Intervista

a

Plinio Corrêa de Oliveira

 

 

 

 

 

 

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Traduzione dell'opera "TRADICION, FAMILIA, PROPIEDAD - Un ideal, un lema, una gesta", São Paulo, Brasile, 1990, pag. 52-61

Recentemente le TFP hanno commemorato i sessant’anni di infaticabili battaglie del professor Plinio Corrêa de Oliveira a difesa della civiltà cristiana, minacciata da tanti fattori di disgregazione. Così descrisse egli stesso la sua scelta di consacrarsi per intero a una causa che molti giudicavano perduta: “quando ero ancora molto giovane, considerai rapito le rovine della Cristianità; ad esse affidai il mio cuore, voltai le spalle al mio futuro, e di quel passato carico di benedizioni feci il mio avvenire!”

In questa intervista Plinio Corrêa de Oliveira parla di alcuni aspetti di questa grande battaglia, alcuni di essi ancora oggi inediti. 

- Dott. Plinio, ci potrebbe descrivere com’era la situazione interna della Chiesa in Brasile nel 1928, quando si tenne a San Paolo il Congresso da Mocidade Católica (Congresso della Gioventù Cattolica) e Lei entrò nel Movimento Cattolico?

PCO – Il movimento cattolico cominciava allora il suo periodo di ascesa. La sua forza veniva in particolare dal grande sviluppo avuto dalle Congregazioni Mariane.

Fino ad allora la situazione era stata molto diversa. Era malvisto un uomo che si comportasse da cattolico. I pochi appartenenti alle congregazioni mariane erano considerati stravaganti dalla maggior parte delle persone e messi un po’ a margine della vita sociale. Agli inizi degli anni 20 la situazione iniziò ad invertirsi, fino al punto che verso il 1930 era considerato prestigioso militare nelle fila cattoliche. Basta dire che la Federazione Mariana di San Paolo fu obbligata a intavolare dei processi giuridici contro alcuni commercianti che vendevano a persone non appartenenti all’associazione imitazioni del distintivo usato dei congregati mariani, poiché sembrava decorativo portarlo al risvolto della giacca.

Il movimento mariano era caratterizzato da una intensa sete di autenticità e di fervore religiosi, una devozione crescente alla Santissima Vergine e un deciso atteggiamento anticomunista. Inoltre, in maniera generica ma nei fatti era ostile a tutti i risvolti anticristiani della Rivoluzione Francese e ai suoi effetti ideologici e culturali, che erano maturati durante il secolo XIX e nelle prime decadi del secolo XX. Si deve notare che le crisi interne, allora incipienti nei nuclei direttivi degli ambienti religiosi d’Europa e degli Stati Uniti, non erano ancora arrivate in Brasile. La Chiesa viveva in una pace religiosa completa, in una totale fiducia tra cattolici, in una grande concordia tra le associazioni religiose e nella unione filialmente sottomessa di tutto il laicato attorno alla Sacra Gerarchia. In conclusione, il Brasile godeva soavemente e fecondamente la pace religiosa che San Pio X aveva ottenuto per la Chiesa a costo di eroici sforzi contro l’eresia modernista. A nessuno veniva in mente che un cattolico praticante potesse avere un’intenzione sleale, malevola, anticattolica o che potesse svolgere delle attività sotterranee all’interno della Chiesa, a favore dei nemici della stessa.

Tutto questo dimostra che non è oggettiva l’idea che oggi si diffonde secondo la quale la grande novità del movimento cattolico, alla fine degli anni 20, sarebbe stata la nascita di certi cenacoli di letterati e intellettuali cattolici che pubblicavano riviste dalla circolazione ristretta e che tenevano conferenze. Se questi cenacoli avessero un qualche prestigio era meno per il valore -senza dubbio innegabile- di alcuni dei loro partecipanti, che per le ripercussioni che la loro voce aveva sulla moltitudine delle organizzazioni religiose che, pari passo con le congregazioni mariane, allora si stavano diffondendo rapidamente in Brasile.Il grande vento di rinnovamento veniva, quindi, soprattutto dal Movimento Mariano e associazione affini. In esse rifulgevano l’entusiasmo, la partecipazione massiccia, l’ortodossia senza macchia. In pochi anni quel movimento si trasformò in una forza nazionale, cosa facile da dimostrare attraverso i fatti che avvennero in occasione della Costituente del 1934.

- È stato in questo contesto che nacque l’idea della Liga Eleitoral Católica-LEC (Lega Elettorale Cattolica)?

PCO – Si. Sebbene più del 90% della popolazione fosse cattolica, c’erano ragioni per le quali non si podere poteva pensare alla formazione di un partito politico cattolico, come esisteva in altri paesi. Ma mi rendevo conto che si doveva fare qualcosa contro il laicismo che dominava tutta la legislazione e tutta la vita ufficiale dello Stato e che ignorava il fatto reale che era la schiacciante preponderanza cattolica della popolazione. Per questo l’impulso alla fondazione della lega elettorale cattolica(LEC).

- Lei afferma che la sua partecipazione fu determinante nella fondazione della LEC, ma non è possibile trovare questa informazione negli scritti degli storici che hanno trattato questo argomento. Essi invece si riferiscono ad Alceu Amoroso Lima e ad Heitor Silva Costa, l’architetto del monumento a Cristo redentore di Rio de Janeiro.

