Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Il culto cieco del numero nella società contemporanea

 

 

 

 

Catolicismo, N. 8, agosto 1951 (*)

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Questa rivista pubblica oggi il discorso del Santo Padre Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Tale documento contiene, nella sua concisione, affermazioni e insegnamenti capaci di orientare i cattolici in una materia della più palpitante attualità. Vogliamo perciò dedicare questo articolo al commento di alcuni suoi passi.

Una certa mentalità oggi molto diffusa, e che potremmo forse chiamare "democratismo ottimista", vede nel modo seguente una strutturazione ideale del mondo futuro:

a) costituzioni politiche che assicurino la elettività e la temporaneità delle funzioni legislative ed esecutive, il carattere vitalizio, la inamovibilità e la irriducibilità degli introiti dei membri del potere giudiziario. Con ciò si sarà assicurata la piena uguaglianza di tutti i cittadini, la onnipotenza della opinione pubblica, la indipendenza dei magistrati;

b) a completamento di queste misure, il voto segreto e il suffragio universale e diretto. L'elettore non subirà la pressione dei potenti, e potrà deporre nell’urna un voto assolutamente libero, che sia la espressione fedele della sua saggezza e del suo patriottismo. La funzione elettorale non sarà riservata a piccole minoranze di aristocratici, di plutocrati o di intellettuali, ma apparterrà a tutta la massa degli uomini onorati e lavoratori. Quindi la nazione si governerà da sola, senza correre il rischio che gli affari pubblici siano sacrificati a piccoli gruppi i cui interessi siano contrari al bene comune;

c) siccome, in ultima analisi, il governo spetterà alla massa, e questa sarà l’autentica sovrana, sarà assicurato l’ideale della libertà umana. Infatti, un popolo sovrano è necessariamente libero, non essendovi espressione più completa della libertà che la sovranità, cioè il potere supremo di fare tutto quello che si vuole. D’altra parte, nel computo rigorosamente matematico dei voti trionferà l‘ideale della uguaglianza umana. Nessun privilegio assicurerà al suffragio di un cittadino un peso maggiore che a quello di un altro. Tutti potranno ugualmente influire sui destini della patria, uguali in diritti e doveri, così come in amore e in sollecitudine per gli interessi del paese;

d) un sistema tanto capace di armonizzare e di disciplinare la vita sociale deve, per forza, produrre gli effetti migliori se applicato alla vita internazionale. Ogni nazione designerebbe per un super-parlamento mondiale una rappresentanza proporzionale al numero dei suoi abitanti. I membri del super-parlamento eleggerebbero con voto segreto e diretto il presidente della Repubblica Mondiale. Si nominerebbero, possibilmente con atto congiunto del presidente della Repubblica Mondiale e del super-parlamento, i titolari del Potere Giudiziario Universale. Le nazioni sarebbero libere e uguali tra loro nello stesso senso e nella stessa misura in cui lo sarebbero gli individui nella struttura democratica interna di ciascun popolo.

Assicurata in questo modo la libertà e l’uguaglianza, le lotte scomparirebbero, perché l’uomo lotta solo quando è oppresso, o quando è umiliato da qualche disuguaglianza. La fraternità nascerebbe necessariamente dall’insieme di due principi così saggi e così sacri. Libertà, Uguaglianza, Fraternità, non è proprio questo il sogno del mondo dalla Rivoluzione francese? Non si sintetizzano in queste parole tutte le aspirazioni di una umanità ansiosa di trovare, infine, la pace e il benessere definitivi? Non sono questi i mezzi nei quali da più di centocinquant’anni gli uomini ripongono il meglio della loro fiducia per realizzare i loro ideali di felicità e di dignità? Non dobbiamo dunque riconoscere che ci troviamo di fronte alla soluzione dei problemi del mondo contemporaneo?

Probabilmente molti lettori troveranno in questa formulazione di principi l’espressione stessa della loro mentalità. Forse la maggior parte non penserà in questi termini punto per punto, ma riconoscerà, in quanto è stato detto, la linea generale del suo pensiero. Altri sorrideranno con uno scetticismo disincantato. E, infine, non mancherà chi discordi in modo perentorio. E la Chiesa? 

