Il secolo della morte, della guerra e del peccato (un riassunto di “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”)

di Plinio Corrêa de Oliveira

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Dall’opera “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, Edizione del cinquantenario (1959-2009), Presentazione e cura di Giovanni Cantoni, Sugarco Edizioni, pag. 209-217 (*)

 

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La guerra, la morte e il peccato si apprestano a devastare nuovamente il mondo, questa volta in proporzioni maggiori che mai. Nel 1513 il talento incomparabile di Dürer li rappresentò sotto forma di un cavaliere che parte per la guerra, completamente rivestito della sua armatura, e accompagnato dalla morte e dal peccato, quest’ultimo rappresentato da un unicorno

Leone XIII, nella sua lettera apostolica Pervenuti l’anno vigesimoquinto [19-3-1902], insegna che il mondo contemporaneo, con il suo progresso, le sue crisi, la sua opulenza e la sua debolezza, è figlio di due influenze non solo diverse, ma perfino contrastanti. Da un lato la civiltà cristiana, costruita dalla Chiesa sulla grande base delle virtù di fede, castità, disciplina ed eroismo, che i missionari dell’Alto Medioevo piantarono nell’anima rude dei barbari, e d’altro lato il mondo scettico, sensuale, egoista e ribelle, che nacque con l’eresia di Lutero, si affermò con la Rivoluzione francese, e cerca oggi di giungere, con il trionfo del comunismo, alla realizzazione di uno stato di cose pienamente conforme alle sue più fondamentali disposizioni spirituali.

Questo pensiero profondo, che dovrebbe essere, a mio avviso, l’idea direttrice di tutto l’insegnamento della storia medioevale, moderna e contemporanea negli istituti cattolici di insegnamento secondario e universitario, illumina quanto vi è di più essenziale nella grande crisi dei nostri giorni. è impossibile, nei limiti forzatamente ristretti di un articolo, mettere in evidenza tutte le verità che contiene. Nonostante questo, cercheremo, alla luce di esso, di sistematizzare alcune idee generali che aiuteranno il lettore a prendere posizione di fronte ai problemi attuali.

Gerarchia e Rivoluzione

Cominciamo a fissare alcune caratteristiche della dottrina cattolica e della civiltà cristiana, così come si è realizzata nel Medioevo. Notiamo anzitutto che la concezione cattolica di Dio e della creazione è essenzialmente e profondamente gerarchica:

  1. Dio è un essere personale e trascendente, l’Essere per eccellenza, che possiede in sé tutta la vita e tutte le perfezioni. Gli altri esseri sono stati creati da Dio dal nulla, e ritornerebbero al nulla se in ogni momento Dio non li conservasse in esistenza. Le loro qualità sono solo un riflesso delle perfezioni di Dio. Il loro unico fine è servire e dare gloria a Dio. Tra Dio e le creature c’è, dunque, la disuguaglianza più profonda che si possa immaginare.
  2. Le creature a loro volta sono tra di loro disuguali. Gli angeli sono puri spiriti. Sotto a essi stanno gli uomini, nello stesso tempo spirituali e materiali. Vengono poi, in ordine decrescente, gli animali, i vegetali e i minerali. In ciascuna di queste categorie vi sono ancora numeroso gerarchie. Per parlare soltanto degli esseri intelligenti, gli angeli sono divisi in nove cori sovrapposti e disuguali tra loro. Gli uomini, riuniti nel seno della Chiesa, sono stati creati da Dio per diversi gradi di santità e, secondo la loro corrispondenza a questo piano divino, hanno posizioni disuguali agli occhi di Dio, nelle file della Chiesa trionfante, purgante o militante. Queste disuguaglianze si traducono in un culto. L’uomo presta un culto di latria a Dio, di dulia agli angeli e ai santi.
  3. Tra queste disuguaglianze, ancora, non si può tralasciare di ricordare la persona divina e umana di nostro Signore Gesù Cristo, che in quanto Verbo Incarnato, “Deus de Deo, lumen de lumine”, è infinitamente superiore a tutte le creature e nella sua umanità è inferiore per natura agli angeli, ma merita di essere adorato dagli angeli non solo nella sua divinità ma anche nella sua umanità. E la Madonna, che in quanto Madre dell’Uomo-Dio, sebbene infinitamente inferiore a Dio e inferiore per natura agli angeli, è incommensurabilmente superiore a questi agli occhi di Dio, come madre e come santa, così da meritare di essere servita come regina dagli angeli!
  4. A loro volta, nella struttura della Chiesa militante, quante disuguaglianze! La Chiesa si divide in due classi radicalmente diverse: la Gerarchia cui tocca insegnare, governare e santificare, e il popolo cui tocca essere governato, istruito e santificato. Per quanto nitida sia questa disuguaglianza, lascia ancora posto per un altro elemento di diversificazione e disposizione a diversi livelli. Tra la Gerarchia e i fedeli “si inserisce lo stato di vita religioso, che si origina dalla Chiesa stessa, e ha la sua ragione di essere e il suo valore nella sua intima coesione con il fine della Chiesa, che consiste nel portare tutti gli uomini alla santità” (Pio XII, Discorso “Annus sacer”, ai partecipanti al Congresso generale di tutti i Religiosi, dell’8-12-1950).
  5. Come se non bastassero queste disuguaglianze nella struttura della Chiesa, quante differenze di livello nel cuore della stessa Gerarchia, sia dal punto di vista della giurisdizione che della dignità: dal semplice chierico al diacono, e da questo al sacerdote, al canonico, al monsignore, al vescovo, all’arcivescovo, al patriarca, al cardinale, e tralasciamo senza ulteriori riferimenti le differenze tra i canonici onorari e quelli capitolari, i diversi gradi di del monsignorato, i vescovi titolari, ausiliari, coadiutori, diocesani, gli arcivescovi-vescovi e quelli metropolitani, i cardinali diaconi, i cardinali presbiteri e i cardinali vescovi fino al Papa, che riunisce in sé la pienezza del governo, del magistero, del sacerdozio e della dignità, quanti gradi, quante sfumature, che inesauribile ricchezza di disuguaglianze!
  6. Tocchiamo qui la pietra di paragone di questa parte della nostra esposizione. C’è una virtù grazie alla quale l’uomo ama la superiorità infinita di Dio, e la superiorità finita delle creature che Dio ha posto sopra di lui per talento, bellezza, potere, ricchezza o virtù: è l’umiltà.