PCO – Un giorno leggendo il giornale cattolico “La Croix”, di Parigi, mi accorsi dell’esistenza della Federazione Nazionale Cattolica, diretta dal Generale De Calstelnau, che si era distinto Durante la prima guerra mondiale ed era cattolico praticante. Scrissi al FNC chiedendo una copia dei loro statuti. Seppi allora che tale associazione inviava a tutti i candidati, prima delle elezioni, un questionario attraverso il quale si informava delle posizioni di ognuno rispetto alle posizioni sostenute dalla Chiesa. In seguito pubblicava le risposte che servivano da orientamento per il voto cattolico. Proposi allo scrittore Alceu Amoroso Lima (Tristão de Athayde) – con il quale in quel periodo iniziava un’amicizia che in seguito sarebbe stata più stretta e che le polemiche sull’Azione Cattolica, il maritainismo e il liturgicismo avrebbero rotto allo inizio degli anni ’40 – un adattamento di tale sistema. Mi  disse che stava pensando a qualcosa del genere con l’ing. Heitor Silva Costa,  di  Rio de Janeiro, e che il Cardinal Leme (Arcivescovo di Rio) era già stato consultato a riguardo. I suggerimenti che presentai furono presi come base del proietto elaborato. La LEC fu costituita in seguito a varie conversazioni tra i tre.  Sua Eminenza il Cardinal Leme inviò una circolare a tutti gli arcivescovi e ai vescovi, raccomandando la creazione della LEC nelle rispettive circoscrizioni ecclesiastiche. L’Arcivescovo di San Paolo, Monsignor Duarte Leopoldo e Silva, mi offrì quindi di essere Segretario Generale dell’organizzazione di quello Stato.

Quando furono indette le elezioni per la Costituente, il Vicario Generale di San Paolo, Monsignor Gastão Liberal Pinto – successivamente Vescovo di San Carlos - mi informò confidenzialmente che Monsignor Duarte aveva tastato il terreno con politici di San Paolo, e aveva concordato con loro la costituzione di una lista unica che raggruppasse tutte le correnti che si opponevano a Getúlio Vargas. Ad essa doveva partecipare anche la LEC. 

Nelle Congregazioni Mariane, che in pochi anni si sarebbero trasformate in una forza nazionale, rifulgevano l’ortodossia senza macchia, l’entusiasmo e la partecipazione massiccia.

- L’adesione alla Lista Unica, desiderata da Monsignor Duarte non comprometteva il carattere sovrapartitico della LEC?

PCO – Dopo aver abbattuto il Governo costituzionale di Washington Luis, Getúlio Vargas si trasformò nel padrone del Potere. Invece di procedere immediatamente alla democratizzazione politica -che era la finalità dichiarata dalla rivoluzione della quale era capo- fece in modo di perpetuarsi alla Presidenza della Repubblica.

La sua azione da capo del Governo era vista da elementi che rappresentavano San Paolo come fondamentalmente anti-paulista. Mentre trattava San Paolo senza alcuna considerazione, era liberale con gli altri Stati brasiliani.

Davanti agli occhi dei capi politici, della stampa e delle principali figure di San Paolo, andava prendendo forza l’impressione che il presidente Vargas desiderasse mantenere eternamente il suo incarico, da dittatore. Per ottenerlo voleva innanzitutto annichilire il potere politico e economico di quello stato, di primissimo piano dal punto di vista produttivo.

Numerosi episodi diedero l’opportunità per consolidare questa impressione. Anche il malessere profondo che generò nella popolazione paulista, ebbe conseguenze gravissime.

Fu così che scoppiò a San Paolo la Rivoluzione Costituzionalista del 1932 che, sebbene sconfitta, creò in tutto il paese un ambiente che rendeva impossibile al Governo Federale non convocare elezioni per una Assemblea Costituente.

Sebbene profondamente divisi tra loro, i due maggiori partiti politici paulisti (il Partito Repubblicano Paulista, PRP, e il Partito Democratico, PD) valutarono di dover dimenticare le loro differenze e di unirsi per l’interesse dello Stato, dato che ritenevano che San Paolo continuava ad essere minacciato tanto profondamente che già si abbozzava una deplorevole tendenza separatista in alcuni settori della popolazione.

Conseguentemente, fecero una coalizione che andava molto al di là dell’obiettivo partitico di mettere nuovamente al Potere le loro squadre politiche. Effettivamente, i dirigenti dei due partiti compresero che un fronte partitico non avrebbe rappresentato tutta l’ampiezza dello scontento pubblico di San Paolo, e per questo coinvolsero nella loro azione post-rivoluzionaria tutte le forze che rappresentavano lo Stato. Presero a formar parte della Lista Unica l’Associazione Commerciale e la Federazione dei Volontari della Rivoluzione del 32, assieme alla Lega Elettorale Cattolica. Tutti facevano parte di questa lista unica a uguali condizioni.

In questo modo, la coalizione rappresentava la quasi totalità di San Paolo.  L’adesione della LEC alla Lista Unica per San Paolo Unito non aveva, quindi, il carattere partitico che qualcuno oggi immagina.

È importante far notare che la Lista Unica accettava le idee sostenute dai cattolici.

