Plinio Corrêa de Oliveira

 

Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana

 

 

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Marzorati Editore, 1993

ISBN 88-280-0129-1

Per richieste dell'opera in formato cartaceo: www.atfp.it


APPENDICE III

L’aristocrazia

nel pensiero di un cardinale, controverso ma non sospetto,

del secolo XX

  

La estesa ed erudita opera omeletica Verbum Vitae - La Palabra de Cristo (10 volumi), elaborata a cura di mons. Angel Herrera Oria, allora vescovo di Malaga (1), presenta nel suo terzo tomo (pp. 720-724) uno schema orientatore per omelie contenenti alcuni punti di dottrina della Chiesa sull'aristocrazia.

Passiamo a riportare brani di questo schema, corredati da alcuni commenti (2).

All'inizio, l'aristocrazia viene considerata in funzione della società e non dello Stato:

“L'aristocrazia costituisce un elemento necessario in una società ben costituita.”

In seguito, lo schema aggiunge: “Ricordiamo quanto insegnano la filosofia, la teologia e il diritto pubblico cristiani circa l'aristocrazia.” 

 

1. Senso filosofico 

“Gli aristocratici sono i migliori”, secondo il significato etimologico della parola. Questa “porta in se stessa l'idea di perfezione, l'idea di virtù.”

Infatti, “l'aristocrazia ha abitudini virtuose”. Si parla qui di abitudini “dell'intelligenza e della volontà”, mediante le quali “risalta la aristocrazia”.

“Il tipo di aristocratico individualmente considerato, generato dalla filosofia antica, è il saggio”.

Sono virtù fondamentali dell'aristocrazia “la perfezione morale e l'amore per il popolo”. 

 

2. Senso teologico 

“La teologia getta torrenti di luce su questo concetto di aristocrazia, fornendo solidi fondamenti al diritto pubblico cristiano.

“L'aristocrazia è perfezione, e aspirare alla perfezione è dovere del cristiano. 'Siate perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste' (Mt. V, 48). 'Chi è giusto, continui a compiere nuovi atti di giustizia, e chi è santo, si santifichi ancora' (Ap. XXII, 11). 'Cammina alla mia presenza e sii perfetto', disse Dio a Mosé.

“In che consiste la perfezione?”

Insegna san Tommaso:

“1) La perfezione della vita cristiana consiste principalmente nella carità [ossia, nell'amore di Dio].

“2) Infatti, di qualsiasi essere si dice che è perfetto nella misura in cui raggiunge il proprio fine, che è l'ultima perfezione dell'ente.

“3) La carità è ciò che ci unisce a Dio, il quale è l'ultimo fine della mente umana, poiché 'chi permane nella carità, permane in Dio, e Dio in lui' (1 Gv, IV, 16) (Cfr. II-IIae, q. 184, a. 1, 2, 3 c; ibid., q. 81, a. 7, c.).

“Di conseguenza, è specialmente con la carità che si raggiunge la perfezione della vita cristiana”.

Se ne deduce che:

“Questa luminosa idea dev'essere tenuta in grande considerazione, poiché essa vivifica tutta la sociologia e tutta la politica, per quanto riguarda l'aristocrazia.

“a) L'aristocrazia è perfezione.

“b) Perfezione è fondamentalmente carità cristiana (…)” 

 

3. Il diritto pubblico cristiano 

“Aristocrazia e proprietà. Non si fa sufficiente attenzione al fatto che uno dei fondamenti della proprietà privata consiste nel dovere di perfezionarsi. (...)”

Leone XIII insegna nella Rerum novarum che “i beni si possiedono come propri e si amministrano come se fossero comuni. Ossia, 'una volta soddisfatto il proprietario in ciò che gli è necessario e assicurato il decoro e la perfezione', bisogna dare il superfluo in elemosina. Si parla molte volte di necessità e di decoro, e si dimentica che la perfezione è un dovere”.

Lo schema passa quindi a considerazioni che il clima ugualitario dei nostri giorni va purtroppo seppellendo nell’oblio più completo.

