Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Il meccanicismo rivoluzionario e

il culto del numero

 

 

 

 

Catolicismo, n. 9, settembre 1951 (*)

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Nel numero precedente di Catolicismo abbiamo esaminato il discorso dì Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, che contiene importanti insegnamenti relativi alla struttura dello Stato e della società internazionale ai nostri giorni.

In tale commento abbiamo mostrato come la Chiesa - secondo gli insegnamenti di Leone XIII - non giudica inammissibile nessuna delle forme di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Tuttavia, il concetto di democrazia, nato dalla Rivoluzione francese, e fondato sui quattro grandi dogmi della sovranità popolare, della infallibilità popolare, della fedeltà assoluta al suffragio universale come espressione della volontà popolare, e della organizzazione della repubblica democratica rappresentativa universale, è incompatibile con il pensiero della Chiesa.  

Un grande equivoco

Quando democratici alla maniera del 1789 e cattolici parlano di "governo del popolo", vi sono abitualmente tra loro due gravi equivoci, uno sulla parola "governo", l’altro sulla parola "popolo". A causa di questi equivoci la collaborazione tra gli uni e gli altri ha parvenze di possibilità.

Quanto alla parola "governo", per i cattolici, tutto il potere viene da Dio, sovrasta i sudditi, e consiste nel dirigere il popolo; al contrario, per gli uomini del 1789 il potere viene dal popolo, i sudditi dettano la loro volontà ai governanti, e governare non significa dirigere la nazione, ma fare la volontà della massa.

Quanto alla parola "popolo", per la Chiesa esso è la società umana nella quale ciascun uomo è dotato di convinzioni e principi personali stabili, logici, capaci di determinare durevolmente tutto uno stile di vita e di azione; una società nella quale i gruppi sociali, definiti e costituiti, sono ricchi di vita; una società nella quale le classi sociali sono ammesse, riconosciute e gerarchizzate; una società, infine, nella quale vi sono élites per ereditarietà, per cultura, per capacità, amate, ammirate, riconosciute, e classi popolari che vivono, nella modesta ma profonda dignità della loro condizione, la vita laboriosa, tranquilla, piena, che compete a figli di Dio.

Al contrario, per gli uomini del 1789, il popolo è solo la "massa", cioè una moltitudine inorganica di persone tutte uguali, tutte anonime, tutte modellate, uniformizzate, standardizzate, che vivono di un pensiero non individuale ma collettivo, che non procede dalle profondità mentali di ciascuno, ma dai capricci e dalle passioni della demagogia. Per gli uomini del 1789, "governo del popolo" è governo della massa. Per i cattolici è la partecipazione alla cosa pubblica di una società orientata da élites.

Stabilite queste nozioni generali, sottolineiamo la giustezza delle osservazioni del Santo Padre Pio XII sul suffragio universale, semplice computo numerico di voti in cui le opinioni degli elettori sono prese in considerazione soltanto secondo la loro quantità e che, quindi, è molto più adeguato a esprimere l’opinione della massa che non il pensiero dell’autentico popolo.

Il problema che si pone a questo punto è il seguente: se, secondo la dottrina cattolica, "governo del popolo" non è assolutamente ciò che intendono gli uomini del 1789 ("intendono", diciamo, e non "intendevano", dal momento che oggi vi sono più uomini del 1789 che in pieno Terrore, poiché il numero dei rivoluzionari non ha fatto che crescere continuamente), come si potrebbe applicare nell'ordine concreto dei fatti ciò che la Chiesa intende per legittimo "governo del popolo"?  

Vita organica e unitarismo meccanico

Ritorniamo al testo del discorso pontificio. Leggendolo con attenzione, vedremo che Pio XII stabilisce una serie di antitesi:

a) il mondo "deve essere esente dall’ingranaggio di un unitarismo meccanico", per giungere a una organizzazione che "si armonizzasse con l’insieme delle relazioni naturali, con l’ordine normale e organico che regge i rapporti particolari degli uomini e dei diversi popoli";

b) questo "unitarismo meccanico" esiste attualmente "nel campo nazionale e costituzionale" sotto la forma di un "culto cieco del valore numerico". In altre parole, "il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle unità il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza; che uno spostamento di qualche voto, anche di uno solo, basterà a capovolgere. Di fronte ai partiti, egli conta soltanto per il suo valore elettorale, per l’apporto che il suo voto dà". Al contrario, si dovrebbe avere anche considerazione "del suo posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione", di cui negli attuali sistemi elettorali "non si tratta";

c) questo "unitarismo meccanico" si manifesta "nel campo economico e sociale" nel senso che "non c’è nessuna unità organica naturale tra i produttori", e, al contrario, "l’utilitarismo quantitativo, la sola considerazione dei costi di produzione, è l’unica norma, che determini i luoghi di produzione e la distribuzione del lavoro, dal momento che è la 'classe' che divide artificialmente gli uomini nella società e non più la cooperazione nella comunità professionale";

d) "nel campo culturale e morale", invece di dominare i valori oggettivi e sociali, "la libertà individuale, liberata da tutti i vincoli, da tutte le norme, da tutti i valori oggettivi e sociali, non è in realtà che una mortale anarchia, soprattutto nella educazione della gioventù";

e) nella sfera internazionale è necessario evitare che penetrino nella futura organizzazione mondiale "i germi mortali dell’unitarismo meccanico"; e al contrario, questa organizzazione "avrà una autorità effettiva solo in quanto salvaguarderà e favorirà dovunque la vita propria di una sana comunità umana, di una società in cui tutti i membri insieme concorrono al bene dell’intera umanità".  