- Come avvenne che la LEC lanciò la sua candidatura e come si spiega l’altissimo numero di voti che ottenne?

PCO – Dopo l’adesione della LEC alla Lista Unica, Monsignor Gastão Liberal Pinto mi informò che Monsignor Duarte aveva indicato quattro nomi per i candidati della Lega, e tra questi c’era il mio. Fu convocata dunque una riunione del comitato direttivo della Giunta Arcidiocesana della LEC, alla quale non partecipai per evitare che i membri si sentissero messi sotto pressione. I quattro nomi furono approvati all’unanimità.

La mia candidatura fu, tuttavia, un problema di coscienza per me, poiché ero molto giovane -avevo appena 23 anni-, mi sembrò che il venerando Arcivescovo mi avesse scelto a causa della notorietà che io avevo acquisito tra i congregati mariani. Pensai: “se Monsignor Duarte mi sceglie solo per questo, forse preferisce lanciare un altro nome”. Mi chiedevo se non dovessi chiedere al Signor Arcivescovo di nominare al posto mio un altro che fosse di sua preferenza. Avrei lavorato per lui come avrei fatto per me stesso, dato che l’importante non era la mia persona né la mia elezione, ma che la Chiesa fosse ben servita, che prevalessero le posizioni cattoliche e che fosse perfettamente obbedito l’orientamento  ecclesiastico.

Consultai un insigne sacerdote gesuita, il Padre José Danti, Rettore del Collegio San Luigi, e gli esposi i fatti. Egli mi rispose:” Lei mancherà al suo dovere di cattolico se non accetta la candidatura. Vedo in Lei tali desideri di seguire il suo Arcivescovo che, se lasciasse vacante il posto, potrebbe occuparlo un altro meno fedele alla Gerarchia”. Allora accettai.

I voti che ottenni, e che rappresentavano quasi un decimo di tutto l’elettorato dello stato di San Paolo, furono il trionfo del movimento cattolico, poichè feci propaganda soltanto all’interno delle associazioni religiose.

 

Plinio Corrêa de Oliveira fu il  deputato più giovane e più votato di tutto il paese nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1934. Nella foto è il sesto, In piedi, da destra a sinistra, con il gruppo parlamentare di San Paolo e le spose di alcuni deputati.

 

- Che frutti portò la Costituente del 1934 al Brasile cattolico?

PCO – La nuova Costituzione, promulgata in nome di Dio, ristabiliva l’insegnamento religioso nelle scuole di Stato, proibiva il divorzio, assegnava effetti civili al matrimonio religioso e introduceva cappellanie nelle Forze Armate e nelle prigioni. Tutte le proposte cattoliche furono accolte.

- Verrebbe da dire che la Chiesa in Brasile andava incontro a giorni di splendore, forse verso l’apogeo della sua influenza. Che cosa capitò in quel frangente?

PCO – Questa enorme crisi che  colpisce oggi la Chiesa, questa crisi che la affligge in maniera totale, non si formò da un momento all’altro, come un rimbombo. Ebbe le sue radici nell’epoca della quale stiamo parlando.

La magnifica concordia tra i cattolici, della quale parlavo prima, stava venendo minata da idee che oggi sarebbero state definite progressiste. La loro diffusione era portata avanti da agenti di propaganda europei e nordamericani di entrambi i sessi, così come da brasiliani che facevano viaggi di studio all’estero e che tornavano imbevuti di una nuova mentalità religiosa. Tutto questo veniva presentato come aria nuova e vitale capace di dare alla Chiesa giorni ancora più luminosi. In nome del principio della libertà si lanciava una specie di lotta di classe tra laici e clero. Con il pretesto dell’apostolato, le frontiere tra i cattolici e gli ambienti mondani tendevano a relativizzarsi, con sfavorevoli riflessi sul piano morale.

Questa situazione descritta e denunciata nel mio libro In difesa dell’Azione Cattolica, che ebbe un’esplicita lettera-prefazione di approvazione da parte di Monsignore Bento Aloisi MaseIla - allora Nunzio Apostolico in Brasile, in seguito Cardinale della Santa Chiesa - e che fu elogiato in un documento della segreteria di Stato di S.S. Pio XII,  firmato in nome del sommo pontefice da monsignor Montini, il futuro Paolo VI.

Non ho intenzione qui di dilungarmi su questo libro, mi limito a dire che le preoccupazioni che sollevavo in esso erano lontane dall’essere infondate. Così, Gramsci, libero da qualunque sospetto essendo uno dei maggiori teorici della tattica comunista –se non il maggiore- si domandava poco dopo la I Guerra Mondiale: ”Come, e per quali vie, la concezione socialista del mondo potrebbe dar forma a questo tumulto, a questo agitarsi di forze elementari?”* Ed egli stesso da questa suggestiva risposta: “Il cattolicesimo democratico fa quello che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida”. ** (Note dell’editore: * Gramsci si riferisce alla fermentazione della questione sociale nel primo dopoguerra. ** Antonio  Gramsci, scritti politici - Il “biennio rosso”, la crisi del socialismo e la nascita del partito comunista (1919-1921), II, pp. 43-44).

