La Crociata della fierezza – “Deus vult!” Dio lo vuole! Fierezza per Nostra Signora!

Discorso del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira ai Partecipanti della XVI SEFAC [Settimana specializzata di formazione anticomunista], São Paulo, 21 Gennaio 1973

 

Audio originale (in portoghese)

 

Signor Vicepresidente del Consiglio Nazionale,
Signori Membri del Consiglio Nazionale,
Signore e Signori,
miei cari partecipanti delal SEFAC,
È mio compito dire una parola di chiusura nell’occasione in cui, dopo alcuni giorni di riunioni intense e feconde, le ombre, o meglio, la luce dei grandi ideali che sono presentati nella bella lettera della TFP di lingua castigliana, composta dal Signor Presidente della TFP Argentina, Signor Cosme Beccar Varela, dopo aver trascorso questi giorni alla luce di questi ideali, preparatevi nel calore di questa solenne chiusura, per il saluto finale, un saluto che vi vedrà incamminati alla lotta quotidiana. Lotta che per un militante della TFP, senza dubbio non è leggera, senza dubbio si presenta greve e carica di lavoro, lotta che merita da parti di colui che presiede il Consiglio Nazionale della più antica delle TFP, la TFP brasiliana, una parola di stimolo, una parola di orientamento, una parola agguerrita che vi sproni al combattimento.
Che inviti alla battaglia: parole agguerrite, combattimento a beneficio di un ideale, guerra ideologica incruenta, condotta con mezzi legali per la conquista di un grande ideale. Come tutto ciò  si scontra sotto tanti aspetti dei movimenti, degli impulsi fondamentali che muovono milioni e milioni di uomini – o piuttosto, che muovono intere moltitudini!- che muovono masse gigantesche di questo Occidente tanto conturbato, tanto sconvolto, tanto spensierato, e tanto attaccato al gusto della vita, con la conseguenza che posso dire che se l’Occidente è tanto sconvolto, tanto conturbato è perché è dominante la preoccupazione che in questa vita terrena bisogna godere in tutto, si deve utilizzare a proprio vantaggio fino all’ultima goccia, è necessario vivere sotto il segno dell’utilità, sotto il segno del piacere in tal modo che questa vita ciascuno porti alla tomba il minor numero possibile di contrarietà, la maggior somma possibile di felicità e di vantaggi.
In questa concezione che è neopagana e che riassume il paganesimo di tutti i tempi – in questa concezione che mi ricorda il sepolcro della Regina di Pocres, la famosa sovrana caldea che era sepolta sul tetto di un portico di una città dell’impero che lei stessa governava, e che ordinò di scrivere questa frase che fa molto XX secolo, ma pensata secoli e secoli prima che Nostro Signore Gesù Cristo venisse al mondo, questa frase che diceva “Viaggiante, mangia, bevi, rallegrati e dormi finché sei vivo, perché dopo la morte non c’è piacere, non c’è esistenza, e tutto finisce”. Pensiero profondamente pagano, che  mosse tutte le folle, prima di Nostro Signore Gesù Cristo, e che le muove ogni volta di più nella misura in cui stanno abbandonando Nostro Signore Gesù Cristo, e abbandonano quegli ideali che non muoiono mai,  e che ora stanno tornando al  mondo, ideali pagani che deviano l’attenzione dell’uomo completamente da quella che è la vera ragion d’essere e il vero senso della vita che di per se stesso fa in modo che la vita e l’esistenza di un militante della TFP sia dentro il mondo contemporaneo.
