Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Sul cerimoniale del potere

Le cerimonie di insediamento di Eisenhower alla luce della

dottrina cattolica

 

Catolicismo, N. 27, marzo 1953 (*)

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La cerimonia della trasmissione delle funzioni presidenziali negli Stati Uniti è stata riferita dalla stampa quotidiana con la massima abbondanza di particolari. È naturale che sia accaduto così. Eccettuato il Sommo Pontificato, che per numerose ed evidenti ragioni è al di sopra del confronto con qualsiasi funzione terrena, nessuna carica, ai giorni d’oggi, conferisce più poteri di quella di presidente degli Stati Uniti. Infatti, la Costituzione di questo paese attribuisce al primo magistrato una grande somma di prerogative che, in tempo di guerra, possono assumere una ampiezza quasi dittatoriale. Gli Stati Uniti sono, nel momento presente, in un tale vertice di forza militare ed economica, che tutta la vita internazionale delle cinque parti della terra passa tra le mani del suo presidente. La drammatica congiuntura storica in cui viviamo può dare una importanza decisiva, nel senso della guerra oppure della pace, a un numero enorme di risoluzioni che il presidente è costretto a prendere in ogni momento. In altri termini, diverse volte al giorno il capo dello Stato americano è chiamato a decidere i destini del mondo.

È molto interessante l’atto attraverso il quale una creatura umana entra ufficialmente nell’esercizio di una così terribile somma di poteri. È, quindi, perfettamente naturale che tutti i particolari di questo atto, di una importanza senza confronti, interessino il mondo intero.

Il cerimoniale, specchio di un’epoca

Proprio perché gli atti importanti, sia della vita dei popoli che dei privati, interessano in tutti i loro particolari, l’ordine naturale delle cose richiede che tali atti si facciano con certi riti, apparato e formalismo, che devono essere maggiori o minori a seconda della loro maggiore o minore importanza.

In tutti i tempi, vi sono state grandi solennità per effettuare l’insediamento nella dignità di imperatore o di re; solennità minori per l’insediamento di un ministro, oppure di un governatore di una provincia; minori ancora per quella di un prefetto, e così via in scala discendente. Perfino per la investitura nella più modesta delle funzioni pubbliche, anche nella nostra epoca di prosaicismo sfrenato, ci si serve di un certo quale rituale, in occasione della prestazione dell’impegno di ben servire.

Tutto questo è a tale punto naturale, ragionevole, normale, che, ripetendo questi concetti, ci viene in mente il consigliere Acácio (personaggio dello scrittore portoghese José Maria de Eça de Queiroz, 1896-1900, corrispondente al francese signor di La Palisse; sta, perciò, per sostenitore di ovvietà, di luoghi comuni, n.d.r.). E se il pittoresco personaggio di Eça de Queiroz ci sentisse, aggiungerebbe subito che la solennità di un insediamento deve ubbidire ad alcune considerazioni principali: a. rendere sensibile a tutti la intrinseca rispettabilità di questo atto; b. manifestare la serietà di spirito e l’onestà di intenzioni con cui il nuovo dignitario assumerà le sue responsabilità; c. esprimere i sentimenti e i propositi dei presenti nei confronti del nuovo dignitario.

Per questo, lo studio del cerimoniale e del protocollo è di innegabile importanza per la conoscenza degli ambienti e degli stati d’animo sotto la cui influenza si sono formati.

Infatti, se vogliamo conoscere l’idea che gli egiziani si facevano della dignità regale, che cosa vi è di meglio dello studio della etichetta di cui si circondava tutta la vita del faraone? Il pomposo cerimoniale del nazismo ci rivela molto del modo con cui la dottrina nazionalsocialista e la sensibilità delle masse hitleriane consideravano le funzioni del Fuhrer. E così via.

La conoscenza esatta del cerimoniale di insediamento del presidente degli Stati Uniti ci rivela, di conseguenza, molto di quanto l’americano di oggi pensa delle funzioni del capo di Stato. Vi è poi da fare tutto uno studio di psicologia collettiva sulle informazioni relative all’insediamento, che, in questo senso, meritano non soltanto di essere lette, ma anche commentate.

