Allegria per decreto – “O Legionário”, n. 165, 17 febbraio 1935

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di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Mancano ancora tredici giorni al Carnevale, e già si nota ovunque una straordinaria preoccupazione per i festeggiamenti organizzati dal Comune.
La realtà è che il Carnevale è essenzialmente incompatibile con l’indole dei paulisti, che sono per natura seri, laboriosi e discreti e non tollerano l’allegria sfrenata e irreale dei festeggiamenti carnevaleschi. E la prova più evidente di questa affermazione è il declino del carnevale brasiliano per eccellenza, quello del corso dell’Avenida Paulista, che viene gradualmente eclissato dal carnevale molto più cosmopolita dell’Avenida Rangel Pestana.
In generale, si può già affermare che il carnevale è molto più un divertimento per gli stranieri residenti a San Paolo che per i paulisti stessi, che assistono da lontano o partecipano solo timidamente alle farandole carnevalesche.
Se da alcuni anni a questa parte il carnevale si è denazionalizzato perché non è più celebrato su larga scala dai brasiliani, molto più antica è la sua denazionalizzazione per quanto riguarda il modo in cui viene solitamente celebrato.
Infatti, se qualcuno assiste a un ballo ufficiale, di quelli che richiedono smoking o addirittura frac, e che comportano un’esibizione di costumi pensati più per stupire che per far ridere, potrebbe forse ricordare gli innocenti scherzi del carnevale, che tanto piacevano ai nostri nonni?
Dove è finito il vecchio carnevale di San Paolo, fatto apposta per far ridere (con espedienti quasi selvaggi, come secchi d’acqua, intrecci di piedi, arance, ecc. Ha ceduto il posto a un carnevale alla moda di Nizza, esclusivamente sensuale, in cui l’allegria degli spiriti non è più un’innocente ilarità, come quella dei nostri nonni, ma la festa dei sensi messi in uno stato di sovreccitazione.
Il vecchio carnevale, quindi, è morto. E ciò a cui il signor Fábio Prado [allora sindaco di São Paulo, n.d.c.], a colpi di decreti e a costo di infusioni di denaro, vuole dare nuova vita non è altro che un costume pagano e moderno.
Un’azione delle autorità a beneficio del carnevale è doppiamente assurda, poiché lo è nei suoi fini e nei suoi mezzi.
L’azione governativa si svolge in tutti i 365 giorni dell’anno, in un senso invariabilmente orientato alla protezione della piccola economia, attraverso le Casse Economiche, alla protezione della salute pubblica, attraverso costosi servizi federali, statali e municipali organizzati a questo scopo, alla lotta alla criminalità attraverso la protezione di tutte le istituzioni pie o educative in generale.
Nei tre giorni di carnevale, però, ecco che le autorità si alleano con i loro nemici di tutto l’anno, contro gli interessi generali della popolazione!
Se dovessimo contare il numero di piccole economie domestiche che vengono definitivamente sbilanciate in occasione del carnevale, potremmo vedere fino a che punto i festeggiamenti di Momo sono una bomba aspirante che succhia i centesimi delle classi povere, conducendoli nelle tasche intorpidite degli sfruttatori del carnevale.
Se dovessimo fare il conto dei mali che gli eccessi carnevaleschi causano, direttamente o indirettamente, vedremmo che il numero delle loro vittime è forse superiore al numero delle persone curate in molti istituti di beneficenza costruiti con grandi sacrifici pubblici.
Se prendessimo in considerazione l’aumento della criminalità di ogni genere, di cui il carnevale è agente, vedremmo che ruba alla virtù molte più pecore di quante la polizia riesca a “rubare” al crimine con la sua azione preventiva.
Eppure, in un’inspiegabile incoerenza, ecco le autorità che danno man forte al carnevale.
Ma dove l’assurdità di questo tentativo di ringiovanire il carnevale diventa più evidente è proprio nella sua artificialità.
Cosa può esserci di sincero e spontaneo in questa allegria stabilita per decreto municipale, reclamata dai manifesti affissi per le strade e alimentata da un colossale sperpero di denaro pubblico?
Non sarebbe assurdo che il Comune volesse decretare che, per tre giorni all’anno, tutti i cittadini devono rimanere a casa e piangere? Qual è la causa di tanta tristezza? Il pianto non è una cosa che si può ordinare. Ognuno ride o piange a seconda delle vicissitudini della propria vita privata. Così argomenterebbe, senza dubbio, il più irriducibile amico del carnevale.
Se riconosciamo che sarebbe assurda questa tristezza per decreto, perché non riconoscere anche che è artificiale questa gioia promulgata da un’ordinanza del Comune? Perché non riconoscere l’insincerità di questa gioia che esplode ovunque, molto più come un rito artificiale e satanico di rivolta contro le difficoltà della vita quotidiana, che come espressione sincera di gioia sincera e spensierata, che da tempo è scomparsa dal cuore degli uomini e che, certamente, i festeggiamenti del carnevale non possono fornire?
Nel far ridere il popolo di San Paolo in un momento così carico come quello che sta vivendo il mondo attualmente, ai promotori del carnevale non viene in mente l’opera di Leoncavallo? [intitolata “Pagliacci”, n.d.c.]
Parliamo senza il minimo parti pris e non abbiamo minimamente intenzione di responsabilizzare o meno le nostre autorità per le difficoltà del momento attuale. Ma proprio quando la missione Souza Costa, spinta dalle necessità, sta per trascinare la sovranità brasiliana ai piedi dei magnati americani o europei, è opportuno coronare questa terra umiliata dalla sventura con una statua del Re Momo? Se questa statua potesse parlare, cosa ci direbbe se non il triste: “ridi pagliacci”?

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