Non bisogna nasconderlo: bisogna dirlo, perché in questo sta la nostra fierezza, ossia una contraddizione viva, perché mentre alcuni guardano a malapena davanti, a un futuro ipotetico, che pensano sarà gioioso solo perché loro non vogliono vedere la verità, mentre altri guardano in basso, preoccupati solamente del presente, e per i loro interessi materiali immediati, il militante della TFP cammina guardando verso l’alto e guardando all’Eternità, fiero di ciò che è, senza incomodare né con le voci, né con le risate, né con la campagna del silenzio, né con le diffamazioni, né con l’isolamento, fiero perché egli tiene gli occhi rivolti a Nostra Signora, alla Chiesa Cattolica, alla Civiltà Cristiana, e perché egli trova in questa fierezza cavalleresca il motivo stesso della sua esistenza, la sua felicità, e lo stesso significato della sua vita quotidiana.
È in questo modo, Signore e Signori, che il portico da cui noi siam separati dagli altri, può essere chiamato “Portico della santa fierezza”, poiché quando questa sessione finirà noi questo ambiente dove tutto ci parla dei nostri ideali, per metterci nelle grandi folle, dove spesso i nostri ideali sono conculcati e negati.
Ma alziamo il nostro Stendardo, alziamo il nostro leone rampante, e sotto di lui, miei cari, la parola che compare in basso agli stendardi che furono distribuiti come ricordo di questo SEFAC: “DEUS VULT”, “DIO LO VUOLE”: Dio vuole nel XX Secolo figli che facciano la Sua Volontà e la compiano, figli che si rallegrino e siano fieri di rimanere al Suo Servizio, mentre tanti lo abbandonano, figli che siano fieri delle tradizioni che tanti mettono da parte, figli che, come nuovi Crociati – visto che il motto “DIO LO VUOLE” ci ricorda i Crociati e la Cavalleria – e nuovi Cavalieri del XX secolo che gridando “DIO LO VUOLE” sconvolgano le moltitudini ignoranti, fra le quali nel frattempo riportino – qua e là – le più insperate simpatie nella realizzazione di questa grande Crociata, la Crociata del Secolo XX, che la crescita della TFP, che dopo aver cominciato tanto piccola, dopo aver cominciato in piccolo locale a pianterreno di un piccolo palazzo conservato oggi quasi come una reliquia nella Via Martin Francisco, si dispiega per tutto un continente, dal gelido freddo delle Pampas, fino all’America del Nord, passando l’Oceano per giungere nella terra di Portogallo, nelle terre di Spagna, già va spandendo il suo profumo, e facendo nascere la speranza degli ideali in Francia, in Italia e in Inghilterra.
Questa grande Crociata, la Crociata dei Cavalieri del XX Secolo, questa “Crociata della Fierezza”, ben merita, miei cari, che nel momento in cui noi ci separiamo, io vi dica alcune parole sulla fierezza: parole che, e lo sottolineo subito, significano panache, significano nobiltà, significano l’idealismo, e pertanto sono tanto e tanto diverse da questo utilitarismo senza sforzo, da questo utilitarismo grossolano di un’epoca per cui i valori materiali, i valori fisici, l’adorazione del corpo, l’adorazione della salute, l’adorazione dell’oro sembrano essere i tre unici simboli, i tre unici valori per cui gli uomini ritengo sia giusto vivere, e a loro – quasi come in olocausto – fanno tutto, lavorano per conseguire vantaggi e attenzioni, finché la morte li colga ingloriosamente facendoli cadere per terra.
Fierezza: cosa significa fierezza? La fierezza è anzitutto un sentimento, uno stato dell’anima per cui una persona ha una fede che non dubita di nulla, un entusiasmo che non ha nessuna divisione
Il Cavaliere in cerca d’avventura quando si muove per le sue spedizioni, per far giustizia, per difendere i poveri, per difendere le vedove e gli orfani e far regnare la Legge di Cristo, si muove pieno di fierezza; il Crociato, quando si muove per la guerra, si muove per la Crociata, si muove pieno di fierezza: fierezza d’esser Crociato, fierezza d’essere Cavaliere avventuroso.
