Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

Comunismo e anticomunismo

alle soglie dell’ultima

decade di questo millennio

 

Pubblicato su: "Folha de S. Paulo" (Brasile, 11-2-1990), "Wall Street Journal" (27-2-1990), "Corriere della Sera" (7-3-1990), "Tempo" (8-3-1990), su un totale di 50 giornali e o riviste dell’Occidente.

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I N D I C E

I. Malcontento, incendio che disgrega il mondo sovietico

II. Interpellanza ai responsabili diretti di una così immensa sciagura: i supremi dirigenti della Russia sovietica e delle nazioni prigioniere

III. Interpellanza agli ingenui, al pusillanimi, ai collaborazionisti (volontari 0 no) col comunismo nell'occidente

IV. Interpellanza al dirigenti dei vari PC sparsi nel mondo

V. Perché hanno combattuto implacabilmente gli anticomunisti che innalzavano barriere contro la penetrazione della sciagura sovietica nei loro paesi?

VI. La grande croce: lotta con i fratelli nella fede

I - Malcontento, incendio che disgrega il mondo sovietico 

Le riforme della perestrojka nella Russia sovietica, i movimenti politici centrifughi, che recentemente hanno quasi portato alla guerra civile nell'Azerbaijan e nei rispettivi enclaves armeni, agitano anche la Lituania, la Lettonia e l'Estonia ai margini del Baltico, come pure, più a sud, la Polonia, la Germania Orientale e anche la Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Romania, la Bulgaria e la Jugoslavia. Se aggiungiamo lo spettacolare abbattimento del muro di Berlino e della "cortina di ferro", queste scosse costituiscono nel loro insieme un movimento ciclopico come mai non si è visto dal tempo delle ultime due conflagrazioni mondiali o addirittura dal tempo delle guerre napoleoniche.

Tutto questo attuale sommovimento della geografia europea si manifesta qui e là con circostanze e significati diversi; ma ad essi sovrasta un significato generale che li ingloba e li penetra come un grande impulso comune: è il Malcontento. 

Malcontento con la "M" maiuscola

Abbiamo scritto questa ultima parola con la "M" maiuscola, perché è un Malcontento nel quale convergono tutti i malcontenti regionali e nazionali, economici e culturali accumulati da molti decenni nel mondo sovietico sotto forma di apatia indolente e tragica; malcontento di chi non concorda in nulla ma è fisicamente impedito di parlare, muoversi, sollevarsi, insomma di manifestare una dissidenza efficace. Già esisteva un malcontento totale ma, per così dire, muto e paralizzato, di ogni individuo nella sua casa, tugurio o catapecchia, in cui la famiglia spesso non esiste più, essendo stato il matrimonio frequentemente sostituito dal concubinato. Malcontento, perché i figli spesso sono stati sottratti al "focolare" e affidati forzatamente allo Stato, che solo offre loro la globalità dell'educazione. Malcontento nei posti di lavoro, in cui la pigrizia, l'inattività e la noia hanno invaso buona parte del tempo e i bassi salari bastano appena per comprare generi e articoli insufficienti e di cattiva qualità, prodotti tipici dell'industria statalizzata a forza dal capitalismo di Stato. Lungo le file che si formano presso gli stabilimenti commerciali, dalle cui scansie quasi vuote traspare vergognosamente la miseria, si commenta bisbigliando l'assoluta carenza qualitativa e quantitativa di tutto. Malcontento, soprattutto, perché quasi dovunque vi sono casi di proibizione del culto religioso, le chiese sono chiuse, la predicazione religiosa è ostacolata; nelle scuole impera l'insegnamento obbligatorio del materialismo, dell'ateismo, in una parola dell'irreligione comunista.

L'insieme di questi mali penalizza ancor più della semplice considerazione di ciascuno di essi in particolare. In una parola, se contro questo o quell'aspetto della realtà sovietica si avanzano lamentele, contro l'insieme di questa realtà gli avvenimenti più recenti mostrano che si sta propagando un incendio furibondo. È un furore che, per il fatto stesso di attaccare l'insieme, attacca il regime e appicca il fuoco a tutte le capacità d'indignazione dell'animo umano: un malcontento globale contro il regime comunista, contro il capitalismo di Stato, contro l'ateismo dispotico e poliziesco, insomma contro tutto ciò che deriva dall'ideologia marxista e dalla sua applicazione a tutti i Paesi oggi in convulsione.

È proprio il caso dunque di parlare di malcontento: probabilmente il più vasto e totale malcontento che la storia conosca. 

Mosca fa concessioni timide e di malavoglia 

Si vede chiaramente che è per evitare la trasformazione generale di questo malcontento in rivoluzioni e guerre civili, che Mosca va facendo di malavoglia qua e là timide concessioni.

Ma, alla luce dei fatti, la portata di queste concessioni è più che mai dubbia. Poiché, nonostante esse vengano fatte apposta per acquietare un poco gli animi, danno per ciò stesso agli scontenti una raddoppiata coscienza della loro forza, come pure della debolezza dell'avversario moscovita che ancor ieri appariva onnipotente. Ne deriva che la riappacificazione di oggi può servire da occasione perché gli scontenti aggreghino intorno a sé crescenti masse di seguaci, che si organizzino in grandi movimenti di rivendicazione, che esploderanno forse domani in rivendicazioni ancora più pressanti delle precedenti.

Così, a poco a poco, potrà svilupparsi il caratteristico processo di ascesa dei movimenti insurrezionali che marciano verso il successo, processo che si svolge contemporaneamente al declino dell'establishment di governi obsoleti e putrefatti. 

Il maggior grido d'indignazione della storia 

Se il malcontento nel mondo sovietico si sviluppasse in questo modo, senza incontrare nel suo corso ostacoli di maggiore entità, l'osservatore politico non avrebbe bisogno di essere molto acuto per cogliere il punto finale al quale si arriverà: l'abbattimento del potere sovietico in tutto il suo immenso impero fino a ieri circondato dalla cortina di ferro e il levarsi, dal fondo delle rovine che così si accumulano, di un unico, immenso, tonante grido d'indignazione dei popoli schiavizzati e oppressi.

