
Quando la Santa Chiesa esaminava la vita e le opere dei candidati alla gloria degli altari, le sottopone a un’analisi rigorosa, in cui vengono individuati e discussi tutti i possibili ostacoli alla beatificazione o alla canonizzazione [qui, nel caso concreto in questione, secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917]. In questo compito, è diventata classica la figura dell’«avvocato del diavolo» (il cui titolo vero è «Promotore della Fede»), incaricato di sollevare anche le più piccole e, si direbbe, le più fastidiose obiezioni. Un ruolo ingrato, ma meritorio, che tuttavia rende evidente a tutti i fedeli – e anche ai non credenti – la massima serietà con cui la Chiesa iscrive un Servo di Dio nel catalogo dei Santi o dei Beati.
La gente comune, tuttavia, non ha idea del rigore con cui vengono effettuati questi esami.
Ci è sembrato interessante presentare qui un estratto del processo di canonizzazione della grande Serva di Dio che fu Santa Teresa del Bambino Gesù.
La Sacra Congregazione dei Riti sottopose i suoi scritti all’esame di un teologo censore (il cui nome non è riportato), il quale emise ex officio un giudizio contenente tutte le difficoltà che tali scritti potevano presentare dal punto di vista della loro conformità alla dottrina cattolica. A queste osservazioni hanno brillantemente risposto gli avvocati della causa, della stessa Sacra Congregazione, Aloisio Toeschi e Adolfo Guidi.
Entrambi i documenti – di cui riportiamo di seguito alcuni estratti – sono ricchi di insegnamenti e mostrano con quale spirito devono essere analizzate le opere dei Servi di Dio candidati alla beatificazione. In particolare, il parere degli avvocati della Causa di Santa Teresina mostra come – se interpretate in malam partem (con uno spirito sfavorevole e preconcetto) – nemmeno le opere dei più grandi Dottori della Chiesa sarebbero al riparo da critiche inadeguate e ingiuste.
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Giudizio del Teologo Censore sugli scritti della Serva di Dio Teresa del Bambino Gesù
Essendomi stato affidato l’incarico di esaminare gli scritti della Serva di Dio Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto, suora professa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze del Convento di Lisieux, al fine di esprimere un parere su tali scritti, in qualità di teologo censore, ho cercato, per quanto mi è possibile, di adempiere rettamente a questo dovere.
A tal fine, dopo aver prestato giuramento davanti al Cancelliere della Sacra Congregazione dei Riti, ho letto attentamente e diligentemente gli scritti della Serva di Dio che mi sono stati consegnati.
Questi scritti consistono in quattro volumi manoscritti (segue l’elenco dei volumi e del materiale che ciascuno contiene).
Non ho trovato nulla in questi scritti che sia contrario alla retta fede e ai buoni costumi, o che sia estraneo al sentimento comune e alla consuetudine della Chiesa. Al contrario, essi trasudano un amore intensissimo per Cristo, il desiderio veemente di soffrire per Lui, un ardente zelo per le anime, nonché un giudizio rettissimo sulla natura della perfezione cristiana e sulla necessità dell’umiltà per raggiungere tale perfezione. Come risultato di un’attenta lettura di questi scritti, la mente si illumina, il cuore si infiamma, la pietà aumenta, il fervore si rinnova.
Tuttavia (e questo non deve stupirci, dato che la pia suora non si era applicata alle scienze teologiche) qua e là si trovano punti che possono offrire difficoltà, poiché non sono molto in accordo con il modo di esprimersi degli autori approvati che trattano di materie ascetiche.
Così, nel vol. I, p. 71, parlando del giorno in cui ricevette per la prima volta la comunione eucaristica, la Serva di Dio scrive: «Teresa era scomparsa come la goccia d’acqua che si perde nell’oceano, Gesù rimaneva solo, Lui era il Maestro, il Re. Teresa non gli aveva chiesto di toglierle la libertà, perché la sua libertà le faceva paura». E nel vol. II, fl. 178 verso, dell’oblazione che lei fa a Dio di sé stessa, dice: «Ti chiedo di togliermi la libertà di dispiacerti». Ora, chiedere a Dio di toglierci la libertà sembra riprovevole, perché è chiedere qualcosa contro l’ordine della Divina Provvidenza, che ci ha dato la libertà per meritarla. È anche riprovevole se, con queste parole, la pia suora ha chiesto a Dio di non poter più peccare, poiché ciò equivarrebbe alla conferma nella grazia, che è senza dubbio un privilegio, e i privilegi non dobbiamo chiederli nella preghiera. Si può tuttavia credere che la pia vergine desiderasse solo che Dio non le permettesse di abusare della sua libertà per peccare, ed espresse il suo desiderio in termini impropri.
