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“Ipoteca sociale”: grava soltanto sulla proprietà?
Folha de S. Paulo, 19 maggio 1979 Cristianità, giugno-luglio
1979, N. 50-51 – Anno VII, pag. 10-11 |
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Nella parte finale del suo
messaggio alla III Conferenza della CELAM [Conferenza Episcopale
Latino-Americana], Giovanni Paolo II dice che, fedele all'impegno
evangelico, « la Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti
sistemi, così da optare solo per l'uomo ». In via di principio, nessuna
corrente animata dal rispetto per sé stessa direbbe il contrario, e cioè
che non opta per l'uomo ma per qualche sistema. E questo, pertanto,
persino anche a detrimento dell'uomo. Quali sono questi « opposti
sistemi » tra i quali il messaggio si rifiuta di optare? Di fronte al
panorama ideologico e politico dei nostri giorni, sembra trattarsi del
capitalismo e del comunismo. Sorge allora una domanda.
All'interno di questo contesto, che cosa significa precisamente un
rifiuto di opzione tra regimi? Presi in considerazione gli insegnamenti
tradizionali della Chiesa sul comunismo e sul capitalismo, è fuori di
dubbio che, avendo essa critiche da rivolgere all'uno e all'altro,
quelle che ha relativamente al regime comunista sono così più ampie e
gravi rispetto a quelle che ha relativamente al regime capitalista, che
il rifiuto di opzione richiede, a questo punto, di essere
necessariamente sfumato: a. la Chiesa non opta per
nessuno, nel senso che ciascuno di essi contiene elementi incompatibili
con essa; b. però, le incompatibilità
con uno dei regimi sono tanto più ampie di quelle che ha con l'altro,
che, se fosse costretta dalle contingenze a considerare come male minore
la instaurazione dell'uno o dell'altro, essa dovrà optare
esplicitamente per quello che costituisce un male molto minore (benché,
non per questo, un male piccolo). Ora, il tratto di Giovanni
Paolo II appena citato, per il fatto di essere molto sommario, da solo
non fornisce base sufficiente per una tale affermazione. Tuttavia, in un
altro passo, immediatamente seguente, il messaggio tocca la questione più
da vicino: « Nasce di qui [dalla opzione per l'uomo] la costante
preoccupazione della Chiesa per la delicata questione della proprietà
». Il diritto di proprietà Il Pontefice passa a
dimostrare che questa preoccupazione è di tutti i tempi. E pertanto
cita sant'Ambrogio (secolo IV) e san Tommaso di Aquino, la cui «
vigorosa dottrina » è stata « tante volte riaffermata ». Parla poi
dei documenti pontifici dei « nostri tempi », menzionando
nominatamente le encicliche Populorum progressio e Mater et
Magistra. E conclude che questi insegnamenti devono essere ascoltati
« nella nostra epoca, quando alla ricchezza crescente dei pochi
corrisponde parallelamente la miseria crescente delle masse ». Visti nel loro lungo insieme
tutti questi insegnamenti a cui Giovanni Paolo II fa riferimento, è
fuori di dubbio che essi affermano il principio della proprietà privata,
la cui negazione è assolutamente essenziale per qualsiasi tipo di
collettivismo, marxista in senso stretto o no. « Fuori di dubbio »
oggettivamente, è chiaro. Infatti, soggettivamente, nella nostra epoca,
di quasi tutto si può dire che non è « fuori di dubbio ». Ossia, non
mancano coloro che danno a certi « scritti dei Padri della Chiesa, nel
corso del primo millennio del cristianesimo », così come alla Populorum
progressio e alla Mater et Magistra una interpretazione che
lascia gravemente limitato, quando non zoppicante, il principio della
proprietà privata. Così molti, forse, troveranno
in queste parole di Giovanni Paolo II un pretesto soggettivo per
continuare a professarsi contrari alla proprietà privata, o pressappoco. Con alcune poche frasi, il
Pontefice avrebbe potuto demolire questa interpretazione, fonte di
dolorosi conflitti di scuole di pensiero tra i fedeli. Spiace che non lo
abbia fatto. Mi resta il diritto di desiderare che lo faccia alla prima
occasione. La funzione sociale: soltanto
della proprietà? Giovanni Paolo II non si
arresta a questo, in materia di proprietà privata. Nel paragrafo immediatamente
seguente, afferma che per queste sproporzioni tra ricchezze e miserie
acquista « carattere urgente l'insegnamento della Chiesa, secondo cui
su tutta la proprietà privata grava una ipoteca sociale ». Questa è, infatti, una grande
verità, già insegnata da diversi Pontefici precedenti. Si può dire
che la funzione sociale della proprietà è giunta a essere un luogo
comune, uno slogan di scrittori cattolici, e persino non cattolici, su
problemi sociali ed economici. Anche a questo proposito,
tuttavia, sembra che le situazioni moderne siano tali da richiedere una
maggiore precisione. A forza di ripetersi questo slogan, questo
venerabile slogan, si è formata nello spirito di molte persone la
impressione che l'unico diritto ad avere una funzione sociale sia quello
di proprietà. E questo diritto fa una figura rachitica, se confrontato
con gli altri diritti umani. Infatti, è l'unico sul quale peserebbe la
« ipoteca» della funzione sociale. Sugli altri diritti non peserebbe
ipoteca alcuna. Ora, in realtà, tutti i diritti hanno una funzione
sociale. Sono tutti « ipotecati » da questa funzione. Quello di lavoro,
per esempio. E si sarebbero evitati gravi
inconvenienti se tutti i titolari di altri diritti si fossero ricordati
di questa « ipoteca ». Così, il diritto di sciopero non avrebbe
portato, mesi or sono, i medici, gli infermieri e i funzionari di un