Dall’esterno delle mura cattoliche, e con intenzioni radicalmente opposte alle mie, Gramsci vedeva la medesima realtà che vedevo io. La Chiesa fu fondata come società gerarchica da Nostro Signore Gesù Cristo, e, se essa potesse morire, la sua democratizzazione, desiderata dal teorico comunista la condurrebbe al suicidio.

- Ci sono storici che dicono che, nel suo libro, Lei segnali degli abusi senza dare alcuna indicazione circa il luogo in cui avvenivano.

PCO – Nostra intenzione era tentare di estinguere il male causando il minimo risentimento e la minima divisione possibile negli ambienti cattolici. Per questo era necessario condurre la battaglia nell’ordine delle idee, evitando, fin quando possibile, di attaccare le persone e menzionando soltanto gli oppositori che avessero pubblicato qualcosa sull’argomento. Mi comportai così. Se nel mio libro fossi sceso sul concreto, citando nomi e luoghi, mi avrebbero accusato in quel momento di occuparmi di “piccolezze non essenziali” e di “mancanza di carità”.

È importante notare che, mentre la polemica era aperta, non ricevetti - come nemmeno il “Legionario” – nemmeno una domanda, né una sola lettera dagli ambienti coinvolti dalla mia critica – ambienti che tutti conoscevano- chiedendo chiarimenti. Questo è sintomatico e chiude la discussione. Perché fu così? Evidentemente, i nostri oppositori avevano paura di chiedere e ricevere una risposta più precisa di quella che avrebbero desiderato.

Tale assenza di approfondimenti ben mostra che l’accusa era fondata e si sapeva perfettamente che era così.

La prefazione dello stesso Nunzio Apostolico in Brasile indica che lui –al quale compete, in un certo senso, la supervisione di tutto il movimento cattolico nel paese- conosceva quegli errori e pensava che fossero molto pericolosi.

Inoltre, se i miei riferimenti a errori che circolavano negli ambienti cattolici non fossero stati  nient’altro che accuse malevole e perfino calunniose, non sarebbe stato possibile che sei anni dopo, nel 1949, quando già la polemica si era placata, la Santa Sede mi avesse scritto, motu proprio,  una lettera tanto esplicita e che chiaramente elogia il mio libro,  poiché è risaputo che la Santa Sede è bene informata rispetto a quanto accade nel mondo cattolico.

- Non mancò chi stigmatizzò l’importanza di quella missiva, adducendo che il Vaticano dà risposte similari a molte delle lettere che gli vengono inviate…

PCO – In un’udienza che mi concesse a Roma nel 1950, monsignor Montini -successivamente Paolo VI – mi disse che ognuna delle parole di quella lettera era stata soppesata con attenzione.

Ma ancor di più, c’è chi trova somiglianze tra le considerazioni del Cardinal Ratzinger nel suo celebre Rapporto sulla fede e quello che io scrissi nei lontani anni 40 sul progressismo teologico, morale e socio-economico che iniziava a nascere in ambito brasiliano. Come sarebbe stato meglio per la Chiesa che mi fossi sbagliato, che quegli errori non fossero esistiti e che non si fossero propagati per tutto il mondo!

- Dottor Plinio, come vede adesso quelle battaglie la cui eco, oggi, sta portando nuovamente la Storia? Come si pone innanzi al futuro?

PCO – Tutto quel passato remoto e prossimo lo vedo con la tranquillità di coscienza di chi ha fatto il suo dovere.

Parlo del passato remoto e prossimo, perché le polemiche e le lotte che ebbero il loro culmine con la pubblicazione di In difesa dell’Azione Cattolica non si sono concluse. Da il “Legionario” a “Catolicismo” e da “Catolicismo” ad oggi c’è una lunga serie di battaglie ideologiche che hanno raggiunto proporzioni molto superiori a quelle che si sarebbe potuto prevedere in quegli anni.

Verso dove andremo? Solo Dio lo sa. Chi fa il suo dovere fa la volontà di Dio. E chi fa la volontà di Dio sotto la protezione della Santissima Vergine può affrontare il futuro soltanto con fiducia.

- Tornando gli anni nei quali Lei affrontava in Brasile le prime battaglie di questa grande lotta di Contro-Rivoluzione, aveva già gli occhi rivolti all’Europa e agli altri paesi dell’America? Ci piacerebbe che ci parlasse delle sue speranze e delle sue preoccupazioni sulla possibilità di diffondere gli ideali della Contro-Rivoluzione oltre le frontiere del suo paese.

PCO – Consideri che ero stato in Europa quando avevo 4 o 5 anni e che tornai nel Vecchio Continente soltanto nel 1950, quando già avevo quarant’anni. Cominciai così una serie di viaggi che mi avrebbero portato in Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Italia, e paradossalmente fu in conseguenza di qui viaggi che presi la decisione di entrare in contatto con le nazioni dell’America del Sud e dopo con Stati Uniti e Canada.

- Perché? Lei non trovò in Europa quello che sperava?

PCO – Per risponderle è necessario che le spieghi qual era l’idea che attraverso le letture e gli studi mi ero fatto dell’Europa e delle tre Americhe prima di quei viaggi.

