Intervista esclusiva del blog Dies Irae

a Juan Miguel Montes*

 

 

 

 

 

 

Dies Irae, 29 Luglio 2020

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Grazie mille per averci concesso questa intervista. Lei è arrivato a Roma all’inizio degli anni ‘80. Pertanto, segue gli eventi legati alla vita della Chiesa da quasi quattro decadi. Quali sono le principali differenze tra quell’epoca e oggi?

Le rispondo da cattolico che osserva i fatti e non da teologo, non essendolo.

Dalla fine del Concilio fino alla morte di Papa Paolo VI ci fu un periodo di grande difficoltà nella vita della Chiesa. La pratica religiosa dei fedeli era molto diminuita, molte congregazioni religiose e seminari si svuotavano, innumerevoli sacerdoti abbandonavano il ministero. Indubbiamente il dinamismo di Giovanni Paolo II, diciamo così, “ricaricò” un organismo che, almeno nel suo aspetto visibile, sembrava gravemente malato. I suoi viaggi in tutto il mondo, i suoi giubilei, i suoi raduni con i giovani, ridiedero alla Chiesa grande visibilità. Io sono arrivato a Roma nel quinto anno del suo lungo pontificato e conosco le testimonianze di tante persone che hanno vissuto da vicino entrambi questi periodi. La crisi sembrava, per molti versi, essersi alquanto fermata; negli anni ’80 si percepiva un certo entusiasmo e una certa speranza per la rinascita del corpo della Chiesa, anche se per i cattolici più consapevoli, persistevano seri motivi di preoccupazione. C’erano all’epoca fenomeni contrastanti: da una parte la speranza veniva alimentata dalle solide prese di posizione del magistero pontificio sulle questioni morali, sulla teologia della liberazione, ecc; dall’altra parte, nutrivano perplessità i gesti ecumenici, le richieste di perdono, la permanenza di teologi progressisti in posti chiavi dell’insegnamento cattolico.

Tuttavia, in un modo o nell’altro, con alti e bassi, l’impatto del pontificato di Giovanni Paolo II è durato fino alla sua morte ed è continuato nel pontificato del suo più stretto collaboratore, il cardinale Ratzinger, divenuto Papa Benedetto XVI.

Oggi, l’ambiente della fine del pontificato di Paolo VI, prima descritto, si ripropone con tutta la sua forza e persino molto peggiorato. È vero che la situazione ecclesiastica attuale rallegra molti avversari storici della Chiesa. Rallegra intellettuali, politici e giornalisti che non brillano per devozione alla fede cattolica. Rallegra pure il minoritario ma influente settore progressista cattolico. Tuttavia, crea sempre più preoccupazione a un consistente numero di fedeli che prendono sul serio la loro religione e che battagliano con crescente difficoltà per conservarla in un mondo secolarizzato. Essi vedono, ancora una volta e persino più che negli anni peggiori, le chiese chiuse o vuote, i seminari senza vocazioni, scandali di ogni genere proliferati nel clero e nelle istituzioni cattoliche. In questo clima, come dimostrano recenti statistiche in Germania e in tanti altri Paesi, molti fedeli purtroppo semplicemente si stanno allontanando dalla Chiesa.

Allora, si domandano i cattolici preoccupati, quel fenomeno di apparente ripresa dell’ultimo ventennio del secolo scorso aveva radici profonde? Quella ripresa corrispondeva più ad una apparenza che ad una realtà consolidata? E poi, si domandano ancora, quali sono le cause più profonde cha hanno originato questa crisi di fede, che è la madre di tutte le crisi nella Chiesa? Così, in questa cornice storica, si apre un dibattito sulle cause della crisi nella Chiesa. Quando è iniziata? Quali fattori l’hanno favorita? Non è vero che certe sue cause profonde hanno continuato a lavorare in profondità, mentre almeno ad un primo sguardo molti effetti sembravano in via di superamento negli anni ’80 rispetto agli anni ’60-’70?