Qual era la ragione fondamentale di questa fierezza? Era innanzi tutto la Fede cattolica, apostolica e romana: il Crociato aveva fede, il Cavaliere avventuroso aveva fede; egli sapeva che la Fede cattolica è l’unica vera, egli credeva con tutte le sue forze, era la credeva interamente certo di tutte le sue conseguenze: non aveva alcun dubbio, e da questa certezza nasceva nella sua anima una grande luce.
Qual era questa grande luce? Era la luce dell’amore. Non era abbastanza aver fede, non era abbastanza credere: egli amava la fede che aveva, egli comprendeva che era la maggior ricchezza della sua esistenza, che valeva più d’ogni altra cosa di questo mondo; egli non escludeva i beni di questo mondo, ma concepiva la tradizione, la famiglia, la proprietà, la ricchezza, la produzione, la cultura, il prestigio, egli solo li concepiva come dei veri valori nella misura in cui erano vissuti in funzione della Fede cattolica, ed erano gerarchizzati dalla Fede cattolica; i grandi affetti di questa terra: l’affetto filiale, l’affetto per la Patria, l’affetto per i propri superiori, l’affetto coniugale, l’affetto fraterno, l’affetto paterno, l’affetto tra amico e amico: come questi sentimenti erano vivi nell’anima del Cavaliere! Quanto ci raccontano le cronache medievali delle prodezze realizzate da quei cavalieri per l’impulso di questi affetti; tuttavia, bisogna dire che questi affetti per loro erano gerarchizzati, questi affetti erano dominati, erano illuminati da un affetto superiore che è l’affetto per Nostro Signore Gesù Cristo: un affetto che non merita il nome di affetto, perché ancor più che affetto, è adorazione, è venerazione, è amor filiale per Nostra Signora, è amore per gli Angeli e per i Santi che costituiscono la Corte celeste.
Ma non basta parlare d’amore: occorre parlare di altro, che il nostro secolo non conosce, di altro che il nostro secolo egalitario va scordando ogni volta di più. Non era un amore “orizzontale”, non era quell’amore sdolcinato a Nostro Signore Gesù Cristo, per cui si chiama – blasfemamente – Nostro Signore Gesù Cristo di “fratellone”, era un amore pieno di ammirazione, perché l’uomo medievale ammirava, e come mi diceva poco tempo fa il Sr. Cosme Beccar, Aristotele disse che pensare è ammirare, vivere è ammirare, l’uomo medievale viveva intensamente, perché egli viveva di ammirazione; aveva per la Persona umana e divina di Nostro Signore Gesù Cristo la più profonda e la più completa delle ammirazioni. Attraverso questa ammirazione, e perché tutti riuscivano a trascorrere la vita formati e realizzati nel segno della Fede; per questo anche, nella più grande ammirazione della Chiesa cattolica apostolica romana, Regina delle anime, Regina dell’umanità, e Maestra della verità. E perché questa immensa ammirazione riempiva l’anima dell’uomo medievale? Come quello che noi ammiriamo, in qualche modo penetra nostra anima, l’uomo medievale aveva nella sua anima tutta questa ammirazione, ed egli era, in qualche modo, la “corporificazione” di questa ammirazione.
L’uomo medievale si poneva con la Chiesa così come uno specchio sta con il sole, rivolto al sole: così disposto a riceverne tutti i raggi, che egli riceve pienamente e che per questo anche spande su di noi con una pienezza straordinaria; l’uomo medievale, e soprattutto il cavaliere medievale, di cui ancor più specialmente ci occupiamo qui, egli riceveva il sole della Fede nella sua anima, e poiché lo riceveva con amore, egli diffondeva la Fede intorno a sé, e non solo diffondeva influssi straordinariamente fecondi, ma egli faceva ammirare la Fede anche a quelli che non riusciva a convincere della stessa, in modo tale, ad esempio, che un San Luigi – Re di Francia, e glorioso antenato del nostro caro Dom Bertrand – un San Luigi, catturato dai maomettani che rinnegavano la fede, un San Luigi crociato, era richiesto dai maomettani come arbitro delle liti fra di loro, perché essi sapevano che giustizia, virtù e serietà non si sarebbero potute incontrare pienamente se non in chi fosse perfetto servitore di quello stesso Cristo che – oh, mistero d’iniquità! – essi tanto combattevano.