 

 

Riassunto delle informazioni

Ricordiamo anzitutto gli elementi più essenziali delle informazioni.

Alle 11,30 del giorno 20 gennaio, il presidente Truman avrebbe dovuto lasciare definitivamente la Casa Bianca per andare a prendere il generale Eisenhower nel suo albergo. Di fatto, però, il generale e sua moglie precedettero Truman e lo andarono a prendere alla Casa Bianca, per dirigersi da là al Campidoglio. È stato un gesto distinto, un tratto di cortesia che il nuovo presidente ha voluto usare verso il suo predecessore. Quattro anni fa, Truman si era insediato in cilindro. Questa volta, però, tanto lui quanto Eisenhower portavano il cappello di feltro. Truman ed Eisenhower, questo serio, e quello sorridente, hanno proseguito per il Campidoglio sulla macchina presidenziale. Su un’altra automobile, si vedevano le signore Eisenhower e Truman. Veniva poi il resto del corteo. Durante il tragitto, quattro guardie con il cappello floscio, poste sui predellini dell’automobile presidenziale, la proteggevano. All’arrivo erano presenti, in Campidoglio, i più alti dignitari civili e militari degli Stati Uniti: tutto il senato, tutta la camera dei deputati, i governatori dei quarantotto Stati, generali, ammiragli, ambasciatori e membri della Corte Suprema.

Questi ultimi si presentavano indossando toghe nere. Le altre personalità ufficiali vestivano abiti da passeggio e cappelli flosci. Lentamente, tutte le persone invitate sono venute prendendo posto sulle tribune, nel recinto, nel banco destinato ai ministri. Si notava la presenza dei membri del gabinetto Truman, e del ministero del nuovo presidente.

Infine, il generale Eisenhower, Richard Nixon, eletto alla vicepresidenza, e Truman si sono diretti alla rotonda, dove si stava per svolgere la cerimonia del giuramento. I presenti applaudono Eisenhower. La cerimonia giunge al suo punto culminante. L’arcivescovo cattolico di Washington, mons. Patrick O’Boyle, posto di fronte a Eisenhower, recita una breve orazione. Subito dopo il senatore William Knowland porge la Bibbia a Nixon, che presta il giuramento di prassi. Poi l’artista negra Dorothy Maynor canta l’inno nazionale. La banda dei fucilieri di marina esegue America, la marcia patriottica preferita dal generale. Il rabbino Hillel Silver recita allora una preghiera. Eisenhower, che al mattino ha assistito a un ufficio solenne nella chiesa nazionale presbiteriana, “serio e raccolto, chiude gli occhi”, ci dice un dispaccio, mentre il rabbino prega. Fred Vinson, presidente della Corte Suprema, porge due Bibbie, una detta la Bibbia Massonica, sulla quale hanno prestato giuramento tutti i presidenti nordamericani a partire da George Washington, e l’altra una Bibbia da tasca sulla quale trentotto anni fa Eisenhower prestò a West Point il suo giuramento di ufficiale. Il generale recita la formula: “Io Dwight Eisenhower, giuro solennemente di svolgere con fedeltà il mio compito di presidente degli Stati Uniti, di preservare e di difendere con tutte le mie forze la Costituzione degli Stati Uniti”. Vinson a questo punto ha detto: “Dio la aiuti”. Al che il generale ha risposto: “Dio mi aiuti”. È insediato il 34° presidente degli Stati Uniti. Scoppiano applausi, ci si scambiano felicitazioni. Eisenhower chiede ai presenti di pregare per lui. E poi inizia la lettura del suo discorso. Quando è terminata, il vescovo della Chiesa episcopaliana dà la sua benedizione. Si scambiano nuove felicitazioni.

Il corteo presidenziale, composto da circa cinquanta persone, si dirige verso l’uscita. Lasciando il Campidoglio, il presidente Eisenhower ha abbandonato la macchina ufficiale nera per una brillante Cadillac bianca. Dietro alla Cadillac vengono i tamburi della banda militare, in alta uniforme, che fanno tremare al loro passaggio le vetrate. Un battaglione di fanteria scorta le bandiere, i “marescialli” della parata le affiancano. Sono il generale Spaatz, l’ammiraglio Kirk e il generale Gerow. Sfilano, poi, ventimila uomini e donne delle diverse armi e corpi militari. Sessantacinque bande musicali segnano il tempo.