Tutto ciò spiega il perché del grande dibattito sul periodo precedente il Concilio Vaticano II, sul Concilio stesso, sulla sua ripercussione nella vita della Chiesa, nella società, ecc. E questo dibattito sulle cause della crisi nella Chiesa non farà che crescere mentre gli effetti continuino ad emergere un po’ dappertutto.

Questa è la grande differenza che vedo fra gli anni ottanta, piuttosto ottimisti, e questo inizio degli anni 2020 che si apre sotto il segno di grandi interrogativi e più che legittime preoccupazioni.

Ha avuto la possibilità di vivere sotto tre diversi pontificati: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Dal punto di vista della Tradizione apostolica, quali degli eventi di questi tre pontificati che si sono approssimati o allontanati da quel paradigma evidenzierebbe?

Papa Francesco ha parlato molte volte di cambiamento radicale di paradigma nella Chiesa. A riprova di questa affermazione, raccomando la lettura dell’opera Il Cambio di Paradigma di Papa Francesco, di José Antonio Ureta, dove questo studioso descrive e analizza le molteplici sfaccettature dei grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi sette anni.

I Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno invece voluto proporsi come esponenti della cosiddetta “ermeneutica della riforma nella continuità” (Benedetto XVI) anziché fautori di un nuovo paradigma.

Come detto, ora si è aperta una grande discussione se, indipendentemente dalla volontà di questi due ultimi Papi e già prima di loro, il Concilio Ecumenico Vaticano II stesso o certe sue interpretazioni siano responsabili diretti di una modifica del paradigma cattolico in qualcosa di fondamentale.  Per esempio, nel ritenere superata l’affermazione che la Chiesa Cattolica – che sempre riferì a sé stessa – è l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo.  Il tempo e gli studi multidisciplinari riveleranno sempre più nitidamente i contorni e le conseguenze di questi ultimi sessant’ anni.  E questo sì è un processo ora irreversibilmente avviato.

Come osservatore privilegiato attraverso la sua partecipazione alle conferenze stampa della Santa Sede, potrebbe parlarci dei personaggi che, in questo lungo periodo, hanno influenzato maggiormente la vita della Chiesa?

Le persone più significative nel campo ecclesiastico che si identificano con la cosiddetta “ermeneutica della riforma nella continuità” sono state, senz’altro, lo stesso Papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger, poi divenuto Papa Benedetto XVI.

Il settore progressista ha visto in Papa Bergoglio e in cardinali come Kasper e Martini i loro esponenti di punta. Il Cardinale Casaroli, artefice dell’Ostpolitik con i regimi comunisti, già non ebbe con Giovanni Paolo II l’influenza determinante che aveva ai tempi di Paolo VI e i progressisti lo ricordano sempre meno.

Le personalità del mondo cosiddetto tradizionalista, anche se non hanno una grande risonanza nell’ambito dei grandi media né seguaci fra i membri della intellighenzia dominante, tuttavia diventano sempre più note a livello universale in una resiliente parte del gregge cattolico. Tale è stato il caso, per esempio, dei quattro cardinali che hanno presentato dei Dubia a Papa Francesco sulla lettera apostolica Amoris Laetitia.

Quando il professore Corrêa de Oliveira le chiese di rappresentare il Bureau delle TFP a Roma, quali consigli le diede? Lui stesso (cfr. Concilio Vaticano II – Una storia mai scritta, Roberto de Mattei, Lindau, 2010) seguì le prime sessioni conciliari e rimase deluso dai loro progressi. Ha mai affrontato questo argomento con lei?

Molte volte.

Il prof. Plinio Correa de Oliveira non ha nascosto, né in pubblico né in privato, la dura prova che rappresentò per lui il periodo conciliare e le delusioni che ebbe a Roma già nella prima fase del Concilio. Con tutto, fece quanto poteva fare un laico, una persona esterna al Concilio stesso. A lui e ai suoi collaboratori immediati si deve l’iniziativa e il coordinamento della raccolta di firme tra i Padri Conciliari per chiedere a quella assise la condanna del comunismo.  Il fatto che l’argomento non sia stato neppure messo nell’agenda dell’aula conciliare fu oggetto di un suo severo commento nell’aggiornamento che fece nel 1976 del suo libro principale, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.