— Allo stesso modo, nel vol. I, p. 101, si legge: «La fede e la speranza non erano più necessarie, poiché l’amore ci faceva trovare sulla terra ciò che cercavamo». Non è vero che la fede e la speranza non sono necessarie mentre peregriniamo verso il Signore, poiché l’amore caritatevole, in via, sebbene ci unisca intimamente a Cristo e ci faccia gustare in qualche modo la sua presenza, richiede sempre la fede, dalla quale è regolato. Le parole della Serva di Dio possono essere correttamente spiegate nel senso che il suo amore per Cristo era così ardente e dolce che non aveva bisogno, come gli altri mortali, di ricorrere ai motivi della fede e della speranza per rimanere fedele al servizio di Dio.
— Allo stesso modo, nel vol. I, p. 102, scrive: «Ero da poco tempo in confessione (direzione spirituale); non dicevo mai una parola dei miei sentimenti interiori; la via che percorrevo era così diritta, così luminosa, che non avevo bisogno di altra guida se non Gesù. Paragonavo i direttori a specchi fedeli che riflettevano Gesù nelle anime e dicevo che, per me, il buon Dio non si serviva di intermediari, ma agiva direttamente». E più avanti (ib., p. 183): «Il buon Dio, volendo mostrarmi che solo Lui era il direttore della mia anima, si è servito proprio di questo Padre che solo io apprezzavo». Dio può, senza dubbio, guidare un’anima immediatamente per mezzo di sé stesso. Di solito, tuttavia, è attraverso il direttore di coscienza che Egli ci conduce sulla via della perfezione; per questo i santi ricorrono sempre alla luce del confessore e gli manifestano i segreti del cuore, così come le grazie ricevute da Dio.
Essere convinti di non aver bisogno della guida del confessore e di essere guidati direttamente da Dio sa di presunzione.
Tuttavia, non dobbiamo supporre una simile presunzione nella Serva di Dio, poiché da molti altri documenti traspare che era dotata di estrema umiltà e che si sottometteva fedelmente alla guida dei Superiori.
— Allo stesso modo, nel vol. I, p. 183, leggiamo: «Un giorno, contrariamente al mio solito, ero un po’ turbata mentre mi recavo alla comunione… e mi dicevo: “Oh! Se oggi riceverò solo metà ostia, questo mi renderà molto triste; penserò che Gesù viene nel mio cuore un po’ a malincuore”. Mi avvicino… Oh, che felicità! Per la prima volta nella mia vita, vedo il sacerdote prendere due ostie ben separate e darmele… Comprendete la mia gioia e le dolci lacrime che ho versato vedendo una così grande misericordia». Se tali parole derivano dall’opinione che la ricezione di più ostie produca un effetto maggiore del sacramento, esse sono riprovevoli: poiché la stessa grazia è conferita sia che se ne riceva una, sia che se ne ricevano più. Tuttavia, poiché ricevendo più ostie le specie rimangono un po’ più a lungo nello stomaco, se la pia suora si è rallegrata di questa permanenza più lunga, non c’è nulla di riprovevole in questo.
— Allo stesso modo, nel vol. I, p. 193, parlando con Dio, lei dice: «Se la vostra giustizia ama scaricarsi, essa che non si estende se non sulla terra ecc.». Questo modo di parlare, come sembra, non è conforme alla verità, poiché Dio esercita la giustizia non solo in questo mondo, ma anche nell’altra vita, punendo i peccatori e premiando i giusti. ….
— Nel vol. II, fl. 17, si nota un’esagerazione quando, scrivendo a suo padre, la Serva di Dio dice: «C’è qualcuno che Dio ama più sulla terra del mio caro papà? Sinceramente non riesco a crederci». Ora, in questa vita, nessuno può sapere chi Dio ama con più amore.
— Allo stesso modo, nel vol. II, foglio 18, in una lettera alla cugina Maria Guérin, dice: «Pensa quindi che Gesù è nel tabernacolo espressamente per te, solo per te». È vero dire a qualcuno: Cristo è presente nel tabernacolo espressamente per te. No, però, che è presente solo per te, poiché è per tutti che Cristo è presente sotto le specie. ….