Questa virtù ci porta a provare gioia per il fatto che gli altri abbiano più di noi. In un mondo in cui ci sia l’umiltà non vi è nulla di più amabile e comprensibile della gerarchia. Dal momento in cui l’umiltà cessa di esistere, nulla di più inevitabile dell’odio per la gerarchia, della sete di livellamento e, conseguentemente, della Rivoluzione. Umiltà e gerarchia, orgoglio e Rivoluzione sono, dunque, termini connessi. Per questo la prima Rivoluzione è stata il “non serviam” del primo, del grande, dell’eterno orgoglioso.

  1. Esplodendo nel seno di una Chiesa gerarchica in tutte le sue concezioni, in tutta la sua dottrina, in tutto il suo essere, cosa fece il protestantesimo? L’opera dell’orgoglio e della rivolta: mise sullo stesso piano tutte le sette, proclamando il libero esame, negò il magistero della Chiesa, facendo di ogni uomo il Papa di se stesso. Con le sue concezioni sulla Messa e sul Sacerdozio, ridusse il sacerdote a un semplice delegato dei fedeli, e fece di ogni fedele il sacerdote di sé stesso. In apparenza, continuarono a esserci tra i protestanti sacerdoti e laici: ma si tratta di una differenza puramente accidentale e non come quella che separa, nella Chiesa cattolica, l’unto del Signore dal resto dei fedeli. Anche su questo clero così sminuito nella sua essenza, i protestanti esercitarono la devastazione della loro azione livellatrice. Abolito il Papa, vi furono sette che abolirono i vescovi e altre giunsero a prescindere praticamente dai sacerdoti. Gli ordini religiosi furono soppressi. Il furore ugualitario entrò anche nelle relazioni tra la Chiesa trionfante e la Chiesa militante, si negò il culto degli angeli e dei santi, la regalità di Maria su tutta la creazione.
  2. Nel Medioevo la società civile era organizzata in forme sensibilmente simili a quelle della Chiesa. Al vertice un capo supremo, l’imperatore romano-germanico. Sotto di lui i rei, e successivamente i vari gradi della aristocrazia feudale, e la plebe, anch’essa divisa in vari strati sociali ed economici, fino al servo nell’agricoltura, o, nell’industria, all’apprendista delle corporazioni.

Concesso in Europa il diritto di cittadinanza al protestantesimo, e quindi allo spirito di rivolta e di livellamento, sarebbe pensabile che esso avesse lasciato incolume, sul piano temporale, un tipo di organizzazione che aveva appena distrutto nella sfera spirituale?

La causa più profonda della Rivoluzione francese sta proprio in questo. Il “dogma” del libero esame avrebbe prodotto presto o tardi il “dogma” della sovranità popolare. La caduta del Santo Impero, la generalizzazione del sistema repubblicano in Europa, l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia, l’introduzione dell’uguaglianza assoluta nella sfera politica con il suffragio universale. tutto questo fu fatto sotto l’ispirazione di un misticismo politico ugualitario che è chiaramente figlio del misticismo ugualitario religioso dei protestanti.