“A coloro che vivono nel mondo e hanno famiglia spetta il dovere di perfezionarla, e di elevare nei loro figli il decoro e la considerazione sociale della famiglia, cristianamente intesi.

“Purché si viva sotto l'influsso della carità cristiana, i genitori devono cercare, nella misura del possibile, che in scienza, in arte, in tecnica, in cultura, in tutto, i loro figli li superino. Ciò non per formare dei vanitosi, ma per offrire alla società, a beneficio del popolo, generazioni più perfette.

“Gli aristocratici devono soprattutto tenere ben presenti, per assimilarli e applicarli, tutti i progressi tecnici, sociali, etc., che possano soddisfare le necessità delle classi più indigenti”.

Questi insegnamenti rendono palese che l'impegno delle aristocrazie per far sì che, in successive generazioni, cresca continuamente il raffinamento delle abitazioni, dell’arredamento, dell'abbigliamento, delle vetture, nonché del portamento personale e delle maniere, è un aspetto essenziale di questo processo verso una perfezione globale, sia per la gloria di Dio che per il bene comune della società temporale.

Questa promozione del bene comune non dispensa il perfetto aristocratico cattolico dalla completa sollecitudine che deve avere nell'aver cura zelante dei diritti delle classi bisognose.

Gli aristocratici di questo tipo costituiscono “i migliori”, che poco sopra sono stati qualificati come “elementi necessari in una società ben costituita”. 

 

4. Aristocrazia sociale 

Lo schema prosegue nel trattare quindi non più dell'aristocratico come individuo, ma della famiglia aristocratica:

“L'aristocratico, nel perfezionarsi e nel perfezionare la sua famiglia, crea un'istituzione nella società che è la famiglia aristocratica”.

Lo schema lascia intendere che, per essere fonte propulsiva di questo slancio verso l'alto, la compagine famigliare dell'aristocrazia le è di grande vantaggio, poiché è nel seno delle famiglie di tutte le classi sociali che si costituisce la tradizione propria di ogni famiglia, ed è nella convivenza famigliare che i genitori e i più vecchi trovano le condizioni psicologiche e le mille occasioni propizie per comunicare le loro convinzioni e il frutto delle loro esperienze ai più giovani. Così, l'azione propulsiva verso la “perfezione” può essere ottenuta in condizioni ottimali. Quest'azione mira in maniera rilevante non soltanto al bene individuale dei membri della famiglia, ed al bene della propria famiglia considerata come un tutto, ma allo stesso bene comune della società.

Infatti, la società è un ente collettivo più duraturo delle famiglie, e queste sono più durature degli individui che le compongono nelle varie generazioni. Quello che è più duraturo non può che avvantaggiarsi della forza propulsiva dell'aristocrazia, nella misura in cui essa svolga un'azione propulsiva teoricamente tanto duratura quanto la società stessa.

È alla tradizione che compete assicurare la durata, gli indirizzi e le caratteristiche di questa forza propulsiva.

Lo schema prosegue:

“Si direbbe che le stesse virtù e la stessa perfezione tendono a diventare ereditarie.

“Questa istituzione non può essere egoista: deve essere eminentemente sociale e consapevole del bene degli altri”.

Da questi principi, enunciati con tante chiarezza, si deduce la giustificazione di uno degli aspetti dell'aristocrazia più incompresi dei nostri giorni: l'ereditarietà.

Non sono pochi ad affermare che sembra giusto che meriti un titolo nobiliare la persona che abbia praticato azioni ardue e rivelatrici di qualità personali rilevanti, soprattutto quando tali azioni, oltre a servire di esempio a molti, provocano per se stesse importanti effetti sul bene comune.

Ma - aggiungono - la trasmissione di questi titoli nobiliari alla discendenza di chi li ha ricevuti non si giustifica, poiché molte volte i grandi uomini hanno figli mediocri che non meritano gli onori concessi ai loro maggiori.

