comunista, per esempio – i centristi di cui parlo fanno una distinzione. Se si tratta di un comunista dedito esclusivamente allo studio e alla mera diffusione dottrinale e pacifica delle sue convinzioni, lo considerano un cittadino irreprensibile, degno di rispetto e forse persino di simpatia. Guardandolo, nessuno pensa alla prigione della Lubjanka, né ai campi di concentramento della Siberia, né agli ospedali di tortura neuropsichica, né tantomeno alla cortina di ferro. A tutti gli effetti, il comunista pacifico non è percepito come un estremista da tali “uomini di centro”. Per loro, l’uomo di sinistra è estremista solo quando aggredisce, rapisce e ruba.

In sintesi, due pesi e due misure. Quando si va a destra, la coerenza è vista come qualcosa che porta necessariamente al crimine. E quando si va a sinistra, è vista come perfettamente distinguibile dal crimine, al quale solo “per accidens” può portare.

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Ora spetta a me rispondere se sono un uomo di destra. Lo sono, pura e semplicemente. Ma rivendico per me, con la massima forza – la forza della logica – il diritto di arrivare alle ultime e più alte conseguenze dottrinali dei principi che professo, senza che nessuno mi tacci di essere un sostenitore di violenze che non ho mai giustificato, né incoraggiato, né praticato.

E lo dico guardando l’ometto della domanda insidiosa e i centristi comodi e languidi di cui egli è un esemplare, affermando loro ancora: in quanto uomo in regola con tutte le leggi divine e umane, e con tutte le esigenze della logica, sono davvero, e al cento per cento, un uomo di destra.

Di estrema destra? Lascio rotolare con disprezzo per terra la parolaccia “estremo”, che per molti suona quasi come un’imprecazione.

Rivendicando la mia autenticità e la mia integrità in materia di destra, metto in discussione l’autenticità e l’integrità del mio ometto e dei suoi simili in materia di centro. Se il centro è, per definizione, l’equidistanza tra due estremi, con quale diritto si definiscono centristi, nonostante siano così illogicamente e aggressivamente contrari al conservatore non violento, e così affabilmente rispettosi del progressista non violento?

Mi sembra che, definendo me stesso, io definisca loro. O, in altre parole, alla luce della mia definizione, essi definiscono sé stessi: centristi, non lo sono.

Cosa saranno? Lo dicano loro, con la stessa franchezza con cui ho appena detto chi sono.

Da parte mia, li vedo come autentici, ma timidi e mascherati, di sinistra.

Nota: Traduzione senza revisione dell’autore. I grassetti sono del nostro sito.

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