 Il Brasile è figlio del Portogallo. Il Portogallo, come tutti sanno, appartiene alla famiglia delle nazioni europee che costituiscono la civiltà cristiana occidentale. Sono stato formato in un ambiente ancora molto influenzato dall’Europa precedente il disastroso trattato di Yalta; quindi, a eccezione della Russia, un’Europa libera dallo scarpone chiodato comunista, con vari governi monarchici e altri repubblicani ma che ancora conservava una certa aria aristocratica. Pensavo, pertanto, che le tradizioni che esistevano in Brasile, venute dal Portogallo, avrebbero dovuto essere naturalmente molto più vive in Europa. Ovvio! Pensavo: l’Europa ha i monumenti dell’antica Cristianità, fu il teatro degli avvenimenti che costituiscono la storia di quel passato, molte delle stirpi che avevano dato origine a quelle tradizioni ancora le manterranno vive, etc.

Quindi, facile capirlo, pensavo che quelle tradizioni fossero più radicate in Europa che in Brasile o in altri paesi americani, e che fosse facile trovare spiriti capaci di agglutinarsi in un movimento contro-rivoluzionario. Andai in Europa con il desiderio intenso di conoscere persone disposte a questo, con il fine di poter unire gli sforzi in una lotta che per sua natura è universale. L’obiettivo del viaggio era, dunque, entrare in contatto con organizzazioni conservatrici e tradizionaliste.

- E con movimenti cattolici no?

PCO – Certamente. Volevo conoscere ecclesiastici e laici antiprogressisti – il progressismo già iniziava a delinearsi in quel periodo – cioè, coloro i quali in campo cattolico reagivano contro il maritainismo, il liturgicismo, gli errori che penetravano nell’Azione Cattolica, etc. Quelle erano reazioni di carattere contro-rivoluzionario. Di conseguenza, speravo di trovare in quegli ambienti un appoggio speciale, una buona accoglienza, una particolare possibilità di espandere la lotta contro il nemico comune: la Rivoluzione.

 

Il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira fece vari viaggi in Europa per stabilire dei contatti con i movimenti cattolici antiprogressisti. Nella foto, mentre si imbarca verso Parigi nel 1959, con Fabio Vidigal Xavier da Silveira

- Lei viaggiò con grandi speranze…

PCO – Andai in Europa pieno di speranze, è vero. Presi contatto quasi esclusivamente con dirigenti di quei movimenti, in generale uomini colti e di prestigio, che mi ricevettero molto amabilmente. Nonostante tutto, ebbi la fondata impressione -forse per conseguenza dei traumi ancora non cicatrizzati della II Guerra Mondiale- che fossero seguiti da gruppi non all’altezza del loro valore. In essi c’erano persone dedite, ma erano poco numerose e le loro possibilità di espansione sembravano, in quel momento, molto limitate.

Per quanto riguarda i loro dirigenti, devo anche dire che notai divergenze profonde quasi tra tutti. Questo contribuiva a creare un quadro fosco della Contro-Rivoluzione in Europa. C’erano luminose eccezioni, ma purtroppo non erano molte.

Quando tornai dall’Europa, e con questo torno alla domanda iniziale, arrivai alla seguente conclusione: o lavoro per raggiungere un’espansione molto più grande, nelle Americhe, degli ideali ai quali mi sono consacrato, e dopo, grazie all’aumento della risonanza che quell’espansione può portare, mi presento nuovamente in Europa, o nelle attuali condizioni c’è da fare pochissimo.

Quanto sono cambiate le cose da allora ai giorni nostri nel vecchio continente! Oggi fioriscono gli ideali della tradizione, della famiglia, della proprietà in sei importanti paesi dell’Europa: Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, Italia e Portogallo. E ci sono speranze di espandersi in altre nazioni.

- Lei dice espansione molto maggiore nelle Americhe, forse non la sperava in particolare in Brasile?

PCO – Certo che la speravo. Ma mi sembrava che solo l’espansione in Brasile non avrebbe dato il background sufficiente per ottenere che il gruppo di ”Catolicismo” si trasformasse in un movimento capace di impressionare gli europei.

Finiamo, inoltre, in un circolo vizioso. Il nostro gruppo trovava difficoltà per espandersi in Brasile per il fatto che non c’erano gruppi simili da altre parti. Ma per averli è necessario prima crescere. Cosa comprensibile perché il mio paese, mancando di una esperienza storica sufficientemente antica, osserva con molta attenzione quello che capita all’estero.

- In quel frangente non Le restava altra uscita che trovare simpatie tra i suoi vicini, le nazioni ispano-americane.

PCO – Evidentemente. Per una serie di circostanze fortuite, verificai che l’idea che avevo delle Americhe, in particolare dell’Ispano-America, era un’idea incompleta. Era ovvio che anche l’Ispano-America era dominata dallo spirito della Rivoluzione.  Notai che c’erano in quelle nazioni sorelle nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria più definiti e, nel contempo, anche ampi settori della popolazione con una tendenza profonda ad essere contro-rivoluzionari. Per me fu una sorpresa molto consolante. Da quando capii tutto questo, promossi  diversi viaggi di membri di “Catolicismo” , e in seguito della TFP brasiliana,  verso i paesi dell’America Latina, con il fine di prendere contatto ed invitare coloro i quali condividessero i nostri ideali, a partecipare alle Settimane di Studio.