Libertà cristiana e meccanicismo rivoluzionario

In tali antitesi si delineano con chiarezza due vie, una che si deve seguire e un’altra che si deve evitare. Precisiamo, per un confronto, entrambe le linee, situando il pensiero pontificio nel quadro generale della dottrina tradizionale.

I

Dottrina cattolica: gli uomini sono naturalmente disuguali, per il loro valore intellettuale e morale, per la loro capacità artistica, per la loro costituzione fisica, per le tradizioni di cui vivono, per l’educazione che hanno ricevuto, e per tutte le minute peculiarità individuali, di anima e di corpo, che derivano da ciò che un essere ha di più profondo e specifico, e che caratterizzano la sua personalità. Da questo fatto naturale deriva la struttura gerarchica della società.

Pensiero rivoluzionario: Nega la struttura gerarchica della società, e, di conseguenza, non prende in nessuna considerazione le disuguaglianze di anima e di corpo degli uomini, e neppure le loro caratteristiche individuali. Lo Stato non conosce uomini concreti, come sono nella vita e nella realtà, ma uomini in tesi, uomini in astratto, uomini impersonali e anonimi.

II

Dottrina cattolica: Secondo la logica dei fatti, l’ordine naturale delle cose, espresso attraverso le mille e mille disuguaglianze legittime esistenti tra gli uomini, dà naturalmente origine a tutta una serie di rapporti tra persone, famiglie, gruppi sociali, gruppi economici o professionali, classi, che sono prodotti dalla realtà stessa, e costituiscono il gioco fecondo delle forze vive della società.

Pensiero rivoluzionario: Tutto questo non è a conoscenza dello Stato e compete al puro campo dell’attività privata. La vita dello Stato ignora tutti questi fatti, e non li prende in nessuna considerazione.

III

Dottrina cattolica: La ragione di essere dello Stato sta nel conservare questa vita nella linea del decalogo e del bene comune; nel favorirla in tutti i modi; e, quindi, nel modellarsi come è necessario perché questa vita segua il suo corso, sempre più ricca della linfa della realtà naturale. Fioriscono così liberamente le famiglie, i gruppi sociali, le classi sociali, gli organismi che promuovono la vita culturale, la carità ecc. Non vi è una legge statale uniforme per tutti. Ciascuno si struttura secondo il costume, le necessità di ogni giorno, le circostanze storiche, ecc. Questi organismi quasi infinitamente diversificati tra loro nelle nazioni molto vaste e popolose, devono avere la possibilità di intervenire nella vita pubblica, ciascuno nella misura della sua natura, della sua funzione storica, della posizione che occupa nell’insieme degli altri organismi.

Pensiero rivoluzionario: Lo Stato non prende in considerazione tutta questa sfera di attività, perché corre il rischio di snaturarle lasciandosi impregnare da essa. Questo rischio diventa più incombente nel caso che si formino grandi famiglie, grandi istituzioni, grandi classi sociali che influenzino lo Stato. Perciò esso, che in via di principio non dovrebbe conoscere tali problemi, interviene in essi, per ridurre al suo controllo le forze sociali. È il punto di transizione dal liberalismo al socialismo.

IV

Dottrina cattolica: Lo Stato non può scegliere arbitrariamente la sua forma di governo. Esso sarà monarchico, aristocratico o democratico nella misura in cui lo stesso ordine naturale delle cose produrrà con una lenta e graduale evoluzione storica l’una o l’altra di queste forme.

Pensiero rivoluzionario: Lo Stato deve sempre essere democratico, e dirigere la vita sociale in modo che la costituzione di aristocrazie sia impossibile.

V

Dottrina cattolica: La modalità attraverso cui le famiglie, e gli altri gruppi sociali intermedi, intervengono nella vita politica, è determinata a poco a poco dalla vita stessa dei gruppi e della società piuttosto che da un piano puramente teorico e prestabilito.

Pensiero rivoluzionario: La forma dello Stato è il meccanismo teoricamente scelto dai pensatori del 1789. Non consegue dalla vita, ma da un piano fatto a tavolino. Tutto questo piano deve essere messo in opera dalle diverse unità sociali come i pezzi di un meccanismo svolgono la parte prestabilita da chi li ha ordinati. Si muovono non per la vita che è presente dentro a essi, ma per il movimento che a essi viene dallo Stato.