Eisenhower resta in piedi sull’automobile, durante il tragitto. Gli sta accanto la signora Eisenhower, con tre orchidee bianche sul risvolto dell’abito. Le finestre sono piene di gente. Sulle piante vi sono grappoli di ragazzi. Il presidente avanza verso la Casa Bianca sotto una nuvola di coriandoli. Quando il generale giunge alla residenza presidenziale, prende posto in un palco. La sfilata comincia con imponenza. La aprono le bandiere dei quarantotto Stati, e due mila cadetti di West Point con i loro chepi con il pennacchio. Segue un carro allegorico scortato dagli allievi della scuola navale di Anapolis in uniforme bianca: simboleggia la “fede religiosa”. Passano poi gli indiani, brandendo i tomahawk e trascinando fino a terra le loro piume multicolori. Il presidente stringe loro calorosamente le mani.

Un altro carro allegorico, e quindi vengono bande musicali in uniforme. Poi un altro carro, che rappresenta un lattante: Eisenhower nella sua prima infanzia. Si nota anche una delegazione di cow-boy, inviata dal Kansas, Stato natale del presidente. Questo Stato si è fatto rappresentare anche da una delegazione di “belle ragazze in corte gonne rosso vivo”, recitano i dispacci. Passa quindi, su superbe cavalcature nere, la polizia a cavallo della Pennsylvania. A essa segue un cow-boy isolato, che tenta una prima prodezza: prende al laccio un poliziotto. La signora Eisenhower applaude. Il cow-boy si mette allora davanti al presidente, e chiede il permesso di prenderlo al laccio. Eisenhower lo autorizza e si mette in piedi. I fotografi scattano fotografie.

Poi un’altra nota imponente: gli ussari della Georgia passano con le loro tuniche rosse alla Brandenburg, e i loro stivali lucidi. Segue il gruppo delle majorette, vestite di bianco, a gambe nude, che fanno giochi di abilità con i loro lunghi bastoni. Lo Stato del Kentuky si fa rappresentare da miss Hilda Bayburry, campionessa mondiale delle majorette, che avanza manovrando il suo bastone “come un’elica, tra salti acrobatici”. Mascherati da Zio Sam passano quindi i rappresentanti dei negri repubblicani di New York. Il Maine ha inviato un carro con quindici ragazze in costume da bagno, nonostante il freddo. Vengono poi “grandi e belle ragazze in gonne corte”. Quindi una banda musicale. E in fine viene, “per coronare tutto”, dicono i dispacci, “miss America, ex miss Video Venus, ex miss televisione”, in mezzo a battimani: è il carro della Florida. Miss America è in costume da bagno, “ma porta sulle spalle nude una pelle di zibellino”. Seguono marinai, aviatori, fanteria, paracadutisti, carri armati Patton, e con questi Miss Burmah, l’elefantessa mascotte del Partito Repubblicano. La mascotte ha fatto un inchino davanti al presidente e ha proseguito. Dopo Miss Burmah è venuto il cannone atomico da settanta tonnellate, trainato da trattori. Il corteo è stato chiuso da un carro dello Stato della Columbia, che ha aperto davanti al presidente una gabbia piena di colombi, che hanno preso il volo in un battere d’ali. Era ormai sera. Era terminata la sfilata. Il presidente, sua moglie, il seguito si ritirano alla Casa Bianca. E così si è chiuso quello che un dispaccio ha definito il “carnevale nello stesso tempo patriottico, militare e hollywoodiano, immagine sintetizzata degli Stati Uniti con i suoi indiani, i suoi elefanti, le sue chorus girl, il suo cannone atomico, le sue automobili, i suoi aerei”. 