In realtà, l'applicazione di questo ragionamento impedisce la formazione di famiglie nobili e fa tabula rasa della loro missione propulsiva per il perfezionamento continuo di tutto il corpo sociale: perfezionamento che è un elemento indispensabile al progresso continuo ed entusiasmante di una società, di un Paese, verso tutte le forme di perfezione desiderate dall'individuo, perché amano Dio che è la perfezione stessa.

In altri termini, se è giusto prendere in considerazione e premiare i grandi uomini, non è giusto, né corrisponde alla realtà dei fatti, negare la missione di queste grandi stirpi nello spingere le nazioni verso l'alto:

“La cosiddetta aristocrazia storica si basa sulla natura umana ed è molto conforme alla concezione cristiana della vita, inserendosi nelle sue esigenze.

“Non c'è scuola paragonabile a un focolare di una stirpe autentica e cristianamente aristocratica.

“Quando sa compiere i suoi doveri, la società deve riconoscerle i mezzi dei quali ha bisogno per questo supremo magistero sociale.

“Palazzi, quadri, pergamene, oggetti d'arte, capolavori, viaggi, biblioteche, etc.

“Questi sono patrimoni che appartengono direttamente e immediatamente alle grandi famiglie.

“Tuttavia, l'uso di questi beni deve inquadrarsi nella dottrina ascetica e sociale della Chiesa.

“Quando vengono usati per formare cittadini selezionatissimi per il bene della comunità, e in questo uso si prende in considerazione il senso cristiano genuino della vita, si può dire che costituiscono quasi una forma di proprietà pubblica e collettiva, poiché se ne avvantaggia tutta la società.

“L'aristocrazia è talmente conforme alla società cristiana che una società non può definirsi perfetta se non quando vi è in essa la classe aristocratica. La sana aristocrazia è il fior fiore della Civiltà cristiana”.

Concetti come questi vanno sempre più scarseggiando nella pubblicistica cattolica sull'aristocrazia. Tuttavia tali concetti non sono stati mai smentiti dal magistero della Chiesa e non potrebbero mancare in un'opera che, come questa, affronta l'argomento aristocratico specialmente nel contesto della Civiltà cristiana, modellatrice di tutte le nazioni dell'Occidente. 

 

5. Aristocrazia nella famiglia 

Sempre sui rapporti tra aristocrazia e famiglia, lo schema abborda un aspetto delicato e altissimo della vita di una classe aristocratica:

“A. Per una certa analogia, si può dire che il potere aristocratico è simile a quello che, nel focolare, viene riservato alla donna.

“a) L'autorità spetta al marito.

“b) Ma la donna è, nella famiglia, un elemento di moderazione e di consiglio.

“c) È un elemento di raccordo tra il padre e i figli.

“1. Per suo mezzo, diventano molte volte efficaci, presso i figli, gli ordini del padre.

“2. Per suo mezzo, giungono al padre i bisogni e i desideri dei figli.

“B. San Tommaso dice che il padre governa i figli con governo 'dispotico', nel senso classico della parola, e la madre con governo 'politico'.

“a) Infatti la moglie è consigliera e partecipe del potere del padre.

“b) D'altronde, la moglie ha una certa quale rappresentanza della carità nella famiglia, ed è una certa personificazione della misericordia nel focolare.

“c) È lei che dev'essere più attenta alle necessità dei figli e dei servi e più pronta a sollecitare il padre a porvi rimedio.

“C. Nel Vangelo appare molto chiaro il contrasto tra la mancanza di misericordia, di carità, di spirito aristocratico degli Apostoli nella scena che commentiamo (3),

“a) Attenta alle necessità altrui, Maria va da chi può rimediarvi per presentargliele.

“b) E poi va dal popolo, rappresentato dai servitori, per mostrare loro che devono essere ubbidienti”.

Il paragone della missione dell'aristocrazia nello Stato e nella nazione con quella della donna - moglie e madre - nel focolare, è un poco sorprendente per il moderno lettore. Infatti le scarse opere di divulgazione sull'aristocrazia oggi esistenti hanno abituato, a giusto titolo, il pubblico a vedere in essa la classe militare per eccellenza, il che sembra molto poco affine con la missione della moglie e della madre nella famiglia.