 

II. Interpellanza ai responsabili diretti di una così immensa sciagura: i supremi dirigenti della Russia sovietica e delle nazioni prigioniere

Questo grido si rivolgerà, prima di tutto, contro i responsabili diretti di tanto dolore accumulato nel corso di tanto tempo, in dimensioni così immense, da una così impressionante massa di vittime.

E, a meno che la logica non abbia abbandonato del tutto gli avvenimenti umani - abbandono tragico che la storia ha registrato, più di una volta, nelle epoche di completa decadenza, come quella di questo fine secolo e millennio - le vittime di tante calamità uniranno le loro grida per esigere dal mondo un grande atto di giustizia verso i responsabili.

Questi responsabili sono stati soprattutto i dirigenti massimi del Partito comunista russo - che, nella gerarchia dei poteri della Russia sovietica, esercitarono sempre la più alta autorità, superando perfino lo stesso governo comunista - e pari passu i capi dei Partiti comunisti e dei governi nelle nazioni prigioniere.

Infatti essi non potevano ignorare la disgrazia e la miseria senza nome in cui la dottrina e i regimi comunisti andavano sprofondando le masse, ma nonostante tutto non esitarono a diffondere questa dottrina e ad imporre questo sistema.

 

III. Interpellanza agli ingenui, al pusillanimi, ai collaborazionisti (volontari o no) col comunismo nell'occidente 

Ma - sempre ragionando nei sentieri della logica - non è solo contro costoro che tanti uomini, famiglie, etnie e nazioni chiederanno giustizia. 

Storici ottimisti e superficiali hanno indebolito la reazione dei popoli liberi contro le trame del comunismo internazionale 

In un secondo momento, essi si rivolgeranno ai numerosi storici occidentali che, durante questo lungo periodo di dominazione sovietica, hanno descritto in modo ottimista e superficiale quello che è accaduto nel mondo comunista e domanderanno loro perché - nelle loro opere di sintesi, lette e acclamate da certi mass-media nel mondo intero - si sono limitati a dire così poche cose su disgrazie così immense: il che ha avuto come effetto di indebolire la giusta e necessaria reazione dei popoli liberi contro l'infiltrazione e le trame del comunismo internazionale.

Le pubbliche autorità dell'Occidente ben poco hanno fatto per liberare le vittime della schiavitù sovietica

Infine, questi stessi scontenti si rivolgeranno alle autorità pubbliche dei Paesi ricchi dell'Occidente domandando loro perché hanno fatto così poco per liberare dalla notte fonda e senza fine della schiavitù sovietica questo innumerevole numero di vittime.

Sappiamo bene che ora queste autorità pubbliche – sempre sorridenti, ben riposate, ben lavate e ben nutrite - risponderebbero giovialmente: "Ma come! Proprio a noi! A noi che abbiamo inviato ai vostri governi tanto denaro, ai quali abbiamo fatto tanti crediti, dai quali abbiamo accettato come buone tante merci avariate forniteci dalle vostre pessime fabbriche! E tutto questo per attenuare un poco la vostra fame! Proprio a noi rivolgete quest'accusa insensata!" E aggiungerebbero: "Rivolgetevi all'ONU, rivolgetevi all'UNESCO e a tante altre istituzioni che sono così preoccupate dei diritti umani; guardate quante proclamazioni altisonanti e sottilmente accurate, dal punto di vista letterario, diffondiamo in tutto l'Occidente, protestando contro la situazione in cui vi trovate... Tutto questo non vi è bastato?"

Se questi amabili potentati dell'Occidente s'immaginano di frenare in tal modo le obiezioni dalle quali irrimediabilmente saranno bersagliati, s'ingannano.

Le sovvenzioni dell'Occidente hanno prolungato l'azione dei carnefici

 La realtà non è infatti così semplice, nella sua configurazione concreta e palpabile, né di così facile comprensione e descrizione, come essi apparentemente immaginano. Le masse lievitate dal malcontento risponderanno per forza: "Immaginate migliaia, milioni di individui sottoposti a varie torture, in luoghi grandi quanto Paesi. Questo era il quadro del mondo dietro la cortina di ferro. Le sovvenzioni inviate dall'Occidente sono state consegnate, il più delle volte, non direttamente agli sventurati torturati, ma a quei carnefici ai quali toccava dirigere questi luoghi di supplizio a dimensioni nazionali, ossia ai governi che, sotto la feroce direzione di Mosca, mantenevano sotto il giogo della servitù le nazioni "sovrane" e "alleate" entro la cortina di ferro, come la Polonia, la Germania Orientale, la Cecoslovacchia, l'Ungheria, e tante altre, come pure le Repubbliche socialiste sovietiche "unite" a Mosca e altri territori più chiaramente e ufficialmente dipendenti dai despoti del Cremlino. Erano questi governi-carnefici a ricevere, il più delle volte, i benefici dell'Occidente!"

È a questo punto del problema che sorgono dubbi che gli scontenti non cesseranno di agitare. E non sarà facile rispondere a questi dubbi.

In effetti è innegabile che un po' di queste risorse ricevute dai governi-fantoccio dietro la cortina di ferro sia alla fine giunto alle rispettive vittime, alleviandone in qualche modo la sofferenza, o anche evitando che non poche tra loro morissero di fame. Tuttavia dalle stesse fila degli scontenti, anche prima dell'attuale periodo di convulsione, sono venute al riguardo obiezioni imbarazzanti.

Così - osservavano i più sofferenti e indignati fra loro - nella misura in cui l'Occidente dava ai carnefici risorse che attenuavano le necessità delle vittime, esso accordava ad essi i mezzi per ammorbidire l'indignazione generale e prolungare in questo modo le condizioni di dominio degli stessi carnefici.

In questo caso, non sarebbe stato più utile ai popoli sottomessi che dall'Occidente non gli fossero arrivati questi soccorsi, in modo che il giorno dell'esplosione del malcontento fosse giunto subito, e con esso la libertà finale e completa degli sventurati oppressi? 