 Questa l’ottica entro la quale iscrivere le mie visite negli anni 60 in Argentina e in Uruguay. Nel 1964 stavo per andare in Cile, da Buenos Aires, quando ricevetti una chiamata telefonica che mi avvisava che mia madre era in pericolo di vita. Fui obbligato a tornare rapidamente a San Paolo. Comunque, mia intenzione era andare in Cile, e forse in Perù. A Buenos Aires strinsi relazioni con i valorosi ed intelligenti membri del gruppo della rivista “Cruzada”, I quali decisero  in seguito di fondare la TFP Argentina.

Peraltro, osservammo via via con più attenzione la situazione delle nazioni vicine, e comprendemmo che la reazione anticomunista era notevole in alcune di esse, pertanto, i metodi di azione di”Catolicismo” e della TFP brasiliana avrebbero potuto essere molto utili per i vari movimenti che con il tempo si sarebbero formati in quei paesi.

Così, le impressioni e le informazioni raccolte in Europa mi aiutarono a conoscere questa situazione in Ispano-America, favorevole alla Contro-Rivoluzione, che io ignoravo.

Nel 1962,  durante la prima sessione del Concilio Vaticano II, la TFP brasilliana stabilì un ufficio a Roma. Plinio Corrêa de Oliveira esce dalla Basilica di San Pietro insieme ad amici.

- Lei disse anche che dopo il viaggio in Europa cominciò ad interessarsi agli Stati Uniti. Potrebbe parlarci di questo?

PCO – Con piacere. Come tutti, credevo che il cinema presentasse il ritratto fedele dell’America del Nord, cioè, che i nordamericani avevano effettivamente realizzato un qualcosa di cui Hollywood era appena un’immagine; ma, a poco a poco, iniziai a capire, attraverso le notizie che mi arrivavano -per esempio, dagli altri paesi dell’America del Sud con maggiori relazioni con gli Stati Uniti- che anche in quella grande nazione c’erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria molto forti. Da questo nacque il desiderio intenso di iniziare una serie di viaggi come quelli realizzati in Ispano-America, e, quando le circostanze l’avrebbero permesso, è chiaro, anche in America centrale. Oggi sono una realtà la TFP nordamericana, quella canadese e il Bureau TFP  in Costa Rica,  grazie al quale è stato possibile prendere interessanti contatti nei paesi vicini.

- Ma Lei mai abbandonò l’idea di poter rianimare in Europa la reazione contro-rivoluzionaria, per come è esposta nella sua opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.

PCO – Evidentemente no. Feci nuovi viaggi in Europa nel 1952, 1959 nel 1962. Quest’ultimo fu durante la prima sessione del Concilio, occasione nella quale la TFP brasiliana stabilì un ufficio a Roma. Fu possibile allora prendere un numero molto maggiore di contatti e avvicinammo diversi movimenti. Questo era spiegabile se si tiene in considerazione che la TFP in Brasile cominciava ad avere una grande risonanza a proposito della controversia sulla riforma agraria e che la mia opera La libertà della Chiesa nello Stato Comunista sta venendo ampiamente diffusa tra i Padri Conciliari, così come tra i giornalisti del mondo intero presenti a Roma. Addirittura uno dei più importanti giornali della città, trascrisse sulle sue pagine il libro completo.

- In tutti questi viaggi Lei cercava solo di conoscere quelli che condividevano pienamente gli ideali controrivoluzionari?

PCO – La sua domanda mi dà l’opportunità di chiarire un punto importante. Non si devono solo tenere in conto coloro i quali la pensano allo stesso modo. Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer aveva un principio d’azione che mi piace ricordare. Per lui il primo obbligo di un partito politico o corrente di opinione è attrarre tutti quelli che la pensano allo stesso modo, per poi preoccuparsi di coloro i quali la pensano in maniera diversa. È un principio di evidente senso comune, che le TFP fanno proprio. Per questo cerchiamo adesioni e simpatie da parte dei circoli che hanno un pensiero simile al nostro, affinché poi si possa ampliare il raggio d’azione.

- Dottor Plinio come affrontava negli anni 50 il pericolo comunista?

PCO – Mi permetta, prima di risponderle, di raccontarle un ricordo personale che l’aiuterà a mettersi nel clima che viveva l’Europa in quell’epoca. In quel periodo esisteva una paura molto grande di un’invasione della Germania da parte della Russia da un momento all’altro. Mi ricordo che in alcune occasioni fui ospite nel castello di Berg, del Principe Alberto di Baviera, Capo della Casa Reale di Wittelsbach.  Egli non era presente, ma la Principessa Maria, sua sposa, e suo suocera ebbero la gentilezza di accompagnarmi fino alla porta della stanza. All’accomiatarsi per la notte la Principessa mi disse: “vede questa piccola scala? Bene. Se durante la notte sente rumori, sappia che sono i comunisti che stanno arrivando. Ma quel camion che vede lì è pronto per portarci in Svizzera. Quindi, deve scendere di corsa…” tale precauzione dice tutto.

Tuttavia, oggi quasi non ci si ricorda di com’erano schiacciati i paesi europei in quel periodo a causa della Seconda Guerra Mondiale. Le loro forze erano molto diminuite ed essi vivevano ancora sotto il segno della tragedia. Mi ricordo di aver visto nella piazza centrale di Colonia greggi di capre pascolare in mezzo alle rovine. Ogni tanto, alcuni pastori le richiamavano suonando un corno. Questo capitava in una città con il prestigio e la cultura di Colonia! In tali circostanze, che in maggiore o minore misura si ripetevano per tutta Europa, non si poteva sperare a breve una forte reazione anticomunista.