Tuttavia questo paragone non per ciò cessa di essere ricco di saggezza.

Per vederlo nella sua giusta prospettiva, bisogna tener presente che la guerra normalmente è un'attività esercitata contro lo straniero, e san Tommaso parla della missione dell'aristocrazia nella vita interna e normale del Paese in tempo di pace, non in quanto ne costituisca la spada nella difesa dal nemico esterno.

Era inerente all’aristocrazia di quei tempi che ognuna delle famiglie che ne facevano parte riunisse attorno a sé un insieme di altre famiglie e individui di livello sociale meno elevato, a essa legate da rapporti di lavoro di vario tipo, di semplice vicinanza, etc.

Nelle città della società medievale, e in parte in quelle dell'Ancien Règime, era normale la vicinanza di palazzi, magioni, o semplici dimore confortevoli, a case popolari rappresentative di un tenore di vita meno elevato. Questa vicinanza tra grandi e piccoli riproduceva, a modo suo, l'atmosfera del focolare aristocratico, costituendo così un'aura discretamente luminosa di affetti e di dedicazioni intorno ad ogni famiglia aristocratica.

Da parte loro, i rapporti di lavoro, per il semplice effetto della carità cristiana, tendevano sempre a debordare dal mero àmbito professionale all'àmbito personale. Nella lunga convivenza di lavoro, il nobile ispirava e orientava i suoi sudditi e questi a modo loro facevano altrettanto in relazione al nobile: lo informavano delle loro aspirazioni e divertimenti, della loro posizione nella Chiesa, nella corporazione e nel focolare, e anche nelle circostanze concrete della vita popolare e nelle necessità dei bisognosi. Tutto questo costituiva insomma un circuito di interrelazioni fra maggiori e minori che lo Stato nato dal 1789 cercò di sostituire il più possibile con la burocrazia, ossia coi bureaux di statistica e informazioni e coi sempre attivi servizi di informazione poliziesca.

È attraverso queste burocrazie che lo Stato anonimo, mediante servitori anch'essi anonimi (per non dimenticare le grandi società anonime macro-pubblicitarie), ispira, stimola e dirige una nazione.

Reciprocamente, quest'ultima comunica con lo Stato per bocca delle urne elettorali: voce anonima fino all'estremo, quando il voto è segreto e lo Stato non può sapere chi ha votato in un modo o nell'altro.

Questo sistema di anonimato evita per quanto possibile la presenza del calore umano nelle interrelazioni dello Stato moderno.

Ben diversa era la natura dei Paesi dotati di una retta aristocrazia. In essi, come abbiamo visto, i rapporti erano, per quanto possibile, personali, e l'influenza del superiore sull'inferiore, come anche, a modo suo, quella dell'inferiore sul superiore, veniva esercitata in forza di un legame di affetto cristiano che si era reciprocamente stabilito. Affetto che portava con sé, infatti, la mutua dedicazione e fiducia, e che formava una società di fatto tra domestici e padroni, simile a un protoplasma formato intorno al nucleo. Basta leggere quanto affermano i veri moralisti cattolici sulla società erile per avere una nozione esatta di questo tipo di relazioni.

Nella corporazione, il rapporto maestro-garzone-apprendista riproduceva in larga misura l'atmosfera piena di unzione della famiglia; e così via.

Ora, questo rapporto vivo, non comprendeva soltanto quello che le moderne legislazioni del lavoro chiamano freddamente, seccamente e funzionalmente “datori di lavoro e lavoratori”. Mediante i loro servitori domestici o professionali, i componenti della categoria più elevata, sia nobili che borghesi, finivano per conoscere le famiglie dei loro subordinati, come pure queste conoscevano le famiglie di quelli. In minore o maggior grado, conformemente all'organica spontaneità dei sani spostamenti sociali, questi rapporti non erano soltanto fra individuo e individuo, ma tra famiglia e famiglia: relazioni di simpatia, benevolenza e aiuto che scendevano dall'alto in basso, e di gratitudine, affetto e ammirazione che salivano dal basso verso l'alto.