Collaboratori suicidi per diffondere il comunismo

Confessiamo che questa domanda lascia perplessi noi della TFP, tanto più che non si è mai sentito dire che la concessione di questi soccorsi fosse condizionata, da parte dei benefattori occidentali, al diritto di esercitare una severa vigilanza per impedire che essi fossero utilizzati per acquistare o fabbricare armi e munizioni che servissero a mantenere soggiogati i popoli prigionieri, oppure per evitare che, nel caso di una guerra contro l'Occidente, fossero utilizzate contro le stesse nazioni occidentali donatrici.

Consideriamo le cose fino in fondo. Siamo certi che, se Mosca dispone di soldi per insidiare, con le sue reti di propaganda e di cospirazione, tutte le nazioni della terra, nelle faraoniche spese fatte allo scopo non siano entrate porzioni considerevoli delle somme fornite, a questo o a quel titolo, dai donatori occidentali?

In tal caso, questi benefattori delle vittime del comunismo non saranno stati parallelamente complici involontari - concediamoglielo - dei carnefici e, allo stesso tempo, collaboratori suicidi nell'attacco contro l'occidente, oltre ad essere alleati dell'errore comunista in tutte le nazioni? 

La crociata che non c'è stata

Non sappiamo se queste nazioni sottomesse giungeranno un giorno ad essere realmente libere, prima che sopravvengano le catastrofi punitrici e risanatrici previste dalla Madonna nelle apparizioni di Fatima (cfr. A. Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima, Cristianità, Piacenza 1982, pag.37).

Quello che sappiamo è che, quando un giorno queste nazioni saranno libere, il malcontento esigerà una stretta resa dei conti per tutto questo dai "benefattori" delle nazioni prigioniere. Ed essi saranno obbligati, per la salvezza dei loro onore, a rovistare in molti archivi e a tirar fuori dalla polvere molti conti... a meno che non preferiscano troncare tutto ciò e far sì che il silenzio copra ancora una volta tale questione.

In realtà, le belle dichiarazioni dell'ONU, dell'UNESCO e simili li lasceranno indifferenti come lascerebbero indifferenti le vittime i sorrisi levigati di soddisfazione e di solidarietà provenienti da persone che assistessero a braccia conserte ai tormenti che essi stanno soffrendo.

"Noi avevamo bisogno di una crociata che ci liberasse! - esclameranno - Voi invece ci avete inviato solamente un po' di pane che ci aiutasse a sopportare a tempo indefinito la nostra prigionia. Ignoravate forse che, per dei prigionieri, la grande soluzione non sta in un pezzo di pane bensì soprattutto nella libertà? "

Potrebbero forse esserci argomenti validi da opporre a queste proteste dei prigionieri. Ci sembra però che non sarà facile trovarne.

Una vittoria dei "falchi" non farebbe che aggravare l'esasperazione e le lamentele

La stampa di tutto il mondo occidentale continua a far notare che la vittoria di questo gigantesco malcontento non è ancora incontrastabile. Infatti nessuno può garantire che il soffocamento della ribellione, realizzato con tanto successo e rapidità nella Piazza Tien-an-men a Pechino e ripetuto in questi ultimi giorni con successo almeno apparente nella città di Baku, capitale dell'Azerbaijan, non possa ripetersi ancora varie volte contro altri focolai di malcontento. Si può ammettere infine che queste successive repressioni giungano ad imporre agli scontenti una caricatura di pace. Una pace cadaverica tipica di chi è privo di vita.

Un tale risultato produrrebbe certamente effetti molteplici, globali, la maggior parte dei quali attualmente ancora non prevedibili. Tuttavia, dal punto di vista del malcontento, questo aggraverebbe solamente l'esasperazione e le lamentele, principalmente nei confronti dell'Occidente. Infine, dal fondo delle loro prigioni, i malcontenti aggiungeranno ancora alcune imprecazioni alla già vasta lista di quelle che hanno finora accumulato contro di noi occidentali.

Essi rimprovereranno necessariamente l'Occidente: "Fino al 1989-1990 non avevamo ancora riempito le aree del mondo intero con le nostre grida. Nel 1989-90 abbiamo voluto farlo. Da allora non è rimasto nemmeno il più tenue velo di divisione tra voi e noi. Avete visto tutto, avete udito tutto, e nonostante questo ben poco avete aggiunto a ciò che d'insufficiente avevate fatto in nostro favore".

Ancora una volta, sarebbe per noi difficile e imbarazzante rispondere.

 

 IV. Interpellanza al dirigenti dei vari PC sparsi nel mondo

Tuttavia, per quanto riguarda le accuse e le chiamate in causa, non c'illudiamo sul fatto che l'unica polemica possibile sia quella tra le vittime che gridano attraverso le fessure dell'immensa prigione sovietica ovunque in via di sgretolarsi, e i loro carnefici; come quella tra le stesse vittime e i sorridenti e parsimoniosi "benefattori" che si manifestano in favor loro di quando in quando in Occidente, durante le nuove fasi di una servitù di cui solo Dio conosce il termine. Tutto questo dipende da come si svolgerà un futuro per noi ancora enigmatico.

Possiamo infatti considerare come verosimile anche un'altra polemica: quella tra i popoli dell'Occidente e i capi dei vari Partiti comunisti insediatisi ampiamente e confortevolmente in tutte le nazioni non comuniste del mondo grazie a un prestigio derivato dalla pretesa modernità ideologica e tecnologica del comunismo, unito a volte alla forza persuasiva dei danaro e all'efficacia tattica della propaganda comunista.

Non videro nulla? 

Per decenni di seguito, i capi comunisti dei vari Paesi mantennero un costante e multiforme contatto con Mosca, dove furono ricevuti più volte normalmente come compagni e amici.

Non riferirono nulla?

 Ogni volta che tornavano ai loro Paesi, prendevano immediatamente contatto con i rispettivi Partiti comunisti, dove tutti domandavano loro ansiosamente che cosa avessero visto e udito in quella vera Mecca del comunismo internazionale che è Mosca.