Fu dagli Stati Uniti che cominciò a soffiare sul mondo il maccartismo. Era una forma nuova di anticomunismo. Un anticomunismo che poneva l’accento molto meno sul dibattito ideologico che all’orrore causato dalla repressione poliziesca, la miseria e il totalitarismo dei regimi russo, cinese e dell’Europa orientale. Logicamente, il maccartismo non accettava l’ideologia del comunismo, ma il suo cavallo di battaglia era invece il sentimento d’orrore. Era, per così dire, un anticomunismo con qualcosa di umanitario, adeguato a quel periodo.

Sopra, il senatore Joseph McCarthy

- Molti lettori vorrebbero, senza dubbio, che Lei approfondisse il suo pensiero  sul maccartismo e spiegasse la posizione che Lei adotta di fronte alla minaccia comunista ed il modo di scongiurarla.

PCO – È necessario esaminare quanto segue. La maggior parte dei maccartisti sembravano pensare che, sbarrata la strada al comunismo, la civiltà moderna avrebbe potuto proseguire indefinitamente per le vie del liberalismo capitalista, poiché il mondo occidentale non era all’interno di un processo che lo avrebbe portato, alla lunga, al comunismo. Per tali maccartisti, l’Occidente sarebbe progredito sulla stessa direzione che, in quel frangente, la maggior parte di nordamericani sperava per il proprio paese, cioè, come dissi, un progresso indefinito sulle vie del capitalismo.

Molti maccartisti - non voglio dire che lo stesso Mac Carthy pensasse in questo modo - credevano che era abile, agile e politicamente efficace svincolare il comunismo dal socialismo e stabilire un regime di comprensione e simpatia tra socialisti e anticomunisti. Così, il socialismo si sarebbe trasformato, nella loro ottica, in una forza ausiliaria nella lotta contro il comunismo, e, vinto questo, immaginavano che tutto fosse risolto.

Su questo punto il mio pensiero è diametralmente opposto, poiché, per prima cosa, il comunismo non è l’unico male che si deve combattere, in secondo luogo, il più grande pericolo non consiste nel fatto che tenti di impossessarsi del mondo attraverso di una guerra convenzionale o atomica. La cosa più pericolosa è, a mio modo di vedere, il cammino graduale del mondo occidentale verso il comunismo, attraverso le incipienti forme rivoluzionarie di essere, di vivere e di pensare che si accentuano sempre di più. La graduale radicalizzazione delle tendenze di sinistra nel Mondo Libero è senza dubbio la principale minaccia. Nel mio libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione affermo che se un cataclisma portasse via Russia e Cina, basterebbero cinquant’anni affinché il comunismo rinascesse dalla stessa civiltà occidentale minata da tanti fattori di disgregazione.

Comprendevo, allora, che il maccartismo era un movimento molto coeso, molto ben ispirato dal punto di vista propagandistico, e infine, un alleato del tutto anticomunista, poiché, creando orrore per il comunismo, provocava in relazione ad esso un certo  ripiegamento degli stessi socialisti, e in quel modo divideva un po’ le fila della sinistra. Ma, alla fine, quei socialisti non comunisti erano compagni di viaggio del comunismo, molte volte compagni di viaggio incoscienti ma reali, come lo furono, d’altronde, gli ammiratori della Rivoluzione Francese. È risaputo che una delle fasi della Rivoluzione del 1789 fu in sostanza comunista. Mi Riferisco a Babeuf e alla Cospirazione degli Uguali del 1796. Il pericolo comunista era incubato, in gradi abbastanza diversi, insisto, nello stesso pensiero democratico per come si è sviluppato in tutto l’Occidente; da questo deriva il grande impegno del gruppo di “Catolicismo”, e successivamente della TFP brasiliana, a combattere al meglio in tutto il Mondo Libero quei sintomi di corruzione e nel mettere in allarme i simpatizzanti sulla gravità della cosa, e il pubblico in generale contro di essi, anche quando molte volte non fosse chiaro che queste tendenze conducevano al comunismo.

- Quindi, sin dai primi passi come uomo di pensiero e azione, Lei non può essere considerato esclusivamente come un anticomunista…

PCO – Ovviamente no. La lotta della Contro-Rivoluzione non fu mai esclusivamente anticomunista. Ebbe sempre l’obiettivo, come ho detto, di denunciare i costumi e le idee che portano gradualmente al comunismo, e questo non solo perché portano al comunismo ma perché sono intrinsecamente cattive. D’altronde, in campo spirituale, la nostra lotta ha come obiettivo mostrare la contraddizione del cattolicesimo di sinistra e del progressismo con la Dottrina Cattolica.

Siamo sicuri che agendo in questo modo aiutiamo numerosi cattolici che non stanno nelle nostre fila, a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti, che, da dentro la Chiesa, si impegnano a indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo.