Tuttavia, sarebbe esagerato dire che l’evento conciliare lo prese di sorpresa. A me personalmente mi raccontò in modo molto dettagliato le apprensioni che lo assalivano per i sintomi dell’avanzata rivoluzionaria dentro la Chiesa da almeno 25 anni prima del Concilio e che lo portarono a scrivere la sua prima opera, In Difesa dell’Azione Cattolica, nel 1943. Mi spiegò anche che un grande motivo della sua sofferenza era che le persone a lui più vicine, persino nell’ambito ecclesiastico, non condividevano pienamente il suo assillo per il fatto che gli errori della modernità secolarizzante, cioè della grande Rivoluzione dell’Occidente, penetravano nel recinto sacro della Chiesa.

Infatti, quando seppe della convocazione del Concilio egli, sebbene da un punto di vista diametralmente opposto, disse più o meno le stesse parole del porporato progressista belga L-J Suenens: “Questi saranno gli Stati Generali della Chiesa”. Tra le posizioni avverse ma lucide del cardinale Suenens e quelle di Plinio Correa di Oliveira si estendeva un vasto oceano di cattolici piuttosto ottimisti. Gli anni ’60 videro un apice d’ottimismo di quella che viene chiamata “ideologia del progresso”.

Da profondo studioso del processo rivoluzionario che subiva la Cristianità, processo che si era inaugurato con l’umanesimo neopagano e con il Rinascimento e che era proseguito dopo con la Rivoluzione francese e con quella russa, Plinio Correa de Oliveira sapeva con totale certezza che il fenomeno rivoluzionario non avrebbe risparmiato la Chiesa. Anzi, un assalto della Rivoluzione alla Chiesa era già accaduto prima della sua nascita, ai tempi di Papa San Pio X, ma grazie all’azione di questo Pontefice, aveva subito una battuta di arresto. Eppure, da dirigente dell’Azione Cattolica in Brasile, percepì che gli errori del modernismo si erano ripresentati dentro la Chiesa negli anni ’30, importati soprattutto da “agenti pastorali” belgi, il che lo portò a scrivere il menzionato libro del 1943, encomiato in seguito da Pio XII. La storia di quel periodo e della denuncia fatta allora da Plinio Correa de Oliveira sono l’oggetto di uno studio del compianto Gonzalo Larraín, che apparirà prossimamente in Italia sotto il titolo “Il Primo Grido di Allerta”.

Negli anni successivi al Concilio, fedele al suo proprio ambito di azione, Plinio Correa de Oliveira e le TFP da lui ispirate si dedicarono a un intenso combattimento contro la crescente infiltrazione di idee e prassi marxiste nella Chiesa portata avanti dal progressismo cattolico. Celeberrima fu la raccolta fatta nel 1969 di due milioni di firme chiedendo a Papa Paolo VI misure contro questa infiltrazione comunista nella Chiesa. Durante gli anni ’70 e ’80 si svolsero campagne ugualmente risonanti contro la “teologia della liberazione” (nome che suddetto fenomeno d’infiltrazione volle darsi) nonché contro il suo braccio operativo, le comunità ecclesiali di base che, per dirne una sola, riuscirono a portare Lula al potere in Brasile, il gigante del subcontinente.

Nei dodici anni del mio ormai lungo soggiorno romano in cui il prof. Plinio era vivo, dovetti andare per conto suo ad avvertire molte istanze romane sul pericolo per la Chiesa che si delineava soprattutto a partire dall’America Latina con la “teologia della liberazione”. Oggi mi sembra difficile per chiunque contestare tutta la preveggenza profetica di Plinio Correa de Oliveira nel secolo ventesimo. Ma va detta un’altra cosa ancora: fino alla sua scomparsa nel 1995, egli non ha mai messo in dubbio la certezza che dopo la crisi si sarebbe aperta una nuova epoca di grazia per la Chiesa e per l’umanità rispondente alla promessa della Madonna a Fatima sul futuro trionfo del Suo Cuore Immacolato.