Non indagarono su nulla?

Ora, a quanto pare, i resoconti fatti al grande pubblico da questi visitatori lasciavano trasparire che in nessun momento di queste visite, essi avevano cercato di ottenere una conoscenza diretta delle condizioni in cui vivevano i russi e gli altri popoli sottomessi. Non avevano visto le file interminabili che, nelle fredde albe, si formavano alle porte di macellerie, panetterie e farmacie, in attesa di merce qualitativamente e quantitativamente miserevole, di cui si contendevano l'acquisto come se si trattasse di elemosina. Non si erano accorti dei cenci sulle spalle dei poveri. Non avevano notato la totale assenza di libertà che affliggeva tutti i cittadini. Non erano stati impressionati dal tetro e generale silenzio della gente, timorosa perfino di parlare per paura della brutalità e dei sospetti della polizia.

Non avevano domandato ai padroni del potere sovietico, questi sostenitori del comunismo nelle varie nazioni del mondo libero, il perché di tanto controllo poliziesco, se il regime era realmente "popolare"? E se non lo era, perché questa impopolarità di un regime che sprecava immensi mezzi di propaganda per persuadere gli occidentali che i russi avevano finalmente raggiunto la perfetta giustizia sociale, nel paradiso di un'abbondanza di risorse capace di soddisfare tutti? 

Se conoscevano il tragico fallimento del comunismo, perché volevano realizzarlo nei loro Paesi?

Se i capi comunisti nel mondo libero sapevano che la conseguenza del comunismo era quella che ora tutto il mondo può vedere, perché cospiravano per estendere ai loro Paesi questo regime di miseria, schiavitù e vergogna? Perché non risparmiavano denaro né sforzi per attrarre, in favore dell'arduo lavoro di stabilire il comunismo, le élites di tutti i settori della popolazione, a cominciare dalla élite spirituale che è il clero e proseguendo con le élites sociali dell'alta e media borghesia, le élites culturali dell'Università e dei mezzi di comunicazione sociale, le élites della vita pubblica, sia civile che militare, oltre ai sindacati ed alle organizzazioni di classe di ogni ordine, per raggiungere finalmente la gioventù e la stessa infanzia nei corsi delle elementari? La passione ideologica li ha accecati al punto di non percepire che la dottrina e il regime che auspicavano per la loro patria non potevano fare a meno di produrre frutti di miseria e di disgrazia uguali a quelli delle immense estensioni del mondo sovietico, per esempio dai margini berlinesi dello Spree fino a Vladivostok?

Quando un'autorevole voce ha detto la verità: sorpresa!

Con tutto ciò, l'opinione pubblica occidentale si formava un'idea talmente vaga della nera sciagura in cui si trovavano e si trovano i popoli prigionieri, che, quando nel 1984 un uomo di rilevante intrepidezza apostolica ebbe il coraggio di tracciare, con qualche forte parola, un quadro sommario, successe in Occidente come se una bomba avesse fatto udire la sua detonazione nel mondo intero.

Chi è stato quell'uomo? Un teologo di fama mondiale, un'alta figura nella vita della Chiesa, insomma il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede.

E che cosa disse egli? Ecco le sue parole: "Milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono stati privati dai regimi totalitari e atei che hanno preso il potere per vie rivoluzionarie e violente, esattamente in nome della liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo; con la pretesa di assicurar loro la libertà, mantiene nazioni intere in condizioni di schiavitù indegne dell'uomo" (Istruzione su alcuni aspetti della teologia della liberazione, Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 agosto 1984, n. XI, 10). Schiavitù ovviamente in rapporto con la miseria generale (cfr. V. Messori, Rapporto sulla fede, a colloquio col card. Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, 1985, p. 201).

Questo egli disse, soltanto questo, e l'opinione pubblica occidentale rabbrividì. Anni dopo, la gigantesca crisi in cui si trova il mondo sovietico ha dato la prova non solo che il porporato aveva ragione, ma che, di più, le sue valenti parole non erano state che un quadro sommario di tutto l'orrore della realtà.

La grande interpellanza che verrà

Al momento, quello che sta accadendo nel mondo sovietico attira talmente l'attenzione generale che non c'è qui spazio per riflessioni, analisi e chiamate in causa più profonde.

Ma per tutto ciò giungerà il momento opportuno. E in quel momento l'opinione pubblica domanderà più perspicacemente ai capi dei Partiti comunisti, in tutto l'Occidente, perché essi restarono comunisti, nonostante sapessero a quale miseria il comunismo aveva trascinato le nazioni sottomesse da Mosca. Esigerà da loro che spieghino perché, conoscendo la miserabile situazione della Russia e delle nazioni prigioniere, acconsentirono a capeggiare un partito politico che non aveva altro scopo che trascinare in questa situazione di miseria, schiavitù e vergogna i Paesi del mondo libero, in cui erano nati; perché, infine avevano desiderato con tanta ostinazione questo risultato tenebroso al punto di non aver esitato ad occultare ai loro stessi seguaci quella verità che avrebbe spinto almeno alcuni a disertare inorriditi dalle fila rosse.

Questo atteggiamento dei capi comunisti delle varie nazioni libere, in combutta con Mosca per rovinare ogni rispettiva Patria, dovrà essere considerato dalla posterità come uno dei grandi enigmi della storia.

Fin d’ora questo enigma comincia a stimolare la curiosità di quelli che hanno acutezza di vista sufficiente per percepire il problema e chiedersene il perché.

L'affrettata rimbiancatura della facciata dei PC non garantisce che i comunisti stiano mutando effettivamente dottrina

Il quadro, vecchio di sette decenni, che tanti capi dei vari PC disseminati per il mondo non hanno voluto o non hanno potuto vedere e che è ora tanto crudamente messo in evidenza dai drammatici avvenimenti che vanno agitando il mondo sovietico - tale quadro, dicevamo, comincia a proiettare in questi giorni un visibile malessere nei Partiti comunisti dei vari Paesi. La stessa etichetta di "Partito comunista", di cui tanto si gloriavano, già va sembrando loro inefficace sul piano psicologico e vessatorio su quello tattico.