Stati Uniti: la realtà e la propaganda

Passiamo dalla descrizione alla analisi. Le parole della agenzia di stampa esprimono molto bene l’impressione d’insieme che le cerimonie ci lasciano: “immagine sintetizzata degli Stati Uniti, con i suoi indiani, i suoi elefanti, le sue chorus girl, il suo cannone atomico, le sue automobili, i suoi aerei”, sì, e più ancora la sua ricchezza, il suo potere immenso, e... i suoi aspetti carnevaleschi.

Precisiamo i termini. Non si tratta, evidentemente, dell’autentica e reale America del Nord, della tradizionale e vera America del Nord, quando, in un caso come questo, si parla di “Stati Uniti”. Si tratta della mentalità, dei costumi, dell’ambiente di una “America del Nord” di superficie, dell’America del Nord della propaganda, della demagogia, di Hollywood, dei night-club e delle stravaganze. Tutto questo sarebbe forse tanto infantile confonderlo con la vera America del Nord, quanto sarebbe ridicolo identificare il Brasile vero con il Brasile grossolano delle boite di Copacabana e altrove, delle macumba e dei candomblé più o meno autentici che vengono indicati come nostri – costumi con i quali abbiamo poco a che vedere e credenze contrarie alle nostre –, del carnevale che ha cessato di essere brasiliano da quando è degenerato da festa familiare in esplosione di una delle cose più internazionali che vi siano, che è la lascivia, e di tutte le specie di carnevali politici, parlamentari, ecc., di cui è piena la nostra terra. Lentamente si viene formando nel mondo intero una immagine di Rio de Janeiro, diffusa dal cinema e dalla radio, che potrebbe essere riassunta in pochi elementi: l’intramontabile Pão de Açúcar, il mare, una palma, e ai piedi di questa un negro indolente che canta un samba, oppure balla una danza qualsiasi; sullo sfondo, i grattacieli di Copacabana, il tutto promettente ai turisti, a piene mani, tutte le delizie della natura e della civiltà. Che vi sia di tutto questo, in Brasile, è ovvio. Ma che questo sia il Brasile, no. È quanto si può dire degli Stati uniti.

Tutto il carnevale “hollywoodiano” costituisce negli Stati Uniti qualcosa di indiscutibilmente importante. Ma che gli Stati Uniti siano soltanto questo, che tutta la nazione americana si esprima nella cerimonia dell’insediamento, no. Quando vi è stato un insediamento di presidente della repubblica che, nella sua cerimonia, esprimesse tutto il Brasile, il Brasile reale di tutte le categorie della popolazione, così diverso e così lontano dal Brasile ufficiale?

Facendo questa distinzione tra Stati Uniti e Stati Uniti, vogliamo proprio servirci come termine di paragone della nostra stessa patria, per mostrare il nostro desiderio di non ferire qualsiasi suscettibilità legittima. Ma, in ultima analisi, l’insediamento di Eisenhower - considerato nel suo aspetto protocollare e sociale - ha espresso qualche cosa di realmente esistente. E questo qualche cosa è importante analizzarlo.

Perché se riconosciamo che rappresenta più gli aspetti superficiali degli Stati Uniti, e di pura propaganda, che quelli reali?

La ragione è semplice. L’America del Nord che il mondo intero conosce, gli Stati Uniti che il cinema, il teatro, la stampa, la radio, la televisione indicano come la nazione del presente per eccellenza, quella alla quale si devono conformare tutti i popoli se non vogliono essere anacronistici, se non vogliono mantenersi a tale punto fuori dalla vita moderna da essere schiacciati dal rullo compressore degli avvenimenti, sono appunto gli Stati Uniti di superficie, di propaganda. La propaganda mondiale non solo si è organizzata in pro della diffusione di questa immagine, ma anche contro quanti resistono alla sua attrazione. Chi non concorda con questo stile “americano” di vedere e di sentire, chi non brucia incenso davanti a questo idolo è “reazionario”. E questa parola viene caricata di una successione di scariche elettriche pericolose... almeno per gli sciocchi. Essere reazionario significa essere diverso, eccentrico, antipatico, significa avversare la mollezza, la sconsideratezza, la pigrizia, la sensualità, l’orgoglio di molta gente, significa – sommo orrore! - avere nemici! Essere reazionario significa sognare grandi fuochi nei quali sono arrostiti vivi dei bambini, significa sognare cariche di cavalleria contro vecchi e donne, significa voler ritornare al carro trainato dai buoi, e, cosa mille volte peggiore di tutto questo, significa volerla fare finita con il cinema. Dolore! Come si può pensare di vivere senza cinema? Chi ci aiuterà a passare il tempo, a sciupare il tempo, ad ammazzare il tempo, senza cinema? Chi ci darà modo di fuggire da noi stessi e dagli altri, il giorno in cui i reazionari chiudessero i locali cinematografici? No, decisamente, è necessario farla finita con i reazionari. Ora, chi non va d’accordo con i costumi “hollywoodiani” è reazionario. È necessario farla subito finita con quelli a cui non piacciono i costumi “hollywoodiani”.

Non è semplice il ragionamento? E con ragionamenti semplici di questo tipo, certa propaganda mondiale monta una autentica persecuzione morale contro quanti hanno l’audacia di non essere d’accordo con essa...

Come abbiamo detto, tutto questo, per gli sciocchi, è dannoso. Infatti non sono molti quelli che hanno il coraggio di uscire in una buona risata sana davanti al vociare della propaganda mondiale, e di continuare a parlare e a vivere come credono bene.

Da parte nostra, non facciamo complimenti. Benché non abbiamo mai ordinato una carica di cavalleria contro vecchi e donne, e non sentiamo nessun prurito di bruciare bambini, abbiamo osservazioni da fare a proposito della grande cerimonia che si è svolta negli Stati Uniti. Saremo perciò tacciati di essere reazionari? Poco importa. Non per questo la verità cesserà di essere verità. 

Per evitare interpretazioni tendenziose

Cominciamo con l’analizzare gli aspetti religiosi della cerimonia dell’insediamento. In molti Stati, oggi, si perseguita apertamente e crudelmente la Chiesa cattolica. In altri domina un laicismo terreo, che esclude completamente la religione da qualsiasi partecipazione alla vita pubblica, benché venga a essa concessa libertà di esistenza come associazione privata, su un piano di uguaglianza con qualsiasi società filatelica o di caccia. In contrasto con questo, negli Stati Uniti spunta spesso un pensiero religioso, nel corso della cerimonia dell’insediamento. La nazione americana non vuole dirsi né atea né laica, e in questo merita lode. C’è ancora di più. È confortante vedere che, mentre alcuni decenni fa l’unica Chiesa vera era, nel complesso della Unione, quantité négligeable, oggigiorno si è tanto sviluppata che le autorità hanno ritenuto di non doverla mantenere estranea alla investitura del supremo magistrato della nazione. Da ciò l’invito all’arcivescovo di Washington a prendere parte alla cerimonia.

Non abbiamo informazioni sufficientemente particolareggiate sull’insediamento di Eisenhower, per procedere in un commento su una materia così delicata. Il fatto che abbia a esso partecipato un prelato di così alta posizione gerarchica come l’arcivescovo di Washington è evidentemente di un grande peso per pensare che le cose si siano svolte in modo conveniente. Tuttavia, il dovere della stampa consiste nell’illuminare la opinione pubblica. Osservando i fatti nel loro insieme, come sono stati riferiti, vi sono certe reazioni che è necessario segnalare ed esautorare.

Purtroppo, sono numerosi in tutti gli ambienti gli idolatri della tolleranza religiosa, che sognano una società interconfessionale, nella quale tutti i culti - compreso quello cattolico, ben inteso - convivrebbero senza attaccarsi né escludersi reciprocamente, ma, al contrario, collaborando a un’opera di cultura e di civiltà comune a tutti. Sarebbero la cultura e la civiltà dei tempi nuovi, fondate non sui dogmi e sulla morale di questa oppure di quella religione, ma esclusivamente sulle credenze e sulle norme di condotta che tutte le religioni hanno in comune. Questa città nuova, basata sul rifiuto di ogni “discriminazione razziale o religiosa”, messa di fronte alle diversità di credenze, si manterrebbe a esse indifferente, considerandole secondarie e perfino di poco valore, per porsi su un piano molto superiore, e indirizzare lentamente tutti gli spiriti verso una interpenetrazione fraterna di tutte le religioni. Si tratterebbe della civiltà, della cultura interconfessionali, che preparano la umanità interconfessionale del mondo di domani.

Già da molto tempo la propaganda della massoneria - e ricordiamo di passaggio che la Bibbia del giuramento dell’insediamento ha il triste e inconsueto nome di Bibbia Massonica - sta lavorando nel senso di inculcare in tutti i modi, nei popoli dell’Occidente e anche in quelli dell’Oriente, questa mentalità. Questo spiega il successo tra noi della utopia maritainiana della cristianità interconfessionale: gli spiriti erano pronti per accettarla.

 Proprio per questo, molti brasiliani, in tutti i settori della opinione pubblica, hanno osservato con simpatia gli aspetti religiosi dell’insediamento di Eisenhower. Propensi ad analizzare i fatti dal punto di vista dei loro preconcetti, hanno visto in questi aspetti l’affermazione dello Stato, della cultura, della civiltà interconfessionali, il cui avvento desiderano

“Una democrazia né cattolica, né protestante, né israelita”

Come abbiamo detto, ci asteniamo da un apprezzamento dei fatti, che conosciamo in modo superficiale. Ma pensiamo opportuno trascrivere, a questo punto, un brano della lettera apostolica Notre Charge Apostolique del beato Pio X, contro il Sillon, datata 25 agosto 1910. Questo brano mostrerà quanto questi sogni di una umanità interconfessionale si allontanano dall’autentico pensiero della Chiesa:

Ma, più strane ancora, spaventose e causa di tristezza allo stesso tempo, sono l’audacia e la leggerezza d’animo di uomini che si dicono cattolici, che sognano di riformare la società in simili condizioni e di stabilire sulla terra, al di sopra della Chiesa cattolica, ‘il regno della giustizia e dell’amore’ con operai venuti d’ogni dove, di qualsiasi religione o senza religione, con o senza credenze perché dimentichino ciò che li divide: le loro convinzioni religiose e filosofiche e che mettono in comune ciò che li unisce: un generoso idealismo e forze morali attinte ‘dove possono’.

Quando si pensa alle forze, scienza e virtù soprannaturali che furono necessarie per stabilire la società cristiana e alle sofferenze di milioni di martiri, alla luce dei Padri e dei Dottori della Chiesa, alla dedizione di tutti gli eroi della carità, alla potente gerarchia voluta dal cielo, ai fiumi di grazia divina; e tutto ciò costruito, unito, compenetrato dalla vita e dallo spirito di Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, il Verbo fatto uomo; quando si pensa, dicevamo, a tutto ciò, si rimane attoniti al vedere nuovi apostoli che si accaniscono a voler far meglio mettendo in comune un vago idealismo e virtù civili. Che faranno? Che cosa si otterrà da questa collaborazione? Una costruzione puramente verbale e chimerica dove si vedranno risplendere in un tafferuglio e in una seducente confusione le parole: libertà, giustizia, fratellanza, amore, uguaglianza ed esaltazione umana, tutto basato su una dignità umana malintesa. Sarà una rumorosa agitazione, sterile per il fine proposto e che tornerà a profitto di agitatori di masse meno utopisti. Veramente si può dire che il ‘Sillon’ con l’occhio fisso ad una chimera prepara il socialismo.

Noi temiamo che vi sia di peggio. Il risultato di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di questa azione sociale cosmopolita, non può essere che una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né israelita, una religione (poiché il ‘Sillon’ è una religione, l’hanno affermato i capi) più universale della Chiesa cattolica che riunisce tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni nel ‘regno di Dio’. - Non si lavora per la Chiesa, si lavora per l’umanità (Lettera apostolica del 25-8-1910, in La pace interna delle nazioni, insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., 2a. ed., Edizioni Paoline, Roma 1962, pp. 291-292). 

Cedimenti alla demagogia

E passiamo ora ad altri aspetti.

Se in qualsiasi epoca il lusso inconsueto, straordinario, deve essere condannato, a fortiori deve esserlo nella nostra epoca, di tanta miseria. Tuttavia, non si deve arrivare alla esagerazione. E vi sarebbe esagerazione se, con il pretesto della economia, si sopprimesse non solamente quanto è lusso straordinario, ma anche quanto è eleganza. Ci sembra che siano caduti in questa esagerazione il presidente Eisenhower e il presidente Truman, abbandonando l’uso del cilindro. E, forse, ancora più sintomatica di questo, è stata la abolizione dell’abito da cerimonia. I protestanti hanno sempre predicato una semplificazione assoluta del culto.

La Chiesa - anche se mantenendosi nei giusti limiti convenienti a ogni epoca - non ha mai partecipato di questo orientamento, insegnando che per gli atti umani più importanti necessita un ragionevole splendore, perché siano circondati da una atmosfera necessaria di rispetto. Il cilindro e l’abito da cerimonia non hanno un prezzo incompatibile con la economia dei popoli moderni. Si usano in molte occasioni secondarie, e perfino per le corse dei cavalli. Chi potrà ammettere che nel paese più ricco del mondo, in un paese nel quale l’uso dello smoking la sera è molto frequente, costituisca una economia comprensibile la soppressione dell’abito da cerimonia per l’insediamento presidenziale? No! La ragione è un’altra. È il desiderio di capitolare davanti alla ondata di demagogia, di involgarimento, di livellamento di tutti i valori verso il basso. In sé stesso, il cilindro ha poca importanza. Ma come segno di uno stato d’animo, la sua soppressione è molto importante. La registriamo, quindi, con dispiacere.

E quanto al carnevale, sarà ragionevole che coesista con un atto di tanta importanza quanto la investitura di un magistrato supremo? Un avvenimento di questa natura deve suscitare negli spiriti idee serie, disposizioni nobili ed elevate. Una sfilata militare, una cerimonia religiosa, sono atti perfettamente congruenti con un insediamento di capo di Stato. Non si potrebbe dire lo stesso di un carnevale.

Chi immaginerebbe una festa carnevalesca subito dopo il matrimonio? Chi immaginerebbe un ballo carnevalesco come esito naturale della cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace? Chi non capisce che vi è in questo qualcosa di allarmante, un disordine nervoso, della immaginazione, della sensibilità, che non può tralasciare di produrre nel campo dei fatti concreti gli effetti più folli?

Se almeno le due cerimonie, quella ufficiale e quella carnevalesca, fossero state chiaramente separate! Ma no. La presenza delle truppe, alcune che marciano perfino in alta uniforme, dà alla sfilata un tono ufficiale, di eleganza militare, di grandezza marziale, che stona clamorosamente con le girl che sgambettano seminude sui carri, in una esibizione di corpi da night-club. In questo vi è qualcosa di contraddittorio, di intrinsecamente disordinato, che non verrà visto soltanto da chi non vorrà vederlo.

E che l’ondata del carnevale sia arrivata fino alla tribuna presidenziale, esponendo la figura rispettabile del supremo magistrato a servire da bersaglio alle prodezze di un cow-boy, è cosa ancora più incomprensibile.

Incomprensibile, secondo le leggi della logica. Ma congruente con la vera tempesta di stravaganza, di immoralità, di follia, che spazza il mondo contemporaneo.

In mezzo alla sfilata carnevalesca, negli Stati Uniti, vi era un cannone atomico. Il particolare fa pensare. Un grande carnevale, che deve terminare con una esplosione atomica... Gli storici, fra duecento anni, non vedranno, in questo, uno dei simboli più tipici dei nostri giorni?

*    *    *

Abbiamo fatto questi commenti con il desiderio di illuminare molti spiriti, che il plauso generale alle cerimonie dell’insediamento avrà disorientati. Sarà superfluo dire che, terminando le nostre note, ci rimane solamente da chiedere a Dio che il quadriennio inaugurato negli Stati Uniti sia realmente fecondo per la difesa del mondo contro il comunismo.

(*) Cristianità, Anno IX, N. 73-74, maggio-giugno 1981, pag. 9-12. I grassetti sono del sito www.pliniocorreadeoliveira.info


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