I quattro grandi dogmi moderni

Cominciamo a distinguere. Nell’insieme di principi, di istituzioni pubbliche e di aspirazioni che abbiamo appena descritto, vi sono quattro note dominanti, che si possono così formulare:

a) l’idea che la direzione degli affari pubblici, sia nazionali che internazionali, può essere legittimamente esercitata solo dal popolo, unico autentico sovrano, da cui emana ogni potere;

b) l’idea che il popolo, unico interessato ai destini dello Stato, e forse del super-Stato mondiale, è per ciò stesso il più competente a dirigere gli affari pubblici;

c) che il regime rappresentativo, consistente (nella sua espressione più ampia e più genuina) nel suffragio universale e nella investitura degli eletti da parte del popolo a tutte le cariche di comando, assicura la manifestazione di un’autentica volontà popolare, e la fedele esecuzione di tutto quanto questa desidera;

d) che l’ordine internazionale esige la creazione di un super-governo mondiale, per ragioni identiche a quelle che dimostrano la necessità dello Stato per mantenere l’ordine tra gli individui.

È facile percepire che questi sono i quattro punti in cui si condensa tutto il pensiero politico della Rivoluzione francese, e che essi sono come i quattro dogmi sui quali si è costruita la società contemporanea. Anche in certe ideologie politiche odierne, in apparenza molto contrastanti con la Rivoluzione francese, come il nazismo e il comunismo, che sono così profondamente antiliberali, si percepisce facilmente l’influenza di questo pensiero. Tanto il dittatore bruno quanto il dittatore rosso basavano o basano tutto il loro potere, almeno in tesi, su plebisciti-monstre, che ratificano in nome del popolo sovrano e onnipotente gli atti del capo dello Stato.

Chiedersi qual è la posizione della Chiesa di fronte a questi quattro grandi dogmi della società contemporanea comporta, in larga misura, la definizione della posizione della Chiesa di fronte al mondo di oggi. L’esame di una materia così delicata può essere fatto solo mediante l’analisi di ognuno di questi "dogmi" alla luce della dottrina cattolica. 

Il governo popolare

L’obiettivo di questo articolo sta nello studiare più specificamente gli insegnamenti di Pio XII sul tema di cui ci occupiamo. Perciò tratteggeremo molto rapidamente la posizione della Chiesa, illustrata in modo esauriente dai documenti pontifici che si sono susseguiti da Pio VI a Pio XI, di fronte al dogma della Sovranità popolare.

La Chiesa ha sempre insegnato che il potere non viene dal popolo, ma da Dio. Infatti, Dio ha creato la natura umana in modo tale che gli uomini devono necessariamente avere un governo. Poiché Dio è onnipotente, gli sarebbe stato facile crearci senza che avessimo la necessità di avere sopra di noi qualcuno che ci governi. È stato per un atto libero e saggio della Sua volontà che Dio ci ha creati come siamo. Dunque, a causa di questa adorabile volontà, esistono sulla terra governi a cui gli uomini devono obbedienza. Coloro che esercitano il potere pubblico non lo fanno, quindi, per l’autorità del popolo, ma per l’autorità di Dio.

Ne derivano conseguenze pratiche molto importanti. La prima di esse è che nella concezione cattolica i governanti sono costituiti per comandare, e i sudditi per obbedire. In caso contrario, se il popolo fosse sovrano, il governante non dovrebbe fare altro che obbedire alla volontà del popolo.

Altra conseguenza importante è che, secondo la dottrina cattolica, è perfettamente normale che il potere sia esercitato da un monarca, o da una aristocrazia. Al contrario, i partigiani della sovranità popolare sono naturalmente portati ad accettare come unica forma di governo la democrazia, in cui il voto popolare indica coloro che devono esercitare il governo.

Resta da vedere se la Chiesa, che è contraria alla dottrina della sovranità popolare, condanni anche la repubblica democratica, cioè la forma di governo nella quale il supremo magistrato della nazione è eletto con voto popolare.

Dal momento che la nostra natura è tale che nell’infanzia siamo ignoranti, abbiamo bisogno di chi insegni. Quindi è volontà di Dio che esista chi insegni, e l’autorità magisteriale sui discepoli non deriva da una delega da parte di questi, ma da Dio stesso. Tuttavia, è assolutamente certo che Dio, che ha voluto che vi fosse chi insegnasse, ha lasciato al giudizio degli uomini la scelta dei mezzi per la designazione di coloro ai quali incombe il compito di insegnare. E, così, è ugualmente lecito che il professore sia scelto attraverso una libera nomina, per concorso o per promozione dovuta ad anzianità di servizio. Tocca agli uomini adottare una di queste modalità, a seconda delle circostanze di ogni tempo e di ogni luogo. Lo stesso si può dire del governo: esiste per volontà di Dio, ma il modo di scegliere il supremo magistrato può variare a seconda delle circostanze, ed essere in alcuni paesi vitalizio ed ereditario, in altri temporaneo ed elettivo. Se, quindi, con repubblica o più ampiamente con democrazia intendiamo il semplice fatto che la suprema magistratura possa essere ricoperta per via di elezione popolare, è insegnamento esplicito di Leone XIII che essa non contrasti per nulla con la dottrina cattolica.