Per questo molti fra di loro tendono ad etichettarsi oggi come "socialisti". Questo mutamento - dicono - però non è solo di etichetta, ma pretende essere anche di contenuto.

Tali mutamenti ci suggeriscono naturalmente alcune riflessioni:

1. Ciò che i PC faranno nel futuro non può servire, di per sé, a giustificare ciò che hanno fatto o hanno smesso di fare fino a questo momento. Per esempio, il loro mutamento di etichetta non spiega in alcun modo perché, fino ad oggi, hanno appoggiato tutto ciò che si faceva nel mondo sovietico, né il completo silenzio dei PC del mondo libero sulla terribile miseria regnante in Russia e nelle nazioni prigioniere. Detto questo, le domande e le chiamate in causa che abbiamo appena enunciato restano intatte.

2. I mutamenti in corso potrebbero essere presi sul serio solo nel caso in cui i PC annunciassero chiaramente:

a) ciò che hanno mutato nelle loro dottrine filosofiche, socio-economiche, etc. 

b) perché hanno realizzato questo mutamento e che relazione esso ha con la perestrojka. 

3. Oltre a questo, è necessario che i PC chiariscano in concreto:

a) come definiscono oggi le loro posizioni nei confronti della libertà della Chiesa cattolica e, mutatis mutandis, delle altre religioni;

b) in che modo siano passati a concepire la libertà dei partiti politici come pure quella delle differenti correnti filosofiche e culturali, alla luce dei diritti assicurati alla persona umana nel Decalogo;

c) se hanno mutato - e in che cosa - le loro dottrine e i loro progetti legislativi in ciò che tocca le istituzioni della famiglia, della proprietà e della libera iniziativa;

d) infine, se considerano questo loro "new look" come un ordine di cose dotato di ragionevole stabilità o come mera tappa di un processo evolutivo tendente ad altre posizioni;

e) in quest'ultimo caso, quali sono queste posizioni?

Senza questi chiarimenti, l'affrettata riverniciatura di facciata dei PC con colori socialisti non dà la minima garanzia sul fatto che i comunisti abbiano mutato effettivamente di dottrina.

 

V. Perché hanno combattuto implacabilmente gli anticomunisti che innalzavano barriere contro la penetrazione della sciagura sovietica nei loro paesi?

Frattanto, c'è stato qualcosa di ancor più grave. Perché questi capi comunisti sparsi per il mondo, alla frode del silenzio organizzato sul "paradiso" sovietico, hanno aggiunto la diffamazione sistematica e instancabile, per sette decenni, contro tutti quelli - individui, associazioni, correnti - che s'impegnavano con zelo ad evitare alle loro nazioni la sciagura sovietica aprendo gli occhi dell'opinione pubblica? 

Le quinte colonne a servizio del nemico moscovita

Per questa ondata di continua e torrenziale diffamazione, i PC hanno avuto l'abilità di costruire a loro servizio intere reti di ausiliari installate in categorie sociali insospettabili di favorire il comunismo, che avevano tuttavia nelle loro fila un considerevole numero di "utili-idioti", di abili esecutori della tattica del "cedere per non perdere", ecc. Il tutto concepito ed attuato in ogni Paese con le sfumature adatte alle circostanze locali. 

Gli "utili-idioti": borghesi, politici, ecclesiastici che non hanno attaccato il comunismo ma hanno appoggiato un incessante diluvio di diffamazioni contro le organizzazioni anticomuniste

Gli "utili-idioti" erano addestrati per estinguere l'idea che il comunismo fosse nocivo e costituisse un grave pericolo prossimo per ogni Paese. L'"utile-idiota" era di preferenza un ecclesiastico di apparenza conservatrice, un pacato e spensierato borghese, un politico che si sarebbe detto interamente assorbito dagli intrighi e dai maneggi a-ideologici del politicantismo. E così via.

Nessuno di loro vedeva nei mass media nemmeno il poco da essi diffuso sui disastri interni del regime comunista, né percepiva l'avanzata dell'offensiva rossa nella vita interna del Paese. Non temeva per l'avvenire un golpe e meno ancora una vittoria comunista. Viveva tranquillo e diffondeva intorno a sé la spensieratezza.

Tutto questo faceva sì che si creasse un clima di prevenzione e di disprezzo verso l'anticomunismo, simmetrico e opposto al clima di simpatia e fiducia creato a favore del comunismo dalla loro stessa ingenuità, così raramente sincera.

Il comunismo non si è mai astenuto dall'approfittarsi della collaborazione degli sciocchi dei quali dice la Scrittura che "infinitus est numerus" (Eccl. 1, 15) nell'umanità in genere, e "quorum parvus est numerus" fra le schiere rosse. Si noti bene che, il più delle volte gli "utili-idioti" non prendevano l'iniziativa di parlare contro le personalità delle associazioni anticomuniste, perché preferivano ignorarle sistematicamente.

Tuttavia, quando, in alcune cerchia, qualcuno riferiva un avvenimento sconveniente attribuendolo a questo o quel personaggio o gruppo anticomunista, l'"utile-idiota" era quello che più premurosamente accreditava il fatto, che più se ne indignava, che più frequentemente presentava un dettaglio (verosimile o inverosimile) per "confermarlo".

Al contrario, se nelle stesse cerchia qualcuno raccontava un fatto che screditava un personaggio o un gruppo comunista, l'"utile-idiota", usando sistematicamente un benevolo metodo di analisi basato sul dubbio, si metteva immediatamente a perorare circostanze attenuanti in favore dell'innocenza dell'incriminato, si affliggeva per il pericolo che investigazioni poliziesche eccessive turbassero la tranquillità delle famiglie delle persone in causa, ecc. In tutto questo ci potrà esser una certa dose di equità e di buon senso, ma, soprattutto, di vile e ipocrita parzialità a favore del comunista. Questo appare evidente se consideriamo che tutti questi melliflui atteggiamenti l'"utile-idiota" li teneva soltanto in favore di personalità e di gruppi di sinistra, ma mai in favore di personalità della destra.