Questa fede, questa ammirazione, riempivano di fierezza l’uomo medievale: lo riempivano di fierezza, perché egli si sentiva pieno di questa luce; e per quanto gli altri non riconoscessero come lui questa luce, per quanto gli altri negassero questa luce, e per quanto gli altri prendessero la spada per combatterlo per causa di questa luce, egli la diffondeva intorno a sé, egli non dava importanza a questi fatti, sicuro di sé, egli varcava le distanze, egli decimava le schiere degli avversari,  menava fendenti da un lato e dall’altro, ne uccideva mille alla sua destra e mille alla sua sinistra – come dice la Scrittura del perfetto uomo cattolico – e vinceva in combattimenti memorabili, lotte che comportavano, alle volte, ottocento anni di guerra, come fu la Reconquista spagnola e portoghese.
Pensiamo cosa significa dire “ottocento anni di guerra”: noi siamo nell’anno 1973; il lasso di tempo che va dall’anno 1173 al 1973 fu il lasso di tempo della Reconquista! Furono generazioni di cavalieri che lottarono, lottarono fieri, lottarono contenti, lottarono con speranza, lottarono con forza, e per questo non vi fu ostacolo che essi non superassero. E ancor di più, la misura con cui andavano conquistando, la misura con cui andavano espandendo l’Impero di Cristo sia sul fronte del Reno, sia sul fronte ispano-portoghese, la misura con cui andavano lottando, dietro loro era come se i loro passi spandessero fiori, nasceva sulle loro spalle la Civiltà cristiana: si costruivano Cattedrali, si erigevano Università, si costituiva il magnifico tessuto della società feudale, poiché tutta questa società aveva la fierezza di essere cattolica, viveva della felicità di essere cattolica, viveva dell’ammirazione di quello in cui credeva. E siccome essa credeva nella Verità, Dio benediva la lotta e benediva la pace.
Nella lotta vincevano, e nella pace costruivano. E quando l’epoca medievale arrivò al suo termine, questo periodo di fierezza, questo periodo di cavalleria lasciò dietro di sé la maggior forma di progresso che l’umanità aveva fino ad allora realizzato.
Fierezza, miei cari, che non è soltanto un sentimento di possedere qualcosa di un bene superiore, ma è un sentimento profondamente umile, allo stesso tempo in cui è un sentimento profondamente elegante e profondamente guerriero. Il vero cavaliere medievale non aveva la fierezza di essere cattolico per il motivo che la Vera Fede fosse un ornamento che lo abbellisse agli occhi degli altri uomini: la fierezza cristiana, la fierezza della vera cavalleria (non della cavalleria decadente alla “don Chisciotte”, non la cavalleria dei trovatori e dell’amor cortese, ma la cavalleria vera, la cavalleria delle Crociate), questa cavalleria realizzava in sé stessa quella legge d’amore di cui parla Sant’Agostino; essa elevava tanto la fierezza, che l’uomo si gloriava solamente di Dio, fino a dimenticare se stesso; in quanto la falsa fierezza, la fierezza senza umiltà, la fierezza orgogliosa, fa sì che l’uomo glorifichi se stesso fino al punto di dimenticarsi di Dio.
Era pertanto una fierezza senza pretese, ma era una fierezza tanto grandiosa, che Montalembert racconta, nella sua introduzione alla vita di Santa Elisabetta d’Ungheria questo fatto, che mi impressionò profondamente: un islamico prigioniero, viaggiando per le terre d’Europa, e osservando le grandi cattedrali, chiese chi le avesse costruite, e qualcuno gli mostrò alcuni fratelli laici di un ordine religioso che erano lì, e che avevano partecipato alla grande opera. Egli osservò quei fratelli laici, così senza pretese, così umili, tanto soddisfatti nel pensare tanto a Dio, e tanto poco a sé, che fece questa domanda profondamente sagace: «come può essere che uomini tanto umili abbiano costruito monumenti tanto eccelsi?». Eh, sì: il vero cattolico è grandioso per Dio, è orgoglioso per la causa della Chiesa, ma è umile in ciò che riguarda se stesso: non chiede glorie per sé, egli chiede solo vittoria per Dio, secondo la famosa preghiera che troviamo nelle Scritture: «Non mihi, Domine, non mihi, sed Nomini Tuo da gloriam!»