Il bene è per sé diffusivo. Era attraverso le capillarità di questi sistemi che il grande finiva per conoscere le miserie anonime, giacché la miseria rende isolato e sconosciuto quello che colpisce. Così il grande - il più delle volte - mediante le delicate mani di sua moglie e delle sue figlie poteva risanare tanti dolori che altrimenti sarebbero rimasti senza rimedio.

Ma, in questa valle di lacrime, anche il grande conosceva le sue ore di amarezza. A volte i suoi nemici lo accerchiavano, lo minacciavano, lo aggredivano, ora fisicamente ora politicamente. La più ferma muraglia di questa grandezza che improvvisamente traballava era quella costituita dagli innumerevoli atti di dedicazione che si ergevano disinteressatamente per proteggerlo, talvolta persino a rischio della vita.

A questo punto, è superfluo ripetere quanto abbiamo detto, considerando specialmente la vita urbana, riguarda la vita rurale, tanto questa era propizia a creare l'atmosfera e i rapporti qui descritti.

Questa era la vita del feudo. Questa era anche la vita della campagna, quando, una volta estinto il feudalesimo, le antiche relazioni tra il signore e il vassallo persero la loro portata politica ma conservarono la loro realtà nel mero àmbito del lavoro; e tale continua a restare a volte in alcune regioni, in alcuni Paesi, perfino in questa ultima tenebrosa decade di fine secolo e millennio.

Nella prospettiva dello Stato monarchico, con qualcosa di aristocratico e qualcosa di democratico, previsto da san Tommaso, l'aristocrazia è partecipe del potere regio come la moglie lo è del potere del marito all'interno della famiglia. Tocca ad essa, con quell'azione moderatrice propria dell'istinto materno, far giungere al padre - nel nostro caso, al Re - la commossa conoscenza di questa o quella necessità dei figli: cioè dei poveri, dei piccoli, dei bisognosi che si trovino nell'àmbito dell'influenza benefattrice di una nobile casata, ottenendo il rimedio corrispondente dato dal padre con animo disposto alla benevolenza.

In questa stessa prospettiva, così come alla madre spetta aprire il cuore dei figli a questo o quell'ordine del padre, alla nobiltà spetta disporre l'animo delle classi subordinate a una filiale ubbidienza ai decreti del Re. 

 

6. Aristocrazia politica 

Fino ad ora abbiamo parlato dell'aristocrazia considerata come classe sociale in se stessa. Passiamo ora a considerare la missione della classe aristocratica nella vita politica e sociale del Paese.

Alle persone alle quali questi insegnamenti sembrino eccessivamente conservatori o perfino reazionari, causeranno forse gradevole sorpresa le parole con le quali viene abbordato nello schema il tema dell'aristocrazia politica:

“L'aristocrazia sociale ha una funzione da svolgere direttamente e immediatamente presso il popolo.

“Ma, in virtù della legge naturale, svolgerà sempre una funzione politica presso il potere, partecipando del potere a beneficio del popolo”.

Dopo aver fato riferimento di passaggio al governo “cosiddetto misto, nel quale hanno una funzione la monarchia, l'aristocrazia e il popolo”, essendo “la miglior forma di governo secondo il pensiero cattolico”, lo schema continua:

“L'aristocrazia, situata tra l'autorità suprema, ossia la monarchia nel suo senso filosofico - governo di uno solo - e il popolo, è elemento di moderazione, di valutazione, di continuità e di unione”. In questa prospettiva:

“1) la monarchia senza aristocrazia conduce facilmente all'assolutismo.

“2) il popolo senza aristocrazia non è popolo ma massa.

“3) l'aristocrazia difende la monarchia e la modera.

“4) l'aristocrazia è la testa del popolo, la sua educatrice, l'orientatrice delle sue energie.

“5) l'aristocrazia senza il popolo è oligarchia, cioè il privilegio odioso di una casta nella società”. 