Questo insegnamento - insistiamo per evitare confusioni pericolose e molto diffuse - comporta però due importanti riserve. Anche nel caso di una repubblica, il supremo magistrato non è uno schiavo della volontà popolare, bensì un autentico governante. D’altra parte, bisogna ricordare che la democrazia non è preferita o imposta dalla Chiesa, contrariamente a quanto un preconcetto molto corrente fa credere. Secondo questo preconcetto il Vangelo predica l’uguaglianza politica, di modo che ogni disuguaglianza offenderebbe lo spirito di umiltà e di mansuetudine insito nell’insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo. La monarchia e l’aristocrazia, che si fondano sulla disuguaglianza, sarebbero quindi contrarie allo spirito evangelico.

Niente di più falso! L’umiltà porta a volere che ciascuno stia al posto che gli compete, e non a desiderare che tutti stiano fuori dai rispettivi posti. Così, se vi sono ricchi e poveri, nobili e plebei, colti e incolti, l’umiltà deve portare il cristiano a volere che ciascuno sia trattato per quello che è, e abbia una partecipazione alla cosa pubblica proporzionata ai suoi meriti e al suo rango.

È legittimo che un popolo si organizzi democraticamente. Però non è legittimo che consideri ingiuste, retrograde o false le altre forme di governo; che cerchi di imporre la sua particolare forma di governo agli altri con il pretesto del progresso o della civiltà; oppure che, per un amore cerebrale e teorico al democratismo, faccia una rivoluzione come quella del 1789, violando diritti acquisiti, alterando bruscamente tutta la evoluzione storica di una civiltà e distruggendo perfino istituzioni e vite, per ridurre tutto a un nuovo ordine di cose.

Relativamente a tutto ciò che è contenuto nel primo principio, si giunge quindi alla conclusione che la Chiesa accetta solo questo: la repubblica è una forma di governo lecita.

Quando Leone XIII definì questo punto, sul finire del secolo XIX, fece scalpore. Non mancò chi accusasse il grande Pontefice di patteggiare per opportunismo con i principi trionfanti della Rivoluzione francese. Un semplice studio delle organizzazioni politiche vigenti nel Medioevo con la completa approvazione della Chiesa, mostrerebbe che il pensiero cattolico si era definito in questo senso molto prima della Rivoluzione. In certi comuni svizzeri, tedeschi, italiani del Medioevo, il governo era esercitato da persone elette dal popolo, senza che nessuno pensasse di vedervi una infrazione alla dottrina cattolica. Lo scalpore prodotto dall’insegnamento di Leone XIII fu dovuto al fatto che il suo pensiero non è stato ben capito. Chi volesse studiare l'argomento troverà nei documenti di Pio XII direttive geniali per essere illuminato perfettamente in proposito. 

La infallibilità dell’elettorato

Esaminiamo il dogma della infallibilità popolare. Che cosa ne pensa la Chiesa? Se vogliamo intenderlo alla lettera, la risposta può essere soltanto negativa. Dopo il peccato originale, tutti gli uomini sono soggetti all’errore. Soltanto il Magistero della Chiesa possiede il privilegio della infallibilità. Ma questo privilegio gli deriva unicamente dalla assistenza divina promessa da Gesù Cristo. Siccome Cristo non ha promesso la infallibilità al popolo, è chiaro che il suffragio universale è fallibile. Un cattolico coerente può soltanto sorridere della ingenuità di coloro che immaginano che la istituzione del suffragio universale, diretto e segreto, per il fatto stesso di affidare alla saggezza popolare la gestione degli affari pubblici, garantisca automaticamente l’assennatezza di tutte le soluzioni che si intendano dare ai problemi relativi al bene comune.

Mutatis mutandis, dobbiamo solo ripetere a questo proposito ciò che abbiamo già detto a proposito del dogma precedente. Delle tre forme di governo - monarchia, aristocrazia, democrazia - nessuna, considerata in sé stessa, conduce necessariamente alla verità, o necessariamente all’errore. Il maggiore o minore margine di "fallibilità" di ciascuna forma di governo varia a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di indole, di tradizioni, di cultura peculiari a ogni paese.

Quindi, dobbiamo esaminare quali sono le condizioni necessarie perché il governo del popolo porti a soluzioni esatte dei problemi nazionali.