«Non a me, Signore, non a me, ma al Tuo Nome dà gloria!». Che rifulga la Chiesa, che rifulga la Civiltà cristiana, che vinca la causa che la Tradizione, Famiglia, Proprietà come pilastri del Regno di Maria che deve nascere come resto dell’Ordine cristiano che anticamente fu instaurato in terra, come anello sopra la notte della Rivoluzione, come anello del passato medievale di un mondo che  dovrà venire; che la Famiglia, la Tradizione, la Proprietà risplendano per dar gloria a Nostra Signora: questo è ciò che un militante desidera; desidera che lo Stendardo sia ritto ben alto nelle pubbliche piazze, che il motto sia conosciuto da tutti, che risplenda la sua influenza benefica e esorcizzante sul mondo di oggi.
Il motto rimane, l’ideale rimane, il frutto del lavoro rimane: il militante, questi passerà; passeremo noi tutti che siamo qui, passeranno il sole e la terra, ma un giorno otterremo la nostra ricompensa: sarà un momento in cui, nell’umiltà, nel giorno supremo in cui, tornando a questo mondo, con gran pompa e maestà, il Figlio di Dio apparirà per giudicare i vivi e i morti, le trombe degli angeli suoneranno perché resuscitino gli uni e gli altri, i buoni e i malvagi, per ricevere il castigo o la ricompensa. Che noi possiamo essere, per le preghiere di Maria e per la Misericordia Divina, di quelli che ascolteranno quell’invito sommamente glorioso, in cui rifulgono tutte le glorie che l’uomo possa immaginare: «Venite, eletti, a partecipare della mia gloria! Avete lottato per me, non vi siete vergognati di me sulla terra, mentre gli uomini si vergognavano del mio Nome, e ora io vi riconosco dinnanzi agli Angeli di Dio! Venite, e occupate i troni di gloria a cui foste chiamati!»
Questo sarà il momento in cui un immenso cantico di fierezza risuonerà nei Cori celesti, un immenso cantico di ringraziamento s’innalzerà dall’alma di ogni uomo nato da Adamo ed Eva e redento da Nostro Signore Gesù Cristo. E la Storia si consumerà; questa Storia di cui noi saremo stati parte col nostro sacrificio, con la nostra abnegazione, con la nostra lotta; noi saremo stati una parte che rioperò nel Secolo XX le prodezze dei guerrieri dei tempi che furono, e che aprì la via per i guerrieri dell’età che verranno; figli di questa Chiesa militante, che lotterà fino alla consumazione del Secolo, poiché ella fu stabilita per lottare contro il male in una sfida permanente, in una comparazione costante in relazione al male, per cui l’uomo – guardando il male, per quanto sia potente, influente, attraente e prestigioso –  sappia guardarlo di fronte e con sdegno, sappia rinfacciargli la verità, sappia attaccarlo e sappia vincerlo in Nome di Gesù e di Maria!
Voi, miei cari, inizierete ora la battaglia di tutti i giorni, voi entrerete nella quotidianità dove vi assaliranno tutti i fattori di disgregazione del mondo di oggi; voi dovrete affrontare “l’aggressione sessuale”, tanto insolente, tanto arrogante: voi dovrete affrontare tutto ciò con fierezza! Non con vergogna delle virtù che siete chiamati a praticare, non con una fierezza orgogliosa per una virtù che vi donata, e che non avreste se Nostra Signora non ve l’avesse ottenuta dalla Croce, nel momento in cui Nostro Signore spirò, ma con questa fierezza piena di amore, piena di sicurezza, con fede totale, con amore totale, confessando l’ideale della purezza cattolica e disdegnando il progetto di quelli che hanno l’arroganza di, in nome dell’impurezza, schernire i figli della luce.