 

7. Missione sociale moderna dell'aristocrazia 

Lo schema elenca poi alcune caratteristiche che devono trovarsi nella moderna aristocrazia:

“Moderatrice del potere; consigliera; conoscitrice dei bisogni del popolo; difensore del popolo di fronte all'autorità suprema; educatrice del popolo; ordinatrice e orientatrice delle attività popolari; orientatrice di tutti i ritrovati della tecnica e del progresso sociale a vantaggio, specialmente, delle classi più bisognose”.

Quest'elenco non è esaustivo. Sembra che sia stato fatto con l'intento di evitare che l'aristocrazia venga accusata, come frequentemente accade, di essere una classe minoritaria monopolizzatrice dei vantaggi a scapito del popolo.

Infatti, lo schema segnala, fin dall'inizio, la tendenza dell'aristocrazia alla perfezione in tutte le cose, per amore della Perfezione assoluta che è Dio. Ciò la spinge ad essere una potente forza propulsiva del prossimo verso tutte le forme di perfezione (innanzitutto le perfezioni della virtù, ma anche quelle del talento, del buon gusto, della cultura, dell'istruzione... e perfino della tecnica). Questa propensione si realizza anche per mezzo del decorum della vita, di arti, arredamenti, dimore, ornamenti, etc. Tutto ciò deve diffondersi nell'intero corpo sociale, elevandolo man mano che l'aristocrazia si eleva come tale.

Ora, affinché quest'azione di elevazione si realizzi adeguatamente mediante l'aristocrazia, così come è stata descritta, è necessario precisare che i suoi membri sono quei “migliori” la cui presenza nel potere come dirigenti della nazione costituisce l'aristocrazia in quanto forma di governo.

Queste considerazioni fanno vedere quanto la forma di governo sia in funzione delle condizioni, soprattutto religiose e morali, ma anche di altre, del corpo sociale. 

 

8. La nuova aristocrazia 

Lo schema parla anche di ciò che chiama la “nuova aristocrazia”. Se ci vuol fare un'idea esatta sul necessario ma prudente rinnovamento delle aristocrazie, una metafora che può descriverlo con una precisione quasi completa è quella della sostituzione dell'acqua in certe piscine.

In queste, l'acqua si rinnova incessantemente, ma in modo così graduale da essere quasi impercettibile a quanti cerchino di osservarla. Si tratta nondimeno di un vero rinnovamento, in cui tuttavia la massa di acqua è ben lungi dal fluire rapidamente, e ancora meno con precipitazione torrenziale, impetuosa, si direbbe rivoluzionaria.

“Una precisione quasi completa”, abbiamo detto poco fa, ma tuttavia non completa. Il fatto è che nella piscina il rinnovamento, per quanto lento possa essere, mira allo svuotamento dell'intera massa di acqua. Quanto al rinnovamento della nobiltà, non è esattamente questo che si deve desiderare. Al contrario, quanto più questo rinnovamento sarà lento, tanto meglio sarà. Infatti la nobiltà, per sua propria natura, è talmente legata alla tradizione, che l'ideale sarebbe che il maggior numero possibile di famiglie nobili si mantenessero nel corso dei secoli, indefinitamente; a condizione però che tale conservazione non fosse a beneficio di elementi sclerotizzati, morti, mummificati, e quindi incapaci di una partecipazione valida all'ininterrotto divenire della storia.

Questa metafora corrisponde a ciò che al riguardo è stato detto nel presente libro (4),

“Essendo l'aristocrazia elemento necessario di una società ben costituita, sembra naturale, come principio pratico, che si salvino le aristocrazie storiche, le quali normalmente conservano grandi virtù, e che allo stesso tempo si creino altre aristocrazie.

“L'aristocrazia non può essere chiusa. Un'aristocrazia chiusa diventa una casta, che è l'antitesi dell'aristocrazia, poiché la casta come tale non conosce il principio della carità, che è l'anima dell'aristocrazia.

“Purtroppo, non poche volte il virus mondano, infiltrandosi negli ambienti aristocratici, li trasforma in cerchie chiuse.

“Il grande problema moderno, in questo campo, è appunto quello di restaurare le classi aristocratiche e creare nuove forme di aristocrazia”.

Ne viene una domanda: se un'aristocrazia è decaduta, e se i suoi membri non sono più i migliori, ma i peggiori, che fare?