 

Popolo e massa

Molte di queste condizioni dovrebbero essere ricordate. La più importante di esse è che il popolo sia realmente popolo e non massa. Infatti, democrazia è governo del popolo e non governo della massa.

A questo riguardo, Pio XII, nel suo radiomessaggio natalizio del 1944, stabilisce una distinzione che non è esagerato definire geniale, e che apre tutto un orizzonte nuovo per gli studi di sociologia cattolica:

"Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, 'massa' sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali - al proprio posto e nel proprio modo - è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l‘impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’ultra bandiera. Dalla esuberanza di vita di un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune" (1).

Così, dunque, il primo elemento che differenzia il popolo dalla massa è il fatto che si denomina popolo una comunità umana in cui tutti gli uomini hanno principi, convinzioni, movimento proprio, nozione chiara dei loro diritti e doveri; mentre la massa, costituita da uomini privi di idee, di principi, di formazione morale, senza nessuna iniziativa propria, ha come unica norma la immaginazione, che trascina i suoi membri in un senso o in un altro, a seconda del soffio della demagogia partitica o del governo.

Pio XII ricorda poi un’altra distinzione tra popolo e massa:

"In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale - senza pregiudizio, ben inteso, dalla giustizia e della mutua carità - non sono affatto un ostacolo all’esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato" (2). 

Popolo e plebe

Quest’ultimo punto merita rilievo. Il popolo non è soltanto la plebe, e neppure soltanto la maggioranza: è tutta la popolazione. La giusta uguaglianza non è quella che elimina le classi superiori dissolvendole nella plebe, ma quella che rispetta l’esistenza di tutte le classi sociali assicurando a ciascuno il diritto di vivere onoratamente la propria vita. E questo non vuol dire che si deve dare ai plebei il diritto di vivere come nobili: né ai lavoratori manuali di vivere come borghesi; né agli illetterati di vivere come uomini colti; ciascuno ha, per certo, diritto a una vita onorata, diversa dalle detestabili condizioni di vita di una certa parte della classe operaia di oggi, senza però esorbitare dalle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato.

Popolo, quindi, nel linguaggio della Chiesa non è la maggioranza, e neppure la classe più modesta, ma tutta la popolazione di un paese, in quanto psicologicamente dotata di forte personalità individuale e collettiva: di una vita propria che anima lo Stato invece di lasciarsi da esso asfissiare; di una reale differenziazione di categorie sociali, dotate tutte di modello di vita e di cultura peculiari, ma tali che nessuno di questi modelli sia inferiore a quello che conviene alla naturale dignità dell’uomo.

Questi requisiti, come si vede, sono il contrario di quelli che avrebbe la società livellata e amorfa sognata dai rivoluzionari del 1789, e dai loro autentici successori, i socialisti dei nostri giorni. Un tale "popolo", organico, gerarchizzato, vivo, può realmente pronunciarsi con saggezza a proposito di un determinato numero di problemi nazionali e soprattutto regionali. Mai però la massa, che per definizione è quasi soltanto capace di sbagliare

Massa e suffragio

Passiamo al terzo "dogma". Il suffragio universale, basato sul computo numerico dei voti tutti uguali tra loro, esprime in modo adeguato la volontà del popolo?

Popolo è una società organica e gerarchica. Il suffragio popolare semplicemente numerico esprime o nasconde i caratteri gerarchici e organici del popolo?

La risposta non è difficile. Se tutti si possono ugualmente pronunciare su tutto, e nel computo dei voti di fatto tutti valgono allo stesso modo, di fatto questo sistema sarebbe idealmente conveniente per la massa, e molto difficilmente si adatterebbe a un autentico popolo.

Ne deriva che il sistema che conferisce alla semplice maggioranza numerica dei cittadini il diritto di formare la maggioranza nel potere legislativo, dirigere a suo piacimento quello esecutivo, ecc., molto difficilmente rappresenterà l’autentico popolo.

In altre parole, attraverso il suffragio universale è molto difficile che il popolo influisca sulla cosa pubblica.

Non sorprende, quindi, che nel discorso di Pio XII che Catolicismo oggi pubblica, si legga: "Dappertutto oggi la vita delle nazioni è disintegrata dal culto cieco del valore numerico. Il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle unità il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza; che uno spostamento di qualche voto, anche di uno solo, basterà a capovolgere. Di fronte ai partiti egli conta soltanto per il suo valore elettorale, per l’apporto che il suo voto dà: del suo posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione non si tratta" (3).