— Allo stesso modo, nel vol. II, foglio 87 verso, dice alla stessa Celina: «Dico che se Gesù ha detto a proposito di Maria Maddalena che ama di più colui al quale è stato perdonato di più, si può dire lo stesso con più ragione quando Gesù ha perdonato in anticipo i peccati». Questa locuzione — ha perdonato in anticipo i peccati — è ambigua. Può portare all’errore che i peccati siano perdonati prima di essere commessi.
Tuttavia, sembra che, nella mente della Serva di Dio, ciò significhi la preservazione dai peccati. In tal modo, se il peccatore a cui sono stati perdonati molti peccati ama di più Dio, anche colui che, per grazia divina, è stato preservato dal commettere molti peccati ama Dio con maggiore amore.
— Allo stesso modo, nello stesso vol. II, fl. 92 verso, dice che Cristo, con queste parole: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi. Ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo», rispondeva a questa domanda dei Giudei: Dove abiti? Ora, nel Vangelo è chiaro (Mt. VIÏI e Lc. IX) che Cristo pronunciò queste parole dopo che uno degli scribi gli disse: «Maestro, ti seguirò ovunque tu andrai».
— Allo stesso modo, nello stesso vol. II, fl. 112 verso e seguenti, si trova una leggenda che la pia suora compose in occasione della professione di sua sorella Celina, per mostrare il ruolo che avranno i Beati in questa festa.
Si tratta di una pia finzione, in cui la Serva di Dio dà libero sfogo al suo talento. Sono immaginate molte cose che, tuttavia, non corrispondono alla verità. Tra le altre, parlando della gioia dei bambini morti dopo il battesimo, scrive: «Non si sentiranno altro che grida di gioia, e la Madonna sarà costretta a venire a ristabilire la calma in mezzo al gruppo di bambini». E poi, alludendo al momento in cui la sorella emetterà la professione, dice: «In quel momento, la Trinità discenderà nell’anima della mia Celina, conferendole un’innocenza superiore a quella del Battesimo». I Dottori ammettono certamente che la professione religiosa, come il Battesimo, perdona ogni colpa. Non si può tuttavia dire che la professione conferisca un’innocenza superiore a quella battesimale, se non nel senso che il religioso che emette la professione, a causa dell’intenso amore con cui si offre a Dio e dei suoi meriti precedenti, ha una grazia santificante in misura superiore a quella di un bambino appena battezzato. …
— Nel vol. III, pag. 61 e seguenti, si trova un racconto intitolato La fuga in Egitto. In esso c’è un errore, poiché suppone che San Giuseppe sia stato avvertito dall’Angelo della fuga in Egitto mentre era a Nazareth, e che da quella stessa città di Nazareth sia partito per l’esilio con il Bambino Gesù e sua Madre. Tuttavia, come riportato nel Vangelo (Mt. II), l’avvertimento dell’angelo fu dato a Betlemme, e fu da questa città che la Sacra Famiglia partì per l’Egitto. Inoltre, l’intero racconto sembra tratto dagli Apocrifi. In esso si dice che la Sacra Famiglia fu accolta in una caverna di ladri e che lì un bambino affetto da lebbra fu miracolosamente guarito dal Bambino Gesù.
Nel vol. IV, pag. 65 e seguenti, nella poesia che narra la gloria di cui godono in cielo i bambini morti dopo il Battesimo, la Serva di Dio usa figure che non corrispondono bene alla verità. Tra le altre cose, dice che le ginocchia dei Santi sono il trono di questi bambini.
Nonostante queste osservazioni, ribadisco quanto ho detto sopra riguardo agli scritti della Serva di Dio.
Tali scritti possono essere molto utili ai fedeli, per stimolarli sulla via della perfezione; provengono da un’anima totalmente consacrata a Dio, infiammata dal Suo amore, e il cui unico impegno è quello di piacere a Cristo, Sposo delle Vergini.
Ecco tutto ciò che, nell’adempimento del mio dovere, ho ritenuto di dover riferire al Signore.
Roma, 6 dicembre 1912.
(Summarium ex officio del Processo di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio Suor Teresa del Bambino Gesù, suora professa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze nel Convento di Lisieux, fase Bayeux e Lisieux, pp. 1-9).
Risposta alle osservazioni del Rev.mo P. Promotore Generale della Fede
Beatissimo Padre ….