Per questo, già nel 1943, quando decisi di scrivere In Difesa dell’Azione Cattolica, avevo la certezza che stessi creando ostacoli alla penetrazione più o meno cosciente, così come più o meno esplicita, del comunismo negli ambienti cattolici. Tutta la lotta del “Legionario” può essere vista da questa prospettiva. È necessario ricordare, per esempio, che la nostra opposizione al nazi-fascismo si doveva al fatto che vedevamo in esso una forma di falso anticomunismo che, se avesse vinto la guerra, avrebbe applicato una politica pro-comunista coerente con la sua dottrina autenticamente socialista.

Si comprende, quindi, che le TFP siano una forza anticomunista, ma di un anticomunismo molto speciale. Naturalmente, quindi, le TFP tengono in considerazione la ben conosciuta verità per cui l’avanzata del comunismo non si realizza soltanto con l’appoggio dei marxisti dichiarati e coscienti, ma anche con quello di tutta la coorte di utili innocenti e di compagni di viaggio di vari tipo.

- Utili innocenti?

PCO – Questa è un’espressione usata in Brasile. In Cile e in altre nazioni americane si dice utili stupidi e in Argentina utili idioti. Confesso la mia preferenza per quest’ultima formula.

Come le dicevo, queste forze ausiliarie adottano posizioni ideologiche più o meno prossime al comunismo radicale, ma collaborano, in definitiva, alla vittoria di quest’ultimo. Per questo la nostra opposizione al comunismo non è diretta solamente contro il comunismo radicale, ma anche contro gli utili idioti e i compagni di viaggio di vario tipo che li favoriscono.

- Un anticomunismo super aggiornato.

PCO – Sì, grazie a Dio.

 

- Dottor Plinio, nell’aprile del 1959, Lei pubblicò Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, libro capofila di una serie di libri delle TFP. Ci potrebbe dire qual è il principale frutto della divulgazione di questo studio?

PCO – Rivoluzione e Contro-Rivoluzione fece buoni frutti. Ma, fino ad adesso, più a livello interno delle TFP che a livello esterno. In un particolare momento iniziai a rendermi conto che per quelli che si avvicinavano a “Catolicismo” esisteva un problema che non gli veniva prospettato in maniera esplicita, ma che prima o poi sarebbe saltato fuori. “Catolicismo” lottava contro un’infinità di cose: l’immoralità, la televisione, il cinema e la radio come veicoli di questa immoralità, la Riforma Agraria socialista e confiscatoria, il protestantesimo, l’arte moderna, etc. Notavamo istintivamente che in ogni cosa era presente la Rivoluzione plurisecolare. Ma qual era il quadro esatto della Rivoluzione? Qual era il denominatore comune di tutte le cose contro le quali lottavamo e delle quali desideravamo lo sradicamento? Che metodo seguire? Era possibile il nostro ideale? Erano domande che sarebbero sorte, e, prima che fossero poste, mi sembrò necessario dare una risposta ad esse. Visto che con le questioni non chiarite nascono le perplessità e molte volte le soluzioni sbagliate alle quali in seguito risulta difficile rinunciare, era necessario, quindi, chiarire quanto prima quei problemi e così mantenere l’unità del movimento.

- Gli ideali delle TFP sono riassunti in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione?

PCO – Non solo. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione dà alle TFP la fisionomia di entità che si sono autodefinite per intero e che sono nelle condizioni di presentare al pubblico il loro corpus di idee in qualunque momento. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione prova che la causa difesa dalle TFP non è soltanto una buona causa, è una causa che ha una sua ragione d’essere; il loro stendardo scarlatto e aureo è simbolo di una serie di posizioni dottrinali molto più belle dello stendardo stesso.

Pertanto, tenga conto che quando fu pubblicata l’opera, “Catolicismo” non aveva ancora quel metodo nelle campagne pubbliche che avrebbe caratterizzato in seguito le TFP, e siccome Rivoluzione e Contro-Rivoluzione subì un innegabile boicottaggio da parte dei mass media in generale, tanto in Brasile, quanto all’estero, la sua ripercussione fuori dalle fila delle TFP fu molto minore di quanto avevamo sperato.

 

A Genazzano, Italia, Plinio Corrêa de Oliveira ringrazia la Madre del Buon Consiglio per i suoi 60 anni di militanza cattolica anticomunista (settembre 1988) 

- Ci permetta, Dott. Plinio, un’ultima domanda. Da pochi mesi sono stati commemorati nelle TFP i suoi 60 anni di lotta al servizio della Chiesa e della civiltà cristiana. Molti pensarono che era arrivato per Lei il momento del riposo meritato, ma tanto i suoi collaboratori, quanto i suoi avversari, vedono che, al contrario, è disposto a continuare a combattere come se fosse ancora quel primo giorno in cui partecipò al Congresso della Gioventù Cattolica a San Paolo, nel lontano 1928. Che cosa la spinge?

PCO – La forza interiore che mi anima è data da Fede, Speranza e Carità, cioè credo; credendo, spero; e sperando amo. E scendo in battaglia con tutte le forze della mia anima. Grazie alla Santissima Vergine, sento che la mia lotta nella Contro-Rivoluzione è, da vari punti di vista, più impegnativa, più complessa, più intensa che mai. Le onde che colpiscono le TFP sono più violente, le confutazioni delle TFP sono più efficaci che mai. Sento, pertanto, che siamo al culmine della battaglia. Ringrazio la Santissima Vergine per la resistenza che mi da per partecipare ad essa.


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