Una società dominata dal "culto cieco del valore numerico" è massa, e non popolo. Pio XII vede una delle manifestazioni più caratteristiche di questo dominio del valore numerico proprio in un sistema elettorale che fa astrazione da tutto quanto l’elettore è nella struttura organica del popolo, per vedere in lui semplicemente un numero, una unità impersonale e anonima, perduta nella massa. Ci sembra che in un tale sistema lo Stato non sia altro che "un’agglomerazione amorfa d’individui" che "contiene in sé e [...] aduna meccanicamente in un dato territorio"; mentre in realtà dovrebbe essere "l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo" (4). 

Nuovi indirizzi

Che fare? Evidentemente esaminare la possibilità di mutare indirizzo: "Dopo tutte le prove passate e presenti si oserebbero giudicare sufficienti le risorse ed i metodi odierni di governo e di politica? In realtà è impossibile risolvere il problema dell’organizzazione politica mondiale senza accettare di allontanarsi talvolta dalle vie battute, senza fare appello all’esperienza della storia, ad una sana filosofia sociale, e anche a un certo intuito dell‘immaginazione creatrice", ci dice Pio XII nel discorso ai membri del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale.

Ma, in quale direzione andare? Questo stesso discorso ci dà, in proposito, preziose indicazioni di carattere positivo, indicando l’indirizzo del futuro in una dipendenza delle istituzioni politiche e dei costumi dall’ordine organico naturale.

In questa direzione si incontrerà la soluzione per il problema di una struttura internazionale del mondo. E questo ci condurrà allo studio del quarto "dogma" contemporaneo. Lasciamo, però, questi due punti per un altro numero di Catolicismo

Note:

(*) Dal sito www.atfp.it, Per un ordine cristiano nazionale e sovranazionale: (i neretti sono del sito www.pliniocorreadeoliveira.info)

In occasione del settantesimo genetliaco del prof. Plinio Corrêa de Oliveira – il 13 dicembre 1978 – la rivista di cultura cattolica Cristianità, di Piacenza, ha pubblicato una raccolta di alcuni suoi saggi sul tema, sempre attuale, della dottrina sociale della Chiesa.

Introduzione di «Cristianità»

La data è certamente meritevole di essere ricordata, se non altro per augurare ogni bene al noto pensatore cattolico brasiliano. Ma ha maggiore titolo alla commemorazione e alla memoria un’altra ricorrenza, pure caduta nel settembre scorso, e cioè quella che ne segna il cinquantesimo di apostolato. Tanti sono, infatti, gli anni trascorsi da quando, nel 1928, Plinio Corrêa de Oliveira partecipava al congresso della Gioventù Cattolica, tenuto a San Paolo precisamente dal 9 al 16 settembre di quell‘anno. Da allora a oggi la sua vita è stata ininterrottamente e completamente dedicata al servizio della santa Chiesa e della civiltà cristiana.

Per rievocare degnamente le due ricorrenze, pubblichiamo, con un titolo complessivo redazionale, una serie di articoli a commento di un discorso di Papa Pio XII. Comparsi in Catolicismo - la prestigiosa rivista cattolica di cultura, anno I , n. 8, agosto 1951; n. 9, settembre 1951; n. 11, novembre 1951; n. 12, dicembre 1951. I loro titoli originali sono, rispettivamente: O culto cego do numero na sociedade contemporânea, O mecanicismo revolucionário e o culto do número, A sociedade cristã e orgânica e a sociedade mecânica e pagã, A estrutura supra-nacional no ensinamento de Pio XII.

I testi sono riprodotti nella loro integrità, senza alcun ritocco, neppure nei loro riferimenti a eventi contingenti, per conservare intatti, tra l’altro, il carattere e il sapore del magistero contro-rivoluzionario del professor Plinio Corrêa de Oliveira, magistero che si esercita principalmente nell’intervento in concreto, e che intende rispondere soprattutto a problemi anche storicamente reali.

(1) PIO XII, Radiomessaggio al mondo intero, del 24-12-1944, La pace interna delle nazioni, Insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, 2a ed., Roma 1962,p. 478.

(2) Ibid., p. 479.

(3) PIO XII, Discorso ai congressisti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, del 6-4-1951, in Discorsi per la comunità internazionale (1939-1956), Editrice Studium, Roma 1957, p. 386. Tutte le citazioni successive contenute nel testo e senza riferimenti, sono tratte da questo discorso.

(4) "Lo Stato non contiene in sé e non aduna meccanicamente in un dato territorio un’agglomerazione amorfa d’individui. Esso è, e deve essere in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo" (PIO XII, Radiomessaggio al mondo intero, del 2412-1944. cit.. D. 4781.


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