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Il dottissimo Censore Teologo, dopo aver protestato di non aver trovato nulla negli scritti della Serva di Dio «che sia contrario alla retta fede e ai buoni costumi, ovvero estraneo al sentimento comune e alla consuetudine della Chiesa», nonché dopo averli elogiati grandemente, ha aggiunto anche: «Tuttavia (e questo non deve stupirci, dato che la pia suora non si era dedicata alle scienze teologiche) qua e là si trovano punti che possono presentare difficoltà, poiché non sono molto in accordo con il modo di esprimersi degli autori approvati che trattano di materie ascetiche».
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In verità, da ciò non si può trarre nulla contro le virtù della Serva di Dio. Infatti, se le locuzioni più libere e molto spesso anche poco accurate o deviate danneggiassero o sminuissero le virtù di chi scrive, sarebbe già perduta la santità degli autori ecclesiastici e degli stessi Padri e Dottori, che sicuramente non erano affatto immuni da tali difetti. Da qui l’affermazione di Melchior Canus: «In effetti, Dio ha voluto che questa felicità fosse presente solo nei libri divini (in modo che in essi non ci fossero difetti o errori), come ha insegnato in modo gravissimo e verissimo Sant’Agostino. Del resto, non c’è nessuno, anche se erudito e santo, che a volte non si sbagli, altre volte non veda male, e altre ancora non sbaglia» (De Locis Theologicis, lib. VII, cap. 2, concl. 2). A ciò aggiunge Sant’Alfonso la sua parte, osservando bene: Se volessimo scrutare tutti gli equivoci che possono essere presi in malam partem (in senso negativo) negli autori più sensati, si troverebbero mille proposizioni che non potrebbero passare” (Raccolta di lettere, Part. I, Edit. Rom., p. 152).
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Sebbene detto in modo generico, ciò sarebbe sufficiente per il nostro caso. Ciononostante, alcune cose che il Censore ha notato, egli stesso spiega, del resto in accordo con il pensiero del Maestro del nostro diritto, Benedetto XIV. Infatti, egli pone innanzitutto sotto gli occhi di coloro che sono incaricati della revisione delle opere dei Servi di Dio le regole insegnate dai saggi, che conviene impiegare nella lettura delle opere dei Padri o degli Scrittori. Di queste regole, la prima è che le loro affermazioni, per quanto possibile, devono essere prese in benigniorem partem (nel senso più benigno) (Benedetto XIV, lib. II, cap. 28, n. 8). Mostreremo che in alcune cose della Serva di Dio non c’è nulla da censurare, mentre in altre bisogna essere indulgenti con il suo talento poetico.
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Ecco perché il Censore spiega in che senso si possono interpretare quelle parole che la Serva di Dio ha scritto: «Ti chiedo di togliermi la libertà di dispiacerti», cioè che Dio non le permettesse di abusare della sua libertà per peccare. Il che va bene, poiché le parole seguenti suonano così: «Se per debolezza talvolta cado, il tuo Divino Sguardo purifica la mia anima ecc. Lo stesso che ha chiesto questa Serva di Dio, lo ha chiesto anche Santa Caterina da Siena, la quale, come riferisce Cornelio a Lapide (In Zachariam IX, vers. 17, in fine), «CHIEDEVA CHE LE FOSSE TOLTA LA SUA VOLONTÀ e il suo cuore, e pregava: cor mundum crea in me Deus …., Cristo, esaudendola, le tolse il cuore ecc. Così racconta nella sua vita Raimondo, che fu suo confessore e in seguito Generale dell’Ordine di San Domenico».
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Il Censore spiega bene anche queste altre parole della Serva di Dio: «La fede e la speranza non erano più necessarie, poiché l’amore ci faceva trovare sulla terra Colui che cercavamo». Infatti, chi aderisce al Signore, cioè chi è unito a Lui da una grande carità, unus Spiritus est, et VIVIT in eo Christus, come testimonia l’apostolo San Paolo. Per questo il Censore scrive: «Le parole della Serva di Dio possono essere correttamente spiegate nel senso che il suo amore per Cristo era così ardente e dolce che non aveva bisogno di ricorrere ai motivi della fede e della speranza per rimanere fedele al servizio di Dio». Ciò, in verità, è magnificamente confermato da tutti gli Atti.