  1. L’unica disuguaglianza rimasta dopo la Rivoluzione francese fu quella economica. Chi è l’erede della Rivoluzione che estenderà a questa sfera il livellamento? Il comunismo. Il giorno in cui vincesse, l’opera livellatrice di Lutero avrebbe trionfato su tutto il fronte. Non vi sarebbero più al mondo né sacerdoti, né nobili, né padroni. Dio ha creato l’universo gerarchizzato. Il demonio avrebbe abolito la gerarchia nella società umana.

La Fede e la Rivoluzione

La fede, un altro dei tratti essenziali dell’anima medioevale, è anch’essa, sotto un certo aspetto, un atto di umiltà. L’uomo accetta le verità che Dio gli rivela, non perché le abbia scoperte colle sole forze della sua ragione o dei suoi sensi, ma semplicemente perché le ha rivelate Dio.

E’ chiaro che l’orgoglio si sarebbe rivoltato contro la Rivelazione. Da ciò il rifiuto protestante di credere nella Presenza Reale che i sensi non percepiscono. Da ciò anche il rifiuto di ammettere nell’insegnamento del Papa una infallibilità di fronte alla quale la ragione deve piegarsi. Da ciò anche la formazione di una esegesi biblica sempre più razionalista, che è giunta a negare la divinità di N.S. Gesù Cristo, e l’esistenza stessa di un Dio personale. Il protestantesimo è degenerato in deismo, il deismo in panteismo. E cos’è il panteismo se non l’affermazione che tutto è Dio, ossia il trionfo dell’uguaglianza nel cosmo? Infatti, se tutto è divino per essenza, per natura, tutti gli esseri sono essenzialmente, naturalmente uguali tra loro, essenzialmente e naturalmente uguali a Dio.

E nel mare magnum del panteismo confluiscono anche tutte le correnti della filosofia moderna, originate direttamente o indirettamente dal razionalismo o dallo scetticismo protestante, e che corrono in questo senso parallele al pensiero riformato dal quale è nato il mondo moderno.

Purezza e Rivoluzione

Per completare questo quadro, resta da dire soltanto una parola sulla castità.

Secondo la dottrina cattolica, le relazioni tra i sessi sono lecito soltanto nel matrimonio. Questo a sua volta è monogamico e indissolubile.

Lo stato di castità perfetta è richiesta ai sacerdoti e ai religiosi e altamente lodevole nei laici. Questa dottrina è il trionfo della disciplina dei sensi.

Il protestantesimo, rivoluzionario per essenza e quindi nemico di ogni freno, ha cominciato coll’abolire il celibato sacerdotale e religioso, e con l’istituire il divorzio.

Lutero è giunto a consentire la poligamia quando si trattasse di principi. La Rivoluzione francese ha iniziato il movimento di introduzione del divorzio nella legislazione civile dei paesi cattolici. Mancava un passo, di cui si incarica Marx risolutamente: l’abolizione del matrimonio stesso. è il parossismo della rivolta dei sensi contro ogni autorità, ogni freno, ogni legge.

L’epilogo

Panteismo, ugualitarismo politico, sociale ed economico assoluto, libero amore: ecco il triplice fine a cui ci conduce un movimento vecchio di più di quattro secoli.

Qual è la parte specifica della nostra epoca in questo tragico concatenamento di fatti?

Ciò che caratterizza questa Rivoluzione, che dura da quattrocento anni, è il processo eminentemente graduale del suo sviluppo. Nei secoli XVI, XVII e XVIII essa fu principalmente religiosa: le istituzioni politiche rimanevano più o meno intatte. Dal 1789 alla fine del secolo XIX essa fu essenzialmente politica. Da questo momento in avanti invase l’economia, unico campo della vita sociale che le restava da sovvertire.

Parallelamente, dal secolo XVI al secolo XVIII si passò dal cristianesimo al deismo. Il secolo XIX segnò l’apogeo dell’ateismo. Il secolo XX è propriamente il secolo del panteismo. Infine, dal secolo XVI al secolo XIX fu l’era dell’espansione dell’ideale divorzista. Il secolo XX è il grande secolo dell’espansione del libero amore.

Questa grande Rivoluzione non fa salti. Essa ha impiegato quattrocento anni per giungere al punto a cui è giunto. E’ giocoforza riconoscere che essa sembra oggi molto prossima alla sua meta.

