Sant’Agata: grande eroina della Chiesa primitiva

Legionário, San Paolo (Brasile), 4 febbraio 1940, n. 386, p. 4.

 

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Sant’Agata, grande eroina della Chiesa primitiva, ha il suo nome incluso nell’elenco dei grandi santi che ogni giorno sono invocati nel Canone della Santa Messa.
Apparteneva a una delle più nobili famiglie della Sicilia. Essendo la più ricca ereditiera del paese, attirò l’attenzione del governatore Quinziano, il quale, sospettando che fosse cristiana, ordinò il suo arresto.
Agata comprese subito ciò che Dio esigeva da lei. Pregò dunque così:
«Gesù Cristo, Signore di tutte le cose, Voi vedete il mio cuore e ne conoscete il desiderio. Prendete possesso di me e di tutto ciò che mi appartiene. Voi siete il Pastore, mio Dio; io sono la Vostra pecora. Fate che io sia degna di vincere il demonio».
Il governatore, che fino ad allora la conosceva solo di nome, rimase colpito dalla sua bellezza, e si meravigliò ancor più che una persona così straordinariamente dotata vivesse lontana da ogni preoccupazione mondana. Non potendo misurare fino a che punto arrivasse il pudore di quella giovane, e preso da una violenta passione, Quinziano giunse a farle proposte indecorose, che Agata respinse con fermezza, dichiarando che in nessuna circostanza egli si sarebbe potuto avvicinare a lei.
Ignaro ancora della forza di resistenza di coloro che si nutrono dei Sacramenti, finse di rinunciare ai suoi progetti, ma pose come condizione che la fanciulla fosse affidata ad Afrodisia, donna di pessima fama, affinché la corrompesse. Poiché però Afrodisia non ottenne nulla dopo un mese di tentativi inutili, chiese infine a Quinziano che le fosse tolta di casa quella creatura tanto imbarazzante.
Cominciò allora il martirio della nobile siciliana.
Citata da Quinziano davanti al suo tribunale, egli le disse: «Non ti vergogni di abbassarti alla schiavitù del cattolicesimo, tu che appartieni a una nobile famiglia?» A questo schiavo dei vizi, Agata rispose: «La schiavitù di Cristo è libertà ed è superiore a tutte le ricchezze dei re».
A tali parole, il raffinato romano rispose con schiaffi sul volto della giovane patrizia. Sotto minaccia di tormenti peggiori, fu gettata in una prigione sotterranea.
Il giorno seguente, il tiranno ordinò che la fanciulla fosse stesa sulla catasta, che le membra le fossero slogate e che tutto il corpo fosse bruciato con lastre di rame roventi; che i suoi seni fossero trafitti con tenaglie di ferro e poi recisi.
Poiché non moriva nonostante tutte le mutilazioni, fu nuovamente ricondotta in carcere, con l’ordine espresso al carceriere di impedirle di ricevere qualsiasi conforto.
Durante la notte, l’Apostolo San Pietro le apparve in sogno, la lodò per il suo coraggioso atteggiamento e la guarì nel Nome di Nostro Signore Gesù Cristo.
Agata, svegliandosi completamente guarita e con tutte le membra intatte, innalzò a Dio canti di ringraziamento. Udendola cantare, le guardie si avvicinarono incuriosite e fuggirono atterrite nel non trovare un corpo ignominiosamente mutilato. Le compagne di Agata le consigliarono la fuga; ella però non volle rinunciare alla palma del martirio.
Quattro giorni dopo, fu nuovamente condotta alla presenza del suo iniquo giudice, il quale non poté nascondere la sua ammirazione alla vista di ciò che vedeva. Ma invece di lasciarsi vincere dall’evidenza, si irritò e, schiumando d’odio, ordinò che fosse immediatamente spogliata, rotolata su cocci di vetro e poi gettata su braci ardenti.
Mentre la giovane si sottoponeva a questa prova umiliante e dolorosa, la terra tremò e un enorme muro crollò sugli amici del tiranno che assistevano al supplizio, seppellendoli. Il popolo stesso, alla vista di tanti miracoli, si sollevò contro la brutalità del giudice. Agata, ricondotta ancora una volta in carcere, chiese a Dio di portarla alla Sua Gloria. Dio l’ascoltò, e ciò che non poté il ferro rovente, poté la preghiera di colei che, senza morire, aveva attraversato due martìri.

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