importante ospedale di Napoli ad abbandonare il lavoro, lasciando i loro
malati in una situazione tragica, se avessero saputo che la bella
professione a cui si dedicano non ha soltanto la funzione di assicurare
loro la sussistenza, ma anche quella di vegliare sulla vita degli
ammalati; ossia, non solamente di quelli che erano nello loro mani al
momento dello sciopero, ma anche di quelli che, formando il corpo
sociale, avessero avuto bisogno delle loro cure. Nel momento in cui il diritto
di proprietà, riconosciuto dal Pontefice (perché, chi insegna che
questo diritto ha una funzione, presuppone che tale diritto esista:
infatti, se non esistesse, questa funzione resterebbe sospesa nel vuoto),
subisce la maggiore contestazione della storia, sarebbe importante che,
da parte della Chiesa, protettrice di tutti i diritti, esso fosse
accuratamente liberato da questa falsa apparenza di rachitismo, quasi di
semi-illegittimità, con cui le situazioni lo vanno sfigurando. Queste non sono aspirazioni
soltanto mie, ma di milioni di fedeli, gravemente preoccupati per il
pericolo comunista. Dio voglia che a esse si
mostri sensibile qualche nuovo documento di Giovanni Paolo II. Venendo alle considerazioni
finali di questo così lungo commento, passo sotto silenzio la parte
relativa ai diritti umani. Infatti, su di essi non vi sono (se non
quanto alla loro più elevata fondazione dottrinale) dispute teoriche
particolarmente attuali e scottanti. Ed entro, così,
nell'argomento finale. La teologia della liberazione Indubbiamente il corpo di
dottrine, che Giovanni Paolo II ha condannato, ha per tema la
liberazione dell'uomo rispetto alle contingenze, che tanto gli pesano
nella esistenza terrena. Siccome queste dottrine sono indirizzate alla
teologia — anche se per giungere a conclusioni che sono la negazione
di Gesù Cristo in questo campo — risulta che si possono chiamare una
teologia della liberazione. Però, mi sembra eccessivo
dedurne che Giovanni Paolo II ha condannato ogni e qualsiasi teologia
della liberazione. Al contrario, egli ha fatto salvo, formalmente, un
significato di teologia della liberazione. Ecco le sue parole testuali:
« La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di
esseri umani, il dovere di aiutare affinché si consolidi questa
liberazione (E.N. 30); però ha anche il dovere corrispondente di
proclamare la liberazione nel suo significato integrale, profondo, come
lo ha annunziato e realizzato Gesù (E.N. 31). "Liberazione da
tutto ciò che opprime l'uomo, che è però, innanzitutto, salvezza dal
peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere
conosciuto da Lui" (E.N. 9) […]. « Liberazione che nella
missione propria della Chiesa non si riduce alla pura e semplice
dimensione economica, politica, sociale o culturale, che non si
sacrifica alle esigenze di una qualsiasi strategia, di una prassi o di
un risultato a breve termine (E.N. 33). « Per salvaguardare
l'originalità della liberazione cristiana e le energie che è capace di
sviluppare, è necessario ad ogni costo, come chiedeva il Papa Paolo VI,
evitare riduzioni e ambiguità: "La Chiesa perderebbe la sua
significazione fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe
più alcuna originalità e finirebbe facilmente per essere accaparrato e
manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici" (E.N. 32).
Vi sono molti segni, che aiutano a discernere se si tratta di una
liberazione cristiana e se, invece, si nutre piuttosto di ideologie che
le sottraggono la coerenza con una visione evangelica dell'uomo, delle
cose, degli avvenimenti (E.N. 35) ». La portala del messaggio Tutto questo posto, valutato e
ponderato, è il caso di chiedersi che portata ha il messaggio di
Giovanni Paolo II per il futuro del Brasile, dei continente
latino-americano e, di conseguenza, anche del mondo. A tale proposito, giustizia
vuole che si evitino due affermazioni perentorie: — esso ha avuto una
portata enorme, perché ha sbarrato il passo al comunismo; — esso non
ha avuto nessuna importanza, perché ha lasciato via libera al
comunismo. In effetti, di fronte al
comunismo, il messaggio non ha chiuso completamente la strada (e sarebbe
così necessario che lo avesse fatto), né ha lasciato completamente
aperto il cammino. Come ho detto, ha chiuso uno dei battenti della porla
(il che non cessa di essere di una indubbia utilità). In ultima analisi, la cosa più
importante in proposito sta nel sapere quale è stata, di fronte al
messaggio, la reazione quasi unanime avuta dai vescovi riuniti a Puebla.
E quale sarà, di fronte a questa reazione, l'atteggiamento di Giovanni
Paolo II, al cui sovrano apprezzamento è stato sottoposto il documento
di più di duecento pagine, che i prelati hanno approvato nell’ultimo
giorno di riunione. Infatti questo documento sarà
l'autentica guida che i vescovi devono seguire. E, siccome il messaggio
è com’è, alla guida spetterà tracciare gli effettivi indirizzi del
futuro. Non è impossibile che il
documento dei vescovi sia pubblicato con il placet di Roma anche prima
che si concluda la divulgazione di questa serie di articoli. In ogni
caso, mi propongono di commentarlo per i cari lettori della Folha. Chiaramente, con meno
particolari di quelli di questa serie. Infatti, vi è un grado di
attenzione, di minuzia di analisi, di ampiezza di commento che, tra i
documenti usciti da mano d'uomo, anche quando favoriti dalla grazia di
Dio, gli insegnamenti di un Pontefice meritano a titolo assolutamente
straordinario. |