
di Plinio Corrêa de Oliveira
Conosco il caso di un vecchio agricoltore di San Paolo, proprietario di vaste piantagioni di caffè e di una spaziosa dimora: un edificio a pianta quadrata a due piani, con la porta al centro e finestre a ghigliottina identiche lungo tutta la facciata. Nessun ornamento esterno. L’allevatore, “o fazendeiro”, secondo lo stile tradizionale, era anche avvocato e politico.
Famiglia unita, titoli di proprietà sicuri, terra rossa, casa solida, coloni sottomessi, vicini pacifici, nulla mancava alla tranquillità di quel laborioso allevatore. Ma un avversario inaspettato attaccò, nel cuore, il feudo così solido. Nel cuore, dico, perché irruppe inaspettatamente all’interno della casa stessa. E – cosa ancora più sorprendente – quell’avversario veniva dal basso verso l’alto. Un solo avversario? Più precisamente migliaia. Forse milioni. Piccoli, conquistando terreno millimetro per millimetro, in silenzio, inosservati, dominarono il sottosuolo, mentre in alto, nella casa, il “fazendeiro” e la sua famiglia lavoravano, mangiavano, bevevano, dormivano e si divertivano. Un bel giorno, alcuni irruppero nella dispensa. L’allevatore li uccise e ordinò un’indagine. E si rese conto che erano già così numerose da rendere inutile qualsiasi resistenza. Le “formiche saúvas” – poiché erano loro – avevano costruito in tutto il sottosuolo un labirinto così vasto che sarebbe stato inutile distruggerlo. Per riassumere la storia, il “fazendeiro” si trasferì, la casa rimase abbandonata, la piantagione di caffè iniziò a essere invasa. Quel “fazendeiro”, che pensava di non avere nulla da temere da alcun potentato, fu rovinato da quelle miriadi di avversari piccoli, scuri e silenziosi.

Mi sono ricordato di questo quando ho iniziato a scrivere il presente articolo. Infatti, il tema su cui volevo scrivere era il trionfo degli omuncoli nella società moderna.
Per omuncoli intendo qui gli uomini di spirito meschino, che stanno, ciascuno per intero, in uno dei mille alveoli della vita quotidiana. Coloro che vogliono una vita fatta della banalità di ogni giorno. Per i quali ieri era incolore, inodore e insipido, come oggi e come domani. L’ossigeno che respirano è la banalità. E il piacere delle cose sta essenzialmente nella ripetizione.
Per omuncoli come questi, è fastidioso tutto ciò che è grande, venerabile per l’antichità o magnifico per il futuro che apre; tutto, insomma, ciò che esula dalle dimensioni quotidiane: olocausto, coraggio, genialità, delicatezza squisita, sventure tragiche, e tante altre cose. Bisogna porre fine a tutto questo, a tutti coloro che sono così, o che riflettono qualcosa di tutto ciò nel loro spirito, nei loro modi, nel loro linguaggio, nel loro modo di essere o nella loro condotta.
Gli innumerevoli cambiamenti avvenuti nel nostro secolo, in quasi tutti i campi della vita, costituiscono vittorie degli omuncoli, poiché essi sminuiscono sempre qualcosa o qualcuno. La società umana si sta affezionando sempre più al gusto delle anime-formica. Il che ha come conseguenza che le grandi anime si sentono, in questo mondo minato che le circonda, come il mio allevatore.
Chi oggi aspira a qualsiasi forma di grandezza, massimamente quella della virtù, o si traveste, oppure su di lui si precipitano immediatamente le formiche uscite dai vasti e oscuri sotterranei della mediocrità. E lo espellono verso le regioni dell’incomprensione, dell’indifferenza e dell’isolamento, nelle quali la mediocrità riduce a vivere quanti non rientrano nei suoi schemi.
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Vedo in questo gigantesco fenomeno socio-patologico, in questa insurrezione universale degli omuncoli contro coloro che li superano, una delle cause del servilismo dell’Occidente. L’omuncolo, l’uomo-formica, detesta la lotta più di ogni altra cosa. Essa comporta grandi sforzi, entusiasma solo le grandi anime, provoca lo scoppio di grandi sventure. L’uomo-formica lotta, per questo, contro ogni forma di lotta. Singolare battaglia, che egli conduce cedendo, fuggendo (verso il basso, beninteso), capitolando: lasciandosi schiacciare fino in fondo, se non c’è altra soluzione.
A questa famiglia di anime appartengono gli incondizionati dell’ecumenismo. Temendo l’acuirsi delle dispute tra le religioni, l’uomo-formica vuole fonderle tutte in un’unica pan-religione, peraltro più o meno atea. Per l’uomo-formica, tutte le credenze e tutte le non credenze devono confondersi nello stesso vortice dell’ecumenismo.
Per lo stesso motivo, l’uomo-formica è pronto a svendere la sua patria, come fa con le sue credenze. Preferisce non vedere il nemico. Se è costretto a vederlo, lo immagina in via di conversione: destalinizzato, dal volto umano, trasformato in un pacifico (e ambiguo…) socialismo. Se il nemico penetra nei settori politici del Paese, gli sorride, e lo etichetta come “all’avanguardia” e “al passo con i tempi”. Se si infiltra negli ambienti cattolici, lo definisce analogamente “progressista”. Quando il nemico cresce tanto da diventare minaccioso, l’uomo-formica proclama irreversibile il pericolo e tenta, come via di mezzo, una strategia di “convergenza”, ispirata al motto “se ne vanno gli anelli e restano le dita”. E, infine, se il nemico, dopo aver preso gli anelli, esige le dita, l’uomo-formica sussurra: “se ne vadano le dita e rimanga la vita”.
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Ma, tutte queste concessioni, l’uomo-formica le fa solo alla sinistra. Tutta la sua azione silenziosa e inesorabile, di infiltrazione, di corrosione, di erosione, la compie a destra e al centro, dove di solito si insedia. E allora non cede, non fugge, non converge, mina.
Perché? Detestando tutto ciò che è elevato, nobile e armoniosamente diseguale, per l’uomo-formica, più uguaglianza c’è, meglio è. E verso un’uguaglianza totalmente superficiale, totalmente piatta, lì vanno le sue aspirazioni pacifiste. Verso il comunismo, o l’anarchismo.
Viviamo in un’epoca di rivoluzione. È banale dirlo. Sì. La rivoluzione degli uomini-formica, contro tutto ciò che ha una qualche grandezza…