La grande lotta

Questo è il punto che dobbiamo ricordare, se vogliamo farci una idea esatta dei giorni che stiamo vivendo. Tutte le tendenze livellatrici e rivoluzionarie dei secoli passati sono giunte oggi al vertice della loro esasperazione. Non si può essere più radicali sulla via dell’orgoglio e della Rivoluzione, proclamando qualcosa di più dell’uguaglianza tra Dio e gli uomini, e la totale uguaglianza degli uomini in campo politico, economico e sociale. Non si può portare più oltre la lussuria, istituendo qualcosa di più del libero amore.

E’ certo che queste tendenze non sono ancora giunte al loro completo trionfo. Per cominciare da quanto è secondario o perfino secondarissimo, notiamo anzitutto che anche fuori della Chiesa non tutto è ancora panteismo, ugualitarismo e libero amore. E principalmente osserviamo che c’è la santa Chiesa, in un certo senso più fiorente che mai, nello splendore della sua santità, della sua unità, della sua cattolicità.

Quattro secoli di un attacco ciclopico non le hanno impedito di continuare a dilatarsi in mezzo a rovesci e a dolori senza nome.

Uno scontro tra la Rivoluzione che non può arrestarsi, non può retrocedere, e la Chiesa che essa, nonostante tutto, non è riuscita a vincere, sembra ai nostri giorni inevitabile. In altri tempi si ebbero scontri seri tra la Chiesa e la Rivoluzione, in varie tappe di questa. Ma siccome il virus rivoluzionario non aveva raggiunto il vertice del suo parossismo, fu possibile giungere ad accomodamenti, ritirate, combinazioni, senza ferire propriamente i principi. Oggi questo è impossibile, perché l’esasperazione rivoluzionaria ha portato le cose a un punto tale che non vi è altra possibilità che la lotta all’ultimo sangue. Non sarà necessaria molta perspicacia per cogliere una relazione tra questo conflitto titanico e la grande era di guerre e di sommovimenti che sembra avvicinarsi a noi. Le schiere dell’anticristo rosso coprono tutto il territorio che va dall’Indocina all’Elba. Partiti comunisti numerosi e organizzati si agitano nelle viscere del mondo occidentale. Ma c’è di più: le istituzioni dei paesi occidentali evolvono verso il socialismo che non è altro che comunismo camuffato. La filosofia e la cultura dell’Occidente tendono al panteismo.

I costumi decadenti dell’Occidente tendono al libero amore. E – fatto ancora più triste – nelle stesse file cattoliche le infiltrazioni di questo spirito sono così profonde che Pio XII ha dovuto prendere una serie di misure per preservare i fedeli da questo terribile male.

Sarebbe dunque molto ingenuo pensare che tutto quanto è anticattolico sia oltre l’Elba.

Ma è certo che la vittoria dei rossi sarebbe oggi per l’Occidente un disastro come lo fu per l’Oriente la vittoria di Mao Tse-tung su Ciang Kai-scek.

Guerra di religione

La guerra, la morte e il peccato si apprestano a devastare nuovamente il mondo, questa volta in proporzioni maggiori che mai. Nel 1513 il talento incomparabile di Dürer li rappresentò sotto forma di un cavaliere che parte per la guerra, completamente rivestito della sua armatura, e accompagnato dalla morte e dal peccato, quest’ultimo rappresentato da un unicorno.

L’Europa, già allora immersa negli sconvolgimenti che precedettero la Pseudo-Riforma, si avviava verso l’età tragica delle guerre religiose, politiche e sociali che il protestantesimo scatenò.

La prossima guerra, senza essere esplicitamente e direttamente una guerra di religione, toccherà in modo tale i più sacri interessi della Chiesa che un vero cattolico non può fare a meno di vedere in essa principalmente l’aspetto religioso. E la strage che si scatenerà sarà per certo incomparabilmente più devastatrice di quelle dei secoli scorsi.

Chi vincerà? La Chiesa?

Le nubi che abbiamo davanti non sono rosee. Ma ci anima una certezza invincibile e cioè che non solo la Chiesa – come è ovvio, data la promessa divina – non scomparirà, ma che otterrà ai nostri giorni un trionfo maggiore di quello di Lepanto.

Come? Quando? Il futuro appartiene a Dio. Molte cause di tristezze e di apprensione si parano davanti a noi, perfino nel guardare alcuni fratelli nella fede. Nel calore della lotta è possibile e perfino probabile che vi siano terribili defezioni. Ma è assolutamente certo che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa mirabili e indomabili energie spirituali di fede, purezza, obbedienza e dedizione che al momento opportuno copriranno ancora una volta di gloria il nome cristiano.

Il secolo XX sarà non soltanto il secolo della grande lotta, ma soprattutto il secolo dell’immenso trionfo.

(*) Catolicismo, Anno 1, N. 2, Febbraio 1951, pp. 1 e 7, trad. it. in Cristianità, anno VI, n. 37, Piacenza, maggio 1978, pp. 3-4.

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