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Segue l’osservazione sul direttore spirituale. Ma questa si riferisce solo a una parte dell’infanzia della Serva di Dio, come si può vedere nel Summarium, p. 285, dove la VI Testimone: Interrogata se la Serva di Dio, nella direzione della propria vita spirituale, chiedesse consiglio ad altri, soprattutto ai maestri spirituali, rispose: «Quando Suor Teresa del Bambino Gesù dice, nella sua vita, che la sua via era così luminosa che non sentiva il bisogno di ricorrere ad altre guide se non Gesù, quando aggiunge che i direttori sono specchi che riflettono Dio nelle anime, ma che, per lei, Dio la illuminava direttamente, non stabilisce il principio che è sempre illuminata direttamente da Dio e non ha bisogno del consiglio dei direttori. Parla di un momento preciso della sua vita in cui effettivamente nessuna oscurità rendeva incerta la sua via; si tratta dei due anni che precedettero il suo ingresso nel Carmelo. Ma nel Carmelo, il sole si velò per la Serva di Dio, e lei cercò avidamente di essere illuminata, diffidando del resto delle sue stesse luci. L’ho vista consultare non solo i padri, ma anche, nel convento, coloro che avevano autorità su di lei, e persino altre madri anziane, come Madre Genoveva, la nostra fondatrice, Madre Cuore di Gesù, ex priora del Carmelo di Coutances, e seguire anche i miei consigli personali.
«So che confidava tutto ai sacerdoti: i suoi timori di offendere Dio, i suoi desideri di diventare santa, le grazie che riceveva dal cielo; chiese a padre Alexis di approvare la sua via di abbandono e di fiducia; sottopose ai sacerdoti il suo atto di Offerta all’amore misericordioso; infine, chiese a molti aiuto e consolazione per comportarsi con prudenza nella sua grande prova contro la fede».
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Lo stesso tema è stato trattato anche dal Promotore della Fede nelle sue osservazioni, alle quali la difesa ha dato spiegazioni adducendo altri testimoni, salvo errori. Del resto, lo stesso Censore, come a revocare la sua osservazione, scrive: «Non dobbiamo supporre una simile presunzione nella Serva di Dio, poiché traspare da molti altri documenti che ella era dotata di MASSIMA UMILTÀ e che SI SOTTOMETTEVA FEDELMENTE ALLA DIREZIONE DEI SUPERIORI». Questo è ciò che la difesa ha cercato di mettere in luce.
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Se il teologo Censore avesse avuto tra le mani il processo Ordinario, credo che avrebbe omesso di segnalare le parole della Serva di Dio: «Oh! Se oggi riceverò solo metà ostia, questo mi renderà molto triste; penserò che Gesù viene con riluttanza nel mio cuore!». Ed ecco che il sacerdote le somministra due ostie intere e «ben separate». La distinzione che ha fatto il Censore scrivendo: «Se tali parole derivano dall’opinione che la ricezione di più ostie produca un effetto maggiore del Sacramento, esse sono riprovevoli ecc.», ritengo che non sia pertinente. Poiché la Serva di Dio non poteva pensare che un effetto maggiore del Sacramento derivasse dal consumo di più ostie, ciò è ben dimostrato da quanto si legge nel Summarium, p. 876: Rivolgendosi un giorno alla sorella, la Serva di Dio disse: «Vi ringrazio per aver chiesto che mi fosse data solo una parte della Santa Ostia. Ho avuto ancora molta difficoltà a deglutire. Ma quanto mi sentivo felice di avere il Buon Dio nel mio cuore!». Al contrario, si è portati a pensare che quelle parole debbano essere attribuite al grato animo della Serva di Dio che, per un fatto insolito e non così facile da spiegare, avrebbe visto respinto, dalla divina bontà, il pensiero importuno che aveva avuto: «Penserò che Gesù viene come a malincuore nel mio cuore».
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Vengono citate anche altre parole della Serva di Dio: «Se la vostra giustizia ama scaricarsi, essa che non si estende se non sulla terra ecc.» … Dio, dice il Censore, esercita la sua giustizia anche nell’altra vita. Molto bene. Tuttavia, la Serva di Dio parlava delle anime che si offrono alla giustizia di Dio come vittime, e alle quali Dio può chiedere pene per i peccati degli altri.