In tutto questo comportamento l'"utile idiota" abilmente non pronunciava mai una parola in favore del comunismo; il che era indispensabile alla sua azione, poiché se avesse elogiato in qualcosa il comunismo avrebbe sollevato sospetti, avrebbe cessato di sembrare ingenuo e, di conseguenza, di essere utile.

Compito di altri "utili-idioti"

Altri "utili-idioti" svolgevano un lavoro tattico singolare. Neppure essi avrebbero mai dovuto dire una parola esplicita in favore del comunismo. Il loro compito essenziale consisteva nel rinfocolare la tendenza sinistrorsa di tutti quelli che non fossero comunisti, trascinandoli di conseguenza a collaborare, benché parzialmente, con il PC rispettivo. Per esempio, in un circolo di proprietari terrieri piuttosto fiaccamente contrari alla Riforma Agraria, questo tipo di "utile-idiota" doveva solo lamentarsi dell'improduttività di certi latifondi, spingendo le persone d'accordo con lui ad una azione antilatifondiaria e pertanto ad un'azione agro-riformista che realizzasse, almeno in parte, il piano della Riforma Agraria integrale che è la meta del comunismo. In questa maniera i comunisti e gli "utili-idioti" avrebbero costituito un fronte unico favorevole ad una Riforma Agraria moderata.

Questa sarebbe stata solo la prima tappa. In questo gruppo "moderato", infatti, lo stesso "utile-idiota" avrebbe rinfocolato alcuni in favore di un frazionamento confiscatorio non soltanto del latifondo, ma anche delle proprietà di media dimensione. Questo sarebbe stato un invito implicito per far sì che, una volta raggiunto il risultato, tutti quelli di sinistra si fossero avviati con lui, in fronte unico, verso la nuova tappa, cioè, la riforma confiscatoria di tutte le proprietà agricole, grandi e piccole.

Sarebbe stata così raggiunta la meta agraria finale del comunismo. 

Altri collaboratori del comunismo

Si potrebbe anche parlare di quelli che applicano la tattica del "cedere per non perdere", ecc., ma ciò non farebbe altro che allungare troppo il presente studio.

Per avere un quadro generale di cosa sia l'avanzata del comunismo in un determinato paese è necessario almeno tenere conto di quanto finora è stato descritto.

L'aspetto sinistro di questo quadro consiste senz'altro e principalmente nello stesso sinistro destino comunista preparato per il paese preso di mira. 

Il tentativo di demolizione per mezzo della calunnia: il fallimento delle campagne stampa contro la TFP brasiliana

Ma questo carattere consiste pure nella sofisticata ingiustizia con cui, per favorire l'avanzata del nemico, si cerca di coprire col mormorio di calunnie anonime, trascinandoli in questo modo nel fango della diffamazione, quelli che avevano ed hanno la "colpa imperdonabile" di difendere il Paese da chi vuole imporre ad esso la stessa terribile sorte in cui si contorce, geme e si ribella un numero crescente di nazioni e etnie prigioniere.

A volte questi attacchi favoriti ed incoraggiati dai comunisti, quando non addirittura da esso direttamente o indirettamente suscitati, non si sono limitati a calunnie mormorate, ma sono montati fino al punto di raggiungere proporzioni di vere e proprie campagne-stampa promosse con grande fragore contro la TFP brasiliana negli ultimi 24 anni. Sono state in tutto dodici campagne stampa, ognuna delle quali si è levata come un tifone devastatore, al quale si pensava che la TFP non avrebbe resistito.

Questo tifone trova subito l'appoggio di tutte le cerchie di "utili-idioti" sparsi per il Paese, con le loro varie e infaticabili equipes di detrattori fatti per operare negli ambienti delle famiglie, delle sagrestie, dei circoli e dei gruppi professionali.

Mentre tutto mormora, tutto fermenta, tutto grida, la TFP prepara tranquillamente la sua risposta. E quando finalmente appare, sempre serena, cortese, ma implacabilmente logica, l’argomentazione della nostra associazione zittisce l’avversario.

Quasi mai egli riprende l'attacco, preferendo rintanarsi. E altrettanto fanno i suoi supporters di ogni tipo. Gradualmente tutti dimenticano tutto: il nemico se la batte senza che, generalmente, la TFP abbia perso nessun socio, cooperatore o corrispondente, nessun amico, benefattore o simpatizzante.

Benché queste campagne stampa tendano per quanto possibile a diffondersi per tutto il mondo, niente ha impedito la continua crescita della famiglia delle TFP autonome e consorelle, il più grande raggruppamento di associazioni dichiaratamente anticomuniste ispirate al Magistero tradizionale della Chiesa nel mondo contemporaneo. E questo è talmente vero che esistono attualmente TFP in tutti i continenti.

*     *     *

Nel frattempo sono arrivati i giorni di Gorbaciov, che hanno provocato ciò che vediamo. E adesso la verità di ciò che è accaduto nella Russia sovietica e nell'immenso conglomerato delle nazioni assoggettate è evidente agli occhi di tutti.

Le TFP hanno il diritto di rendere pubbliche queste considerazioni e di chiamare in causa in modo particolare i propri nemici più diretti, i capi comunisti dell'Occidente.

 

VI. La grande croce: lotta con i fratelli nella fede

Tuttavia, per quanto queste riflessioni possano allungarsi, data la complessità dell'argomento trattato, esse non potrebbero sorvolare su un punto di capitale importanza.

È la lunga incomprensione - per così tanti motivi dolorosa - tra noi e un grande numero di fratelli nella fede.

Da Pio IX a Giovanni Paolo II

Già nei sofferti e gloriosi giorni del pontificato di Pio IX (1846-1878) la raccolta dei documenti pontifici rivelava la radicale e insanabile opposizione fra la dottrina tradizionale della Chiesa da una parte e i vaneggiamenti sentimentaloidi del comunismo utopistico nonché l'assalto pedante e pieno di livore del comunismo scientifico o marxista.