Sarebbe necessario creare nuove classi aristocratiche senza dimenticare di fare il possibile per riabilitare l'aristocrazia antica. Resta però ben chiaro che, se questa non si lascia risanare, conviene non curarsene più.

Se l'aristocrazia degenera, spetta al corpo sociale generare un'altra soluzione, che lo farà cercando - il più delle volte istintivamente e consuetudinariamente - l'appoggio degli elementi sani che lo compongono.

Diciamo “istintivamente”, perché in situazioni di emergenza come questa, il buon senso e le qualità del popolo di solito possono più che i progetti, sebbene talvolta brillanti e seducenti, di sognatori o burocrati costruttori di “paradisi” e “utopie”. Questi progetti, non avendo base nella realtà, il più delle volte generano solo fallimenti e delusioni.

Ma se per caso nell'aristocrazia non esistono “migliori”, e non v'è nel popolo chi voglia assumere, in virtù del principio di sussidiarietà, la missione di fare da propulsore verso l'alto; se nello stesso clero si manifesta analoga carenza, sembra sorgere un problema: quale forma di   governo può dunque evitare la rovina di tale società o nazione?

Per risolvere il problema, alcuni hanno escogitato soluzioni politiche in virtù delle quali un governo, ipoteticamente composto da uomini buoni, riesca a risolvere la grande questione quasi meccanicamente, e dall'esterno verso l'interno, in un corpo sociale che non sia in buone condizioni.

Ora, quando l'intero corpo sociale non è in buone condizioni, il problema è puramente e semplicemente insolubile e la situazione si presenta disperata. Quanto più si cerca di risanarla, tanto più essa si aggroviglia nelle proprie complicazioni, accelerando così la fine.

Le situazioni disperate sono risolubili solo quando un pugno di uomini di fede, sperando contro ogni speranza - contra spem in spem credidit (Rom. IV, 18), elogio fatto da san Paolo alla fede di Abramo - continua tenacemente a sperare: ossia quando anime piene di fede ricorrono umilmente e insistentemente alla Provvidenza per ottenerne un intervento salvatore. “Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae” - Inviate il vostro Spirito e tutto sarà creato, e rinnoverete la faccia della terra (Antifona della festa di Pentecoste).

Senza di ciò, è vano attendersi la salvezza di qualsiasi forma di governo, di società e di economia. “Nisi Dominus custodieris civitatem, frustra vigilat qui custodit eam” [Se il Signore non custodisce la città, in vano vigila la sentinella] (Ps. CXXVI, 1).

Il sostanzioso schema sull'aristocrazia che abbiamo commentato, tratto dalla significativa opera elaborata a cura del cardinale Herrera Oria, finisce con le seguenti considerazioni:

“Dire dunque che mancano anime aristocratiche ai nostri giorni, significa dire che manca una classe che si elevi sulle altre per nascita, cultura, ricchezza, ma innanzitutto per virtù cristiane e per la sua misericordia illimitata.

“Un'aristocrazia senza riserva abbondante di virtù cristiane perfette è forma senza contenuto, storia senza vita, istituzione sociale decaduta.

“Il suo amore, il suo spirito e la sua vita dovranno essere lo spirito, la carità e la vita di Cristo.

“Insomma, senza perfezione cristiana vi saranno aristocrazie di fatto e di apparenza, ma non aristocrazie autentiche di opere e di diritto”.

Prendendo nel loro senso proprio e naturale queste ultime parole dello schema, il lettore si rende conto che esso esprime un giudizio sull'aristocrazia del tempo in cui fu pubblicato dal cardinale Herrera Oria: “...manca una classe che si elevi sulle altre per nascita...”. Cioè, in concreto, l'aristocrazia di quel tempo non adempiva quella missione, vale a dire la sua missione.

Se lo schema avesse contenuto un elogio senza riserve all'aristocrazia del suo tempo, non c'è dubbio che sarebbe stato bersagliato da accuse di unilateralità, poiché, si direbbe, l'aristocrazia ha rimarchevoli qualità, ma anche gravi difetti.