Ma questo avviene in questo mondo – «sulla terra» – e non nell’altra vita: «Pensando un giorno alle anime che si offrono come vittime alla giustizia di Dio, al fine di allontanarla attirando su di sé le punizioni riservate ai peccatori…». Avrebbe potuto la Serva di Dio ignorare ciò che è elementare nella catechesi cristiana, cioè che Dio anche nell’altra vita, e ancor più soprattutto in essa, esercita la sua giustizia? Lo diciamo con l’autorità di Benedetto XIV, che prescrive ai Revisori: «Giudicherete l’opinione di uno scrittore non da una particella, ma dall’intero contesto dello scritto» (Lib. II, cap. 28, n. 9). ….
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Ovviamente (ci riferiamo a ciò che lei scrive a suo padre) all’amore dei figli si possono permettere alcune espressioni che, prese di per sé, possono sembrare eccessive. Soprattutto se si possono permettere alla Serva di Dio, che conosceva molto bene l’eccellente virtù di suo padre. «Ci sono pochi padri — dice un’altra delle sue figlie (Summarium, p. 397) — che hanno tanti titoli al riconoscimento dei propri figli. Tutta la sua vita non è stata altro che una devozione piena di tenerezza nei nostri confronti». Sappiamo che i punti che sono stati sottolineati non devono essere presi in senso stretto. Altrimenti, anche quel preconio di lode: «Non est inventus similis illi» — «non se ne è trovato un altro simile a lui», ecc., che la Chiesa applica a ciascuno dei Santi, non mancherebbe di essere un’esagerazione. Quante volte, presi dall’ammirazione per qualcosa, diciamo: «Niente di più bello, niente di più sublime». Eppure, molte cose ci sono state e molte altre ci saranno più belle e più sublimi. L’amore si affligge con un ragionamento rigido. Che giudizio darebbe un eccellente teologo se dovesse rivedere un libro di San Bonaventura sugli stimoli dell’amore e vi leggesse: «In tantum me diligis Deus meus, ut te odisse videaris» — «Mi ami tanto, mio Dio, che mi sembra di odiarti»?
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Continuando, il Censore scrive: «In una lettera alla cugina Maria Guérin, dice: “Pensa quindi che Gesù è nel tabernacolo espressamente per te, solo per te”. È vero dire a qualcuno: “Cristo è presente nel tabernacolo espressamente per te”. Non però che è presente solo per te, poiché è per tutti che Cristo è presente sotto le specie». Bene. Ma la Serva di Dio non lo sapeva? Non sapeva che Cristo è nel Sacramento dell’Eucaristia per sua cugina, per sé stessa e per tutti? Per non cadere in un simile assurdo, c’è questa via facilissima, cioè, capire quella parola “pensa” nel senso della parola italiana “imagina — figurati”. E non mi sembra che si debba forzare quella parola ad avere questo significato. …
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Non aggiungerò nulla a quanto osservato dal Teologo Censore a pagina 7 del suo parere sull’ambiguità di alcune parole, e accetto volentieri le sue spiegazioni. Tuttavia, la Serva di Dio si riferiva a sé stessa quando parlava di “perdonare in anticipo i peccati”, poiché riteneva e confessava, come risulta dagli Atti, di essere dotata di una tale indole per natura che, se non fosse stato per l’abbondante aiuto della grazia di Dio e se non avesse ricevuto dai suoi genitori un’ottima educazione, avrebbe potuto facilmente smarrirsi: «La Serva di Dio era convinta che, senza un aiuto particolare da parte di Dio, non si sarebbe salvata. — “Con una natura come la mia”, scrive, “se fossi stata educata da genitori senza virtù, sarei diventata pessima, e forse mi sarei addirittura precipitata nella perdizione eterna”. Tutti i peccati che si commettono sulla terra, e dai quali era stata preservata, le sembravano come perdonati in anticipo, poiché si sentiva capace di cadere in essi. Nel luglio 1881 mi scrisse: «Se Gesù disse a Maddalena che ama di più colui che ha perdonato di più, lo stesso si può dire, con molta più ragione, quando Gesù ha perdonato in anticipo i peccati…». Più tardi scrisse ancora: «Gesù vuole che io lo ami perché mi ha perdonato, non molto, ma tutto.
Mi ha perdonato in anticipo, impedendomi di cadere» (Summarium, p. 410, in fine)». Da ciò si vede che l’opinione della Serva di Dio concorda perfettamente con la spiegazione del Censore.