Questa incompatibilità non ha fatto che intensificarsi durante i pontificati posteriori, come dimostra, ad esempio, l'affermazione lapidaria di Pio XI contenuta nell'enciclica "Quadragesimo Anno" del 1931: "Il socialismo si fonda su una concezione della società che le è propria e che è inconciliabile con il vero cristianesimo. Socialismo religioso, socialismo cristiano, sono termini che non possono unirsi: nessuno può essere un buon cattolico e dirsi contemporaneamente vero socialista".(Acta Apostolicae Sedis, vol. XXIII, p. 216). E ancora più segnatamente, il famoso decreto del 1949 della Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, promulgato per ordine di Pio XII, vietava a tutti i cattolici, di collaborare col comunismo nei termini dello stesso decreto, arrivando persino a punire certe forme di collaborazione con la scomunica.

Questi atti pontifici miravano a impedire il trasbordo dei cattolici verso le fila comuniste, ma anche ad evitare l'infiltrazione dei comunisti negli ambienti cattolici, con il pretesto di collaborare a vicenda per risolvere determinati problemi socio-economici.

Questo punto era di particolare importanza, poiché tendendo la mano ai cattolici (la "politica della mano tesa") in nome di questa fallace collaborazione, i comunisti dichiarati e in modo particolare gli "utili-idioti" di tutti i tipi entravano in una convivenza famigliare e assidua con i cattolici, creando un clima propizio ad attrarre verso il pensiero e l'azione marxista un numero considerevole di figli della Chiesa.

L'epoca dell'Ostpolitik Vaticana

Per tutta l'immensa estensione della macchina di propaganda del comunismo internazionale, dal Cremlino fino alla più sperduta cellula comunista di villaggio, si cominciò a notare in tutto il mondo una serie di atteggiamenti piuttosto distensivi sia nei riguardi dell'insieme delle nazioni libere dell'Occidente che nei confronti delle diverse chiese, e particolarmente della Santa Chiesa Cattolica.

Da qui derivò un nuovo atteggiamento da parte delle une e delle altre nei confronti del mondo d'oltre cortina. Tale mutazione già si era resa visibile durante il pontificato dell'immediato successore di Pio XII, Papa Giovanni XXIII (1958-1963). E questa tendenza alla distensione si è andata prolungando fino ai nostri giorni culminando con la recente visita di Gorbaciov a Giovanni Paolo II.

Nel 1969, con l'inaugurazione dell'Ostpolitik del Cancelliere tedesco Willy Brandt, questo vocabolo diventò di moda nei mezzi di comunicazione sociale per finire con l'essere applicato anche alla politica distensionistica del Vaticano. In realtà fu quest'ultima a precedere cronologicamente la distensione di Bonn.

Evidentemente, da Pio XII a Giovanni Paolo Il si verificò un'enorme mutazione della linea diplomatica del Vaticano nei riguardi del mondo comunista. Questa materia coinvolge indubbiamente aspetti dottrinali di competenza del Magistero supremo del Romano Pontefice. Ma la materia è essenzialmente diplomatica e, in quanto strettamente tale, può essere oggetto di diverse valutazioni da parte dei fedeli.

Per ciò non abbiamo nessun dubbio nell'affermare che i vantaggi ottenuti dalla causa comunista con l'Ostpolitik vaticana non furono soltanto grandi, ma letteralmente incalcolabili. Un esempio di ciò è quanto avvenuto al Concilio Vaticano II (1962-1965).

Difatti, nell'atmosfera dell'incipiente Ostpolitik vaticana furono invitati rappresentanti della chiesa greco-scismatica ("ortodossa") russa per seguire, in veste di osservatori ufficiali, le sessioni di quel Concilio. Che vantaggi ne derivavano per la Santa Sede? Per quanto finora sappiamo, magrissimi e scheletrici. Svantaggi? Ne menziono uno solo.

Sotto la presidenza prima di Giovanni XXIII e dopo di Paolo VI si riunì il Concilio Ecumenico numericamente più grande della storia della Chiesa. In esso era scontato che sarebbero stati trattati tutti i più importanti argomenti di attualità, riguardanti la causa cattolica. Fra questi non poteva non mancare - assolutamente non poteva! - l'atteggiamento della Chiesa di fronte al suo più grande avversario di allora. Avversario cosi totalmente opposto alla sua dottrina, così potente, così brutale, così insidioso, che la Chiesa non ne aveva trovato uno simile nella sua storia quasi bimillenaria. Trattare dei problemi contemporanei della religione senza trattare del comunismo sarebbe stato tanto manchevole quanto riunire oggi un congresso mondiale di medici per studiare le malattie principali del nostro tempo omettendo nel programma un qualsiasi riferimento all'Aids...

Eppure fu proprio quello che l'Ostpolitik vaticana accettò da parte del Cremlino.

Quest'ultimo dichiarò che se, nelle sedute del Concilio, si fosse dibattuto il problema comunista, gli osservatori ecclesiastici della chiesa greco-scismatica russa si sarebbero ritirati definitivamente dalla assise. Una clamorosa rottura di rapporti che faceva rabbrividire molte anime sensibili, poiché tutto lasciava temere, come conseguenza, una recrudescenza delle barbare persecuzioni religiose oltrecortina. In considerazione di questa possibile rottura il Concilio non trattò dell'Aids comunista!

La mano tesa era coperta da un bel guanto: il guanto vellutato della cordialità. Ma, dentro il guanto, la mano era di ferro. Le più alte autorità della Chiesa lo percepivano bene. Ma questo non impedì che proseguissero l'Ostpolitik, il che spinse un numero crescente di cattolici ad assumere nei confronti del comunismo un atteggiamento interiore equivalente a un vero "crollo delle barriere ideologiche", e, nel campo dell'azione concreta, a collaborare sempre di più con la sinistra nell'offensiva contro il capitalismo privato, in favore del capitalismo di Stato, illudendosi che il primo si opponesse alla "opzione preferenziale per i poveri" mentre il secondo sembrava avere diverse affinità (e anche più di questo) con tale opzione tanto preconizzata dall'attuale pontefice. Che crudele smentita ha inflitto loro il capitalismo di Stato!