***

Da questo si capisce che cosa il Sommo Pontefice chiama "meccanico", e che cosa chiama "vitale". Rimane da vedere qual è il rapporto tra questi concetti e il culto del numero, di cui ci parla nel suo discorso.  

Il culto del numero e il meccanicismo rivoluzionario

Numero è una parola che suppone la nozione di quantità. Ben distinta da questa è la nozione di qualità. Il culto del numero è la instaurazione di un ordine di cose nel quale la quantità sia criterio supremo. Evidentemente, tale ordine di cose è profondamente diverso da un altro in cui si ponesse nel dovuto rilievo il fattore "qualità". Nella concezione rivoluzionaria, essenzialmente ugualitaria, il fattore qualità è necessariamente pregiudicato a favore della quantità. Infatti, se tutti sono uguali, devono avere la stessa cultura, la stessa educazione, lo stesso modello di vita, la stessa influenza, lo stesso prestigio. E questo porta per forza all’idea di dare più valore alla alfabetizzazione che alla formazione delle élites; di fare diventare più abbondante la produzione invece di renderla anche migliore; di modellare e standardizzare tutto, come conviene al tipo astratto di uomo, al quale tutti devono livellarsi, non essendo loro lecito rimanere al di qua o al di là del modello ufficiale.

Per uno Stato meccanico, nel quale tutta l’attività si fa esclusivamente sotto l’impulso delle leggi, dei decreti, delle circolari ministeriali e dei regolamenti, per una società composta di uomini anonimi e uguali perduti nella massa, ogni uomo non è altro che un numero. E ogni unità umana ha bisogno di unità di cultura, di alimentazione, di abitazione, necessarie perché possa prolungare la propria esistenza e moltiplicare la propria discendenza.

La quantità è l’ideale naturale, l’unico obiettivo raggiungibile da parte dello Stato meccanico. Molto diverso è il problema visto dal punto di vista della qualità, poiché questa può nascere soltanto dalla formazione delle élites di nascita e di cultura, dal perfezionamento delle potenzialità spirituali esistenti in misura tanto disuguale tra gli uomini, e della libera proiezione di queste disuguaglianze in tutto il corpo sociale, ben inteso nei limiti in cui lo permettono la giustizia e la carità insegnate dalla stessa dottrina della Chiesa.  

Allontanandosi dalle "vie battute"

Come si costituirebbe lo Stato, nelle attuali condizioni della società, secondo i principi che sono appena stati enunciati? In altri termini, se si liberasse l’umanità contemporanea dal busto di ferro delle leggi, delle ordinanze, dei decreti, dei regolamenti di conio socialista che in tutti i modi tolgono a essa la naturale possibilità di sviluppo, in che direzione andremmo?

È come chiedersi che direzione prenderebbe nell’aria un passero che fosse liberato dalla gabbia. È imprevedibile. Si potrebbe semplicemente dire che volerebbe. Ma nessuno riuscirebbe a stabilire preventivamente punto per punto che movimenti farebbe, che direzioni prenderebbe nella libera espansione della sua natura viva.

Consideriamo una società autenticamente e profondamente cattolica, fermamente disposta a svolgere la propria attività nella più rigorosa osservanza dei principi del decalogo, e una pubblica autorità che consideri come sua missione più elevata punire il male e stimolare il bene - prendendo le parole "male" e "bene" proprio nel senso in cui le intende la Chiesa - e ci chiediamo come si strutturerebbe, nel caso che si liberasse dal culto del numero, dalla tirannia degli organi meccanici che rendono falso il suo andare come lo farebbero apparecchi ortopedici nel caso di uomini con i piedi sani. Che forme di governo, che forme di organizzazione sociale, culturale, economica, assumerebbero tali società?

Dice Pio XII nel suo discorso che "in realtà è impossibile risolvere il problema dell’organizzazione politica mondiale senza accettare di allontanarsi talvolta dalle vie battute, senza fare appello all’esperienza della storia, ad una sana filosofia sociale, e anche a un certo intuito dell’immaginazione creatrice". Con il concorso di tutti questi elementi, storia, sana filosofia, intuito dell’immaginazione creatrice, animo risoluto ad abbandonare le strade battute dal meccanicismo numerico del 1789, è possibile fare congetture per il futuro?

In una certa misura no. Infatti, come abbiamo detto a proposito del passero liberato dalla gabbia, vi è molto di imprevedibile nell’operare degli esseri viventi. Ma, d’altro lato, posto che la natura umana e la legge di Dio non mutano, posto che in passato abbiamo già avuto società costituite da libero sviluppo delle energie naturali legittime, è possibile prevedere alcune linee generali del futuro. Lo vedremo nel prossimo articolo. 

(*) Dal sito www.atfp.it, Per un ordine cristiano nazionale e sovranazionale: (i neretti sono del sito www.pliniocorreadeoliveira.info)


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