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Nulla, se non una mancanza di memoria, si può obiettare riguardo ai due passaggi indicati dal Censore, uno riferito alla risposta di Cristo alle parole di uno degli scribi: «Maestro, ti seguirò ovunque tu vada», che si trova verso la fine della p. 7; l’altro, che si trova alla fine della p. 8 e si riferisce alla Fuga in Egitto. Si tratta di errori materiali, che devono essere attribuiti a qualche lapsus di memoria, a cui anche una persona molto erudita può essere soggetta. La sua narrazione della Fuga sembra al venerabile teologo essere stata tratta dagli Apocrifi. Confesso che non capisco bene come si possa dire sembra in relazione a ciò che è in realtà: perché o proviene da questa fonte o non proviene. Ma se è così, cosa che non voglio mettere in dubbio, faccio fatica a credere che la Serva di Dio lo abbia fatto immediatamente. In realtà, non è facile pensare che tali vangeli potessero trovarsi in una biblioteca di suore. Piuttosto, sono portato a pensare che lei abbia tratto i dati da qualche autore pio, che a sua volta li ha tratti da quei vangeli. Non c’è alcuna traccia negli Atti che dimostri che la Serva di Dio si sia mai dilettata nella loro lettura. …
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Rimangono ancora due o tre punti del parere del Censore, pp. 7 e 9, sui quali vorremmo rapidamente fare alcune osservazioni. La prima è che tali cose provengono soprattutto dalla facoltà poetica, che la Serva di Dio possedeva in alto grado. Dai poeti nessuno in sano senno richiederà un ragionamento rigido e che corrisponda interamente alla verità. È proprio dei poeti abbandonarsi alla fantasia, adornare con immagini splendide le cose e i pensieri, elevarsi al di sopra del linguaggio comune e pedestre, anche quando usano la prosa. E, in realtà, per avere vera poesia, non è necessaria la misura metrica, né quel suono regolare al quale, secondo Orazio, siamo abituati con le dita e l’orecchio.
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Ecco perché è lecito alla Serva di Dio «multa imaginari», come dice il Censore, in quella pia finzione che appare all’inizio della p. 8, e che tuttavia non è conforme alla verità, riguardo a ciò che lei ha detto della gioia dei bambini che muoiono dopo il battesimo: «Non si sentiranno altro che grida di gioia, e la Madonna sarà costretta a venire a ristabilire la calma in mezzo al gruppo di bambini». Se da questa immagine è assente la verità ontologica, non lo è invece una gentile delicatezza di pensiero.
Riguardo a ciò che lei ha detto, che sua sorella, nella professione dei voti, avrebbe acquisito un’innocenza battesimale superiore, lo attribuiamo all‘affetto o all’esagerazione poetica. Tuttavia, lo attribuiamo ancora di più al senso che piace al nostro Revisore, per il fatto che la Serva di Dio poteva essere un’ottima testimone «dell’intenso amore con cui si offriva a Dio e dei suoi meriti precedenti».
Se non è conforme alla verità ciò che lei scrive «nella poesia in cui narra la gloria di cui godono in cielo i bambini morti dopo il battesimo, il cui trono sono le ginocchia dei Santi», sarà forse conforme alla verità ciò che la Chiesa canta dei martiri innocenti con Prudenzio:
«Voi… sotto l’altare stesso, gli innocenti
Con la palma e le corone vi divertite»?
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E lo stesso si deve dire di quel passo in cui lei immagina poeticamente i suoi fratellini che vengono incontro alla sorella Celina: «I quattro cherubini, le cui ali hanno appena sfiorato la terra, accorrono e contemplano estasiati la loro amata sorella: essi sperano, avvicinandosi a lei, di partecipare al merito delle sue sofferenze; in cambio, riflettono su di lei lo splendore immacolato dell’innocenza e di tutti i doni che il Signore ha loro prodigato gratuitamente». Poiché non sembra inappropriato che la loro speranza possa essere spiegata nel senso dell’attesa di un evento futuro, è lecito ritenere che la Serva di Dio abbia voluto dipingere con colori poetici una certa partecipazione dei meriti tra gli eletti di Dio, partecipazione come per la perfezione della gioia e della gloria.
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Questi sono i punti delle osservazioni del dotatissimo Teologo Censore sugli scritti della Serva di Dio che abbiamo rapidamente toccato, dei quali volentieri non ci saremmo occupati, se non ci avesse obbligato a farlo l’osservazione dell’eccellente Promotore della Fede. Che i Reverendi Padri ci perdonino se in qualcosa siamo stati poco graditi, ciò che in verità supponiamo, o se abbiamo detto qualcosa che vi sembra meno degno di approvazione. ….