Sempre sul Vaticano II, recentemente si è levato un vivace dibattito su questo sfortunato evento della vita della Chiesa nel 20° secolo. Questo dibattito, spinto soprattutto dagli interventi dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò e di monsignor Athanasius Schneider, ha portato una cinquantina di sacerdoti, accademici e intellettuali a, il 15 luglio, rivolgere una lettera di sostegno ad entrambi. Cosa ne pensa di questa iniziativa? Potrebbe avere qualche effetto pratico?

Del dibattito che si è aperto in questo periodo, ho accennato prima. Io mi auguro che sia l’inizio di un processo che farà onestamente chiarezza su quanto accaduto negli ultimi sessant’anni e anche in tempi più remoti, da quelli del modernismo oltre centoventi anni fa.

Quello che non mi auguro invece è che sia un motivo di raffreddamento della carità reciproca e della stima fra quelli che ormai concordano pienamente che qualcosa di molto grave è difatti accaduta nella Chiesa, perché l’evidenza sta lì a dircelo. Un clima rispettoso, sereno, senza pretese né primedonne, sarà il più grande servizio che si potrà fare alla Chiesa. Credo personalmente che la lettera degli intellettuali in appoggio ai due coraggiosi vescovi menzionati vada in questa direzione, anche perché, oggi, davanti ai fatti, chi può negare che ci siano delle difficoltà oggettive nella lettura che si da del Vaticano II? D’altra parte, chi può conferire al Concilio uno statuto di infallibilità che gli stessi padri conciliari non vollero dargli?

Nell’anno che segna il 25 ° anniversario della morte del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, che donò tutta la sua vita e il suo pensiero al servizio della Chiesa e della controrivoluzione, quale può essere, secondo lei, il miglior tributo che i suoi figli spirituali possono rendergli?

Mantenere una posizione equilibrata, cioè, non nascondersi l’estensione dell’abisso che si è spalancato davanti al mondo e in seno alla Chiesa, ma allo stesso tempo credere fermamente che dopo le bufere e la notte buia brillerà la Stella Mattutina, insomma ci sarà il trionfo del Cuor Immacolato promesso dalla Madonna a Fatima, in quella gloriosa terra del Portogallo dove “si conserverà sempre il dogma della Fede” (3ª Apparizione).  Plinio Correa de Oliveira, così come previde con grande lungimiranza la portata di questa crisi, non smise mai di prevedere l’arrivo di questo giorno.

Per finire, le chiediamo che, tra le migliaia di scritti del Prof. Plinio, ne scelga uno o un singolo passaggio che l’ha particolarmente segnata.

Tante cose si potrebbero dire del prof. Plinio Correa de Oliveira sul suo apostolato contro-rivoluzionario sia nell’ordine temporale che spirituale, sia della sua vita intellettuale che operativa. Per esempio, per decadi combatté contro i tentativi del comunismo di impossessarsi del continente latinoamericano, dando origine al più esteso movimento cattolico anticomunista del mondo. Come mai il catto-comunismo ha potuto arrivare al potere in diversi Paesi della regione solo dopo la sua morte? Qual’è stata la sua rilevanza storica come vero argine di un fenomeno che avrebbe potuto stravolgere gli equilibri della Guerra Fredda? Un punto ancora da approfondire, tra molti altri della sua molteplice personalità.

Credo tuttavia che il più grande omaggio che gli si possa fare è ricordarlo con le parole che egli stesso ha voluto sulla sua tomba a San Paolo del Brasile: Vir totus catholicus et apostolicus, plene romanus. È stato un uomo tutto cattolico e apostolico, pienamente romano.

* Juan Miguel Montes è nato a Santiago del Cile nel 1951. Dirige dal 1983 il Bureau delle TFP (Tradizione Famiglia Proprietà) a Roma. Come giornalista, segue da vicino la vita della Chiesa Cattolica, scrivendo su diversi organi di comunicazione italiani e internazionali e tenendo conferenze in Italia e all’estero.


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