Voi rappresenterete la Tradizione in un’epoca in cui si parla del progresso come contrario della Tradizione; voi, per l’abbigliamento che usate, per i modi che avete, voi subirete la sfida costante di quelli che pensano che è una manifestazione di carattere, e una prova di fermezza seguire l’esempio di tutto il mondo, calpestando la tradizione.
Voi sarete la “non conformità” sacra, ritta e indignata; con forza e con fierezza affermerete la necessità del decoro, la necessità del decoro, la necessità di nobili attitudini come espressioni di un animo nobile in un mondo in cui i valori che si intendono con la parola “nobiltà” , questi valori metafisici, filosofici e religiosi che si esprimono con questa parola – tanto che Pio XII giunse a scrivere che addirittura nelle più genuine democrazie nulla si conserva, se non quelle istituzioni di carattere veramente aristocratico – voi rappresenterete la nobiltà, in questo degrado e degenerazione del mondo contemporaneo.
Mille volte dovrete affrontare la lotta; la lotta che sarà anche con quelli che vi saranno più vicini ) dice la Scrittura che a volte, il nemico dell’uomo è colui che gli sta più vicino); e questa lotta voi dovrete affrontare con fierezza e con amore; con irriducibile e inflessibile intransigenza dovrete affrontarla: voi farete la parte e il lavoro della fedeltà; ma anche, quando voi vi presenterete, accadrà ciò di cui quest’assemblea è prova. Voi solcherete questo mare d’incomprensione, ma di qua, di là, di colà, le anime vi guarderanno, molte diranno: «che meraviglia!», e – perché no? – alcune cominceranno ad applaudirvi, altre cominceranno a seguirvi; e così, come eravamo pochi in questa marcia verso il sole, verso la gloria, verso il Regno di Maria, eppure oggi siamo presenti in  tutto un continente. E andiamo verso il Vecchio Mondo, così nella misura in cui cammineremo insieme, noi andremo allargando le nostre fila lungo il cammino.
E questo mondo, che va smarrendo la fiducia in sé stesso guarderà la vostra sicurezza, guarderà la vostra fede, e comincerà ad ascoltare ogni volta di più la vostra parola. La prova che la TFP non predica nel deserto, la prova che la sua voce è sempre più compresa, è questo fatto storico indiscutibile: tutte le nostre campagne sono state un trionfo, e anche in questo momento la TFP si rivolge al Brasile e diffonde, in un mese o poco meno di campagna, niente meno che quarantamila copie della lettera pastorale di Mons De Castro Mayer, quando un’edizione di quattromila esemplari è considerata una grande edizione per qualsiasi libro. Con questo voglio dire che il pubblico ci ascolta, che il pubblico ripone fiducia in noi, che può a volte in altri settori dare ascolto alla voci diffamatorie, ma che nelle grandi e gravi crisi storiche noi siamo ascoltati e seguiti.
E così, qualcosa matura, qualcosa si trasforma, qualcosa germina, come sotto la neve germina la primavera, così germina questa semente di primavera che siete voi, queste sementi sono tutti coloro che voi siete chiamati a raccogliere.
Io vi dico, miei cari: fierezza e coraggio, e che Nostra Signora vi accompagni, in modo che voi, tra un anno, tornando qui, avrete portate molte più persone, in modo che potremo celebrare insieme le vittorie di Nostra Signora nei giorni d’oggi, nell’attesa delle grandi vittorie dei giorni di domani.
“Deus vult!” Dio lo vuole! Fierezza per Nostra Signora!
(*) Traduzione senza revisione del conferenziere.

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