La TFP nella bufera

Tutto questo succedersi di eventi veramente drammatici non avrebbe potuto fare a meno di scuotere nell'intimo (se non ci fosse la fiducia nella Beatissima Vergine, meglio sarebbe dire "angustiare atrocemente") i membri della TFP brasiliana.

Perciò fin dalla torbida e livida "alba" di questa crisi, il pugno di cattolici dal quale sarebbe nata in futuro la nostra associazione diede l'allarme (cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, "Em Defesa da Acão Católica", 1943, prefazione del cardinale Benedetto Aioisi Masella, allora nunzio apostolico in Brasile. L'opera fu oggetto di una significativa lettera di elogio scritta a nome di Papa Pio XII dal Sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, mons. G.B. Montini, poi Paolo VI).

Immediatamente iniziò una universale gragnuola di contro-attacchi che fece sì che un gran numero di ambienti cattolici (vivai di futuri comunisti nelle agitazioni degli anni 1963-1964) si chiudessero alla nostra azione. Così, ecumenici con tutto e con tutti e soprattutto nei riguardi dei sinistrorsi, i cattolici di sinistra si manifestavano fin da allora "inquisitori" nei nostri confronti!

Ingaggiammo allora la parte più dolorosa della nostra lotta. Questa lotta, che un tempo intraprendevamo contro il lupo vorace, ora in nome della nostra fedeltà alla Chiesa eravamo costretti a condurla contro le pecore del nostro stesso ovile e, supremo dolore!, perfino contro i pastori di questo o quell'ovile benedetto di Nostro Signore Gesù Cristo.

Tutta questa lotta, così lunga e costellata di lacrime, di sudore e di sangue per le delusioni subite, la TFP l'ha raccontata in due libri, uno dei quali di recente apparizione (Meio Seculo de Epopeia anticomunista, 1980; Um Homem, uma obra, uma gesta, 1989), che qui non è necessario riassumere.

Diciamo semplicemente che, con il sostegno delle valorose e brillanti TFP allora esistenti (rispettivamente in Argentina, Bolivia, Canada, Cile, Colombia, Equador, Spagna, Stati Uniti, Uruguay e Venezuela), fu lanciato il documento intitolato "La politica vaticana di distensione con i governi comunisti: per la TFP, omissione o resistenza?", rivolto a Papa Paolo VI in cui tutte le associazioni consorelle e autonome si dichiaravano con noi in stato di rispettosa resistenza all'Ostpolitik vaticana. Lo spirito che ci ha condotto a questo gesto e che anima parimenti le TFP e i Bureaux oggi costituiti in 22 Paesi, si può riassumere in questo appello della stessa dichiarazione: "In questo filiale atteggiamento diciamo al Pastore dei Pastori: la nostra anima è Vostra, la nostra vita è Vostra. Comandateci quello che volete. Soltanto, non domandateci di incrociare le braccia di fronte al lupo rosso che assale. La nostra coscienza vi si oppone". 

Interpellanza? No, appello fraterno

A voi, diletti fratelli nella Fede, la cui vigilanza è stata ingannata o è in via di esserlo dall'errore comunista, non faremo nessuna interpellanza. Dal nostro cuore sempre sereno parte verso di voi un'appello straripante di ardente affetto in Christo Domino: davanti al quadro terribile che in questi giorni si delinea davanti ai vostri occhi, riconoscete almeno oggi che siete stati beffati. Bruciate ciò che ieri avete aiutato a vincere e combattete a fianco di coloro che ancora oggi contribuite a "bruciare".

Sinceramente, categoricamente, senza ambiguità tendenziose, ma con quella franchezza degna di enorme rispetto caratteristica di chi è umilmente contrito, voltate le spalle a quelli che vi hanno crudelmente ingannato e guardateci, serenamente e fraternamente, come fratelli nella fede.

Questo è l'appello che vi facciamo oggi. Esso esprime le nostre disposizioni d'animo di sempre, quelle di ieri come quelle di oggi.

Nelle parole finali di questo documento la nostra voce si carica di emozione, la nostra venerazione per Voi la trattiene, i nostri occhi filiali e rispettosi si levano ora verso di Voi, venerabili Pastori che avete dissentito da noi. Dove trovare parole di affetto e di rispetto adatte per essere consegnate nelle vostre mani - nei vostri cuori - in un momento come questo? Mutatis mutandis, non ne possiamo trovare di migliori di quelle stesse che, nel 1974, rivolgevamo all'ora defunto Paolo VI.

Le pronunciamo in ginocchio chiedendo le vostre benedizioni e le vostre preghiere. Ecco tutto.

*     *     *

Le varie interpellanze enunciate nei punti dal II al V e l'appello ai cattolici di sinistra (punto VI), sono rivolte dalla TFP sotto la sua piena responsabilità, nel presente documento pubblicato con l'approvazione dei membri del suo Consiglio Nazionale.

Ovviamente tutti gli interpellati - o quelli ai quali abbiamo rivolto l'appello - hanno diritto di rispondere e, in ragione di un'ovvia prossimità geografica, per i capi comunisti dell'Occidente e per quelli della sinistra cattolica questa risposta costituisce non solo un diritto, ma un dovere.

A costoro, quindi, rivolgiamo la nostra ultima domanda: tacerete o risponderete?

A voi la parola. 

San Paolo, 11 febbraio 1990

Festa della Madonna di Lourdes


Nota: Per quanto riguarda la Riforma Agraria e le campagne di stampa contro la TFP, l'autore si limitò a due esempi tratti dalla realtà brasiliana. È evidente che esempi analoghi potrebbero essere tratti da altre realtà nazionali per confermare le tesi di fondo del presente studio.


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