Ora, quest'ultimo giudizio pecca di unilateralità, ma in senso opposto. Per onorare la verità storica, bisogna dire che, se l'aristocrazia degli anni Cinquanta presentava numerosi difetti, è impossibile negare che aveva anche rilevanti qualità.


Note:

1) Verbum Vitae - La Palabra de Cristo - Repertorio organico de textos para el estudio de las homilías dominicales y festivas, elaborado por una comisión de autores bajo la dirección de mons. Angel Herrera Oria, obispo de Malaga, 10 voll., B.A.C., Madrid, 1953-1959.

Mons. Angel Herrera Oria fu una delle figure di spicco della Chiesa spagnola nel secolo XX.

Nacque a Santander nel 1886. Nel 1909, ancora laico, fondò col padre Angel Ayala S.J. l'Asociación Católica Nacional de Propagandistas. Nel 1911 fondò il quotidiano El Debate, di cui fu Direttore fino al 1933, anno in cui fu nominato presidente del Consiglio Nazionale dell'Azione Cattolica. Ebbe un ruolo determinante in movimenti come Pax Romana e Acción Nacional. Nel 1936 si recò in Svizzera per gli studi ecclesiastici, diventando sacerdote nel 1940. Tornò in Spagna nel 1943. Venne consacrato vescovo nel 1947 e designato alla diocesi di Malaga. Durante il suo governo di quella diocesi, diresse l'elaborazione dell'importante opera che contiene lo schema qui commentato. Rimase nella stessa diocesi fino al 1966, quando rinunciò per ragioni di età. Nel 1965 era stato creato cardinale da Paolo VI. La sua morte avvenne nel 1968 (Cfr. Diccionario de Historia eclesiástica de España, Ed. Enrique Flores, C.S.I.C., Madrid 1972, voce Herrera Oria, Angel).

Come pensatore, scrittore e uomo di azione, la figura di mons. Angel Herrera Oria è stato oggetto di vivaci controversie, in quanto i suoi ammiratori più entusiasti si collocavano normalmente al centro e alla sinistra, mentre quelli che dissentivano da lui, con calore non minore, facevano abitualmente parte della destra.

Non è il caso di prendere qui posizione al riguardo di queste molteplici controversie.

Vale solo la pena di sottolineare che il presente testo sull'aristocrazia ha ricevuto un'approvazione incondizionata - forse la collaborazione - di un alto prelato del tutto insospettabile di parzialità a favore del ceto nobiliare. Riguardo alla sua partecipazione nell'elaborazione della citata opera omeletica, mons. Angel Herrera Oria fa le seguenti avvertenze nella prefazione:

"L'opera non è mia, anche se mia è l'idea, l'alta direzione ed una parte del testo. L'opera è frutto del lavoro di una commissione, i cui membri sono elencati alla fine di questa prefazione".

E più avanti torna sull'argomento:

"L'opera è frutto di un lavoro di équipe. Ho collaborato con un gruppo di persone molto competenti nelle loro rispettive materie" (Op. cit., Prefazione, tomo I, pp. LXV e LXXI).

2) Avvertiamo che sono state fatte due piccole alterazioni nell'enumerazione dei diversi paragrafi rispetto allo schema originale, per facilità di esposizione. Ciò è stato fatto senza pregiudicare in nulla il pensiero degli autori dello schema, permettendo che esso conservi tutta la sua scorrevolezza e ricchezza di espressione. La prima si riferisce allo scambio tra i paragrafi "aristocrazia nella famiglia" e "aristocrazia politica". La seconda, ad un identico scambio tra i paragrafi "missione sociale moderna dell'aristocrazia" e "la nuova aristocrazia".

3) Questo schema è uno dei venti che sviluppano il Vangelo della moltiplicazione dei pani (Gv. VI, 1-15),  e l'ineffabile missione aristocratica che svolse Maria Ss.ma nelle nozze di Cana.

4) Cfr. Capitolo VII, 9. ed è in piena sintonia con quanto è scritto a proposito nell'opera citata del